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Chi erano i genitori di Eugenio Prati, Lucia e Domenico

Lucia Garbari era nata a Vezzano nel 1819 – Domenico Prati, mecenate e promotore dell'arte pittorica, era nato a Caldonazzo nel 1808

Lucia Garbari, di nobili discendenze viene alla luce a Caldonazzo l'11 giugno 1819 da Giuseppe Garbari di Caldonazzo e dalla baronessa Lucia de Negri di San Pietro di Calavino che si erano sposati nel 1808.
Suo padre Giuseppe è stato il fondatore della filanda Garbari che già nel 1836 era considerata la piùgrande industria di Caldonazzo.
Suo fratello, Gioacchino Garbari (1824-1888), è noto per il suo patriottismo irredentista e per essere stato sindaco di Caldonazzo per molti anni.
Gioacchino, alla morte del padre Giuseppe diventa proprietario della filanda, di molti terreni agricoli e dell’Hotel Caldonazzo si sposa con Placida Gasperi (1830-1895) nel 1862 ed è costretto all’esilio nell’agosto del 1866 durante la terza guerra d’indipendenza per evitare l’arresto dopo la ritirata del gen. Giacomo Medici e delle sue truppe, reo per aver ospitato e festeggiato gli ufficiali italiani come Sindaco presso il suo hotel ora sede del Kinderdorf.
 
Si sposa con Domenico Prati a Caldonazzo nella chiesa di San Sisto il 22 febbraio 1841 alla presenza dei testimoni di nozze, il dott. Giovanni Battista de Egger e l’avv. Carlo Capolini di Levico.
Il matrimonio è celebrato dal fratello maggiore dello sposo l'arciprete e parroco di Calceranica, frazione all'epoca di Caldonazzo don Giacomo Prati (1782-1854).
Dal matrimonio di Domenico Prati e Lucia Garbari nascono quattordici figli, quattro dei quali, Fausto Ignazio (1843-1846), Stefano Ignazio (1846-1846), Carolina (1853-1854) e Melania (1856-1856) muoiono in tenera età, mentre gli altri dieci sono: Eugenio (1842-1907), Maria Luigia (1845-1931), Leone (1847-1922), Isabella (1849-1938), Stefano Probo (1850-1928), Anna Maria (1851-1920), Anacleto (1856-1934), Giuseppe Benedetto (1858-1944), Giulio Cesare (1860-1940), e Michelangelo (1865-1915).
Si ricorda inoltre che è stata la zia di Tullio Garbari, altro notissimo pittore trenino
Muore il 10 aprile 1869 all’età di cinquant’anni.
 
Domenico Prati, soprannominato Meneghin, è stato nell'Ottocento un personaggio importante a Caldonazzo e nella città di Venezia.
Nasce a Caldonazzo il 22 settembre 1808, ultimo figlio maschio di Stefano Prati e di Lucia Zamboni. Studia a Trento al ginnasio assieme al celebre barone don Giovanni a Prato (1812-1883), padre dell'Autonomia trentina, di cui diviene amico e la cui amicizia durerà tutta la vita.
Si diploma geometra e agrimensore, diventa costruttore edile ed in particolare edifica e vende a Caldonazzo molte delle abitazioni ed edifici pubblici. È anche possidente terriero ed agricoltore specialmente nel campo vitivinicolo, dei bachi da seta e del grano.
Si sposa con Lucia Garbari a Caldonazzo nella chiesa di San Sisto il 22 febbraio 1841 alla presenza dei testimoni di nozze, il dott. Giovanni Battista de Egger e l’avv. Carlo Capolini di Levico.
 
Il matrimonio è celebrato dal fratello maggiore arciprete e parroco di Calceranica, frazione all'epoca di Caldonazzo don Giacomo Prati (1782-1854). Alla morte del padre Stefano ex Sindaco di Caldonazzo, il 30 dicembre 1843 riceve in eredità le seguenti proprietà: un edificio fucina alla Valgrande con arativa, vignale, prato con pioppi e gelsi, un vignale denominato al Loda di Brenta, un’arativa sotto alle Case Nuove, un’arativa con gelsi in Saletto alle Nogare, un’arativa ai Zinei, un’arativa ai Salgari di Sopra, un’arativa alla via di Brenta, un’arativa alla parte dei Aoni, una zappativa vignata nei vignali vecchi, un bosco d’ontani e pioppi in località Pontelle, un bosco di castagni selvatici, roveri e cedui in località Rovazzo. Successivamente trasforma in località Valgrande, alla periferia di Caldonazzo, la fucina in molino ad acqua per la produzione della farina sia di grano che di granoturco.
 
Lo scultore Edmondo Prati descrive il molino in una lettera inviata da Montevideo al cugino Carlo Prati nel 1969, anno precedente la sua morte.
«Il nonno Meneghin (soprannome di Domenico Prati) lo aveva costruito con criterio moderno di quel tempo; aveva al piano terreno il molino completo con tutti i suoi accessori, ed al primo piano, tre grandi stanze, con finestre alte e larghe, con i loro scuretti, un tinello ampio, una piccola sala di entrata e una vasta cucina con fornasella a legna, grande e comoda, con forno grande e buono, e un complemento di mattoni per mettere sotto la legna, un secchiaio e due grandi crassidei di rame stagnati ecc. ecc.».
 
Domenico, uomo di cultura, si appassiona talmente all'arte fino a seguire un corso di pittura a Venezia presso il celebre pittore e accademico Antonio Zona nel periodo (1859.1863) in cui, mentre il figlio Eugenio frequentava l'Aaccademia di arte, aveva avviato a Venezia un'osteria e un commercio all'ingrosso di vino trentino della Valsugana.
Si conservano di lui a Caldonazzo in collezione privata due ritratti ad olio di pregevole fattura: uno del padre Stefano Prati, Sindaco di Caldonazzo ed uno del fratello Giacomo Prati, arciprete e parroco di Calceranica.
 
Arrivato anche lui a Venezia frequenta assieme al figlio Eugenio i maggiori pittori dell'epoca: oltre al già citato Antonio Zona, i professori accademici e pittori Michelangelo Grigoletti, Pompeo Molmenti e Ludovico Cadorin, ma anche Giacomo Favretto, Antonio Ermolao Paoletti, Federico Zandomeneghi, Guglielmo Ciardi ecc. che molto spesso durante il periodo estivo vengono ospitati a Caldonazzo presso il Molino Prati in Valgrande che diventa un'importante cenacolo nella storia della scuola veneta dell'arte italiana in terra tirolese, sconosciuto finora agli stessi caldonazzesi.
 
Infatti questo si evince da disegni di alcuni pittori lasciati al Molino Prati, dai racconti di famiglia anche da un'importante lettera inedita di Domenico Prati del 3 agosto 1863 (archivio Eugenio Prati di Alberto Pattini) inviata a Ludovico Cadorin (1824-1892), maestro di pittura di Eugenio Prati all’Accademia di Belle Arti di Venezia, vedutista e ornatista, supplente della scuola di Architettura e Ornato.
«La compiacissima sua 26 spirato mese fu a tutti noi di consolazione sentendo che non frappone ostacoli alla sua venuta in Tirolo per passare alcuni giorni o meglio settimane fra valli, e monti.
«Le assicuro che sarà per noi tutti giorni di festa quello del suo arrivo, il trattamento sarà frugale, alla buona, ma col cuore in mano. Il piacere mio sarà poi immenso nel poterle essere guida e compagno nelle varie gitte (sic), che imprenderemo (sic) sopra i punti più culminanti delle nostre Alpi per ammirare dall’alto il sottostante panorama, vista meravigliosa per chi non l’ha mai osservata, e per il soprattutto, che è fornito di molta capacità pel paesaggio.
«Le sembrerà forse, ch’io parli con qualche esagerazione della situazione di questi paesi, ma si assicuri, che questi contorni non la cedono ai tanto decantati paesaggi di Svizzera, e mi aggrappo al giudizio dei pittori paesisti Bavaresi, tra dei quali per commissione di quel re, furono qui di passaggio avanti qualche anno, e eseguirono molte di queste vedute.»
 
È stato quindi Domenico Prati ad avviare la passione per l'arte a Caldonazzo nei figli come Eugenio e Giulio, noti pittori e scultori in campo nazionale e internazionale.
Successivamente Eugenio Prati ha continuato la starda intrapresa dal padre facendo da maestro ai nipoti Romualdo e Edmondo Prati ed allargando così la dinastia nell'arte dei Prati ma anche al pronipote Tullio Garbari ed a Angelico Dallabrida noti pittori.
 
Domenico Prati, come abbiamo già accennato, commercia anche vino assieme al fratello Stefano e nel gennaio 1859 avvia a Venezia una bottega di vini con gran successo, come ci viene da lui stesso raccontato in una lettera dell’11 gennaio 1859:
«…Sabato 8 corrente di sera, dopo allestito in bell’ordine il locale, abbiamo dato luogo all’apertura, ed incominciato a vendere. La concorrenza fu tale da spaventarci, ma restai sorpreso dall’abilità del nostro cameriere Martinelli nel disimpegno del suo servizio; colla nostra assistenza la cosa è andata in ordine. La domenica partimente grande concorso, jeridì non se ne parla, poiché più di cinquecento persone sono entrate in magazzino ed hanno bevuto…».
 
Muore a Caldonazzo a cinquantanove l’11 novembre 1867 lasciando la famiglia in un grave dissesto economico, dovuto al fallimento per il mancato pagamento di una gran partita di vino venduta all’ingrosso a Venezia.
 
© Produzione letteraria riservata.

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