Il pellegrinaggio di Vittoria Haziel al Santuario (blindato) del libro
Mentre i pellegrini Odifreddi e Cardini procedono verso Compostela, la nostra «pellegrina speciale» parte per il pellegrinaggio al «Santuario» del libro di Torino (Terza parte)
I nostri pellegrini «concorrenti»
(Odifreddi l'ateo e la new entry credente Franco Cardini, storico
medioevalista in sostituzione del direttore della radio) stanno
procedendo verso il confine tra la Castiglia e la Galizia.
Io invece parto per il pellegrinaggio al «Santuario» - blindato -
del libro. Non faccio tanta strada: abito a Torino non distante dal
luogo di culto meta dei «devoti del Santo» (il libro, appunto), e
comunque ci vado in taxi.
Per la prima volta la mia sarà (per paura, lo confesso) una toccata
e fuga nel giorno meno a rischio. E mentre i pellegrini verso
Compostela trovano cartelli indicatori che li guidano alle tappe
intermedie del viaggio, noi «pellegrini del libro» abbiamo seguito
un altro genere di cartelli, i titoli dei giornali che hanno
preceduto e accompagnato l'evento lungo le vie mediatiche: «Libri
sotto scorta», «Alta tensione», «Psicosi», «Misure di sicurezza»,
«Massima allerta».
Si parla di «tensioni», di «clima avvelenato». Blindature
necessarie per un boicottaggio annunciato. Sul nostro cammino
troviamo furgoni blu e camionette delle forze dell'ordine, agenti,
carabinieri, squadre antiterrorismo, agenti della Digos e unità
cinofile.
Sarà per questo che ho fatto la pellegrina pigra al Santuario del
libro? Ho passato la maggior parte del tempo nello stand più
accattivante di tutti: quello dell'editore Nino Aragno (non
«piccolo» - puntualizza - «indipendente»).
Mentre me ne sto sprofondata in uno dei divani arrivano anche
pellegrini importanti: il boss della Mondadori Gian Arturo Ferrari,
assiduo cultore della produzione raffinata e scelta di Aragno,
Cesare de Michelis editore della Marsilio, e a ruota i nomi che
contano tra poeti e giornalisti, scrittori e critici. No, non è per
i divani: la maggior parte di loro rimane in piedi. Si apre uno
spiraglio di conversazione con l'editore.
Registro alcune osservazioni che come al solito hanno una punta di
originalità. Prima considerazione. «Da quando ci sono le rese le
case editrici sono ormai diventate un'industria di trasporti. Libri
che vanno (alle librerie), libri che vengono (ai depositi), che poi
rivanno, e poi rivengono… sa che le dico? Che i camionisti
dovrebbero finanziare l'editoria italiana, dovrebbero versare agli
editori una 'royalty' sul commercio cartaceo che gli guadagno alla
categoria. Che alla fine è quella che ricava più profitto.»
Un'industria di trasporti… rifletto. E non posso che dargli
ragione. Quando il libraio acquistava le copie e se non le vendeva
gli rimanevano in casa, certo che non era così. Ma ora? Ora è tutto
un macerare e ristampare (quando c'è la ristampa), ora è tutto un
vendere e rendere. Ma acchiappo un altro pensiero al volo, in una
conversazione dell'editore-per-passione con uno dei suoi visitatori
di riguardo «Gli editori sono dei capocomici… tra autori ed editori
è una compagnia di giro… spesso senti dire 'bambole, non c'è
una lira!'».
Vero, verissimo. O, pellegrino scrittore, ricordati che un libro si
gioca sull'anticipo, dicono i saggi che la sanno lunga. Perché dopo
quello è difficile vedere cifre dignitose, ed è impossibile
controllare i movimenti di un libro. Questo sì che è un mistero.
Più di un dogma di fede. Ma i pellegrini scrittori si beano
dell'Immortalità, si sa, come davanti al Santissimo. E in religioso
silenzio leggono le scritture dei rendiconti senza battere ciglio.
O meglio, senza capirci nulla. Questi sono veri e propri atti di
fede.
Mi alzo dal divano risoluta a fare un giro e lascio Nino Aragno
mentre lo sento dire «Il Salone (di Torino) è come le Pagine
Gialle: non servono a nulla, ma ci devi essere. Paghi una sorta di
diritto feudale…»
C'è chi aderisce all'iniziativa «adotta uno scrittore». Io mi conio
l'altro slogan «adotta un editore» e scelgo lui, sperando che la
mia Casa Editrice (Sperling & Kupfer) non mi legga. Il fatto è
che io voglio un essere in carne e ossa da adottare… Non un Gruppo
editoriale che è come lo Spirito Santo. Sogno un rapporto umano.
Altrimenti, che «P (d)a V» sarei!
Mi incammino tra plotoni di ragazzi, ragazzini e bambini talmente
piccoli che di sicuro guarderanno solo le figure. Sul cammino di
Compostela di sicuro non ci sono né questo fracasso di fondo, né
tanta confusione. Per una volta mi sento trafitta da una punta
d'invidia. Poi mi rendo conto di come può nascere un pensiero. Sono
ferma inconsapevolmente davanti all'espressione della medesima
contrapposizione sacro-profano che c'è tra l'ateo e il credente in
diretta radiofonica su Radio 3.
Sono allo stand Mondadori, davanti al primo piano in copertina di
Don Sante Sguotti, il «prete innamorato» autore di Il mio amore
non è peccato (ha dovuto scrivere un libro per spiegare una
realtà naturale alle alte e basse sfere ecclesiastiche, e non).
Guardo i suoi vicini di esposizione sul banco: il sacerdote sta tra «Senza manette»
di Califano (in quarta leggo: «La mia vita. Tutto il resto è
noia»), e «Casa Agnelli» di Marco Ferrante. Sacro e profano anche
qui, gomito a gomito.
Poi ho una visione. Vedo bianco, tanta luce, una luce lucida, quasi
un richiamo dall'al di là. Poi realizzo. Sono sempre sulla scia del
sacro. Mi trovo davanti a un'intera parete all'interno dello stand.
E' uno spazio monopolizzato da piani e piani di copertine bianche
immacolate lucide, «sporcate» solo dal nero del titolo: «grazie
gesù» (dio, non ricordo se era scritto in maiuscolo! Sarò radiata
dall'albo dei giornalisti?). No. Questo invece non è il libro di un
prete cattolico. L'autore è di religione islamica. Pardon: era. E'
un convertito illustre, e si firma con il nome di battesimo
aggiunto a quello di nascita. Leggo: magdi cristiano allam (eppure
sono convinta delle iniziali minuscole… tutto sotto tono!).
Leggo la quarta e la ripeto ora ad alta voce, sperando che mi
sentano i pellegrini che arrancano verso Compostela «È stato il
giorno più bello della mia vita. Ricevere il dono della fede
cristiana nella ricorrenza della Resurrezione di Cristo per mano
del Santo Padre è un privilegio ineguagliabile e un bene
inestimabile». La frase è accompagnata dalla fotografia della
stretta di mano tra il neo-cristiano vicedirettore del Corriere
della Sera e il capo della Chiesa di Roma. Conversione plateale.
Povero prete innamorato!, penso. Povero, piccolo prete di
una piccola parrocchia veneta con tutta la Madre Chiesa contro…
Venderà meno del convertito illustre. C'è da scommetterci. Lui ha
stretto la mano solo a Milingo, anche se è andato lo stesso a
finire sul giornale, ma grazie al suo agente, perché se avesse
dovuto fare da solo di certo non sarebbe finito neppure sul
bollettino parrocchiale. Esco dallo stand e vedo anche la parete
esterna che emana la luce bianca di quella copertina lucida come
una visione. Ma venderà?
Tinto Brass ha presentato il romanzo «Belle anime porche», e un
esperto - non delle stesse anime - Monsignor Betori segretario
della Cei ha presentato la nuova traduzione della Bibbia. E sul
testamento biologico ancora un laico (Carlo Augusto Viano) e un
cattolico (don Ermis Segatti) a confronto. Sacro e profano gomito a
gomito, dentro lo stesso Santuario che accoglie Tutto e il suo
Contrario. Canti e controcanti. Quella vocale di differenza tra
«libri» e «liberi» vorrà pur dire qualcosa.
Nel corridoio esterno le scolaresche bivaccano sedute per terra,
come tutti gli anni, con i tranci di pizza in mano. Incrocio voci
nei dialetti più diversi. Anche loro «pellegrini del libro». Grandi
telecamere portate a spalla si muovono tra la folla, mentre le
piccole volano a mezz'aria come uccelli in cerca di cibo a pelo
sull'acqua. Interviste volanti qua e là negli stand regalano minuti
di celebrità a chi per trovarsi lì ha consumato ore e ore in
solitudine, seduto a scrivere in una stanza, in isolamento quasi
totale. I reclusi della letteratura. Noi reclusi, perché mi ci
metto anch'io, che sogno invece di dettare a un registratore
camminando, o traversando mari e monti e cieli. Poi le parole
diventano caratteri di word, e il miracolo trasforma la voce in un
file bell'e pronto da correggere. Grazie, Santa Tecnologia, so che
me (ce) lo permetterai sempre di più. Ancora una volta noi «P
(d)a V» celebriamo i miracoli dell'uomo.
Leggo un titolo al volo, non so nemmeno chi l'ha scritto, ma giuro
che l'ho visto «Il libro scaccia la paura». E penso che la scelta
di Israele come ospite d'onore in occasione dei sessant'anni della
nascita dello Stato che ne porta il nome ha creato invece il clima
di paura: al grido di «Palestina libera!» i centri sociali hanno
organizzato a Torino manifestazioni di protesta sostenute dalla
parola d'ordine «Sfondiamo!».
Visto dall'altra parte è l'anniversario della «Nakba», la
catastrofe palestinese di chi stava al di là del muro. Il Libro non
è riuscito a scacciare la paura, come diceva quel titolo. Anzi,
saracinesche dei negozi serrate lungo il percorso, defezioni di
invitati e di visitatori comuni alla Fiera.
Insomma, caos per nulla calmo, ma trovo uno spunto di serenità. Lo
slogan è «La bellezza ci salverà». La frase è presa dall'"Idiota"
di Dostoewskij, che però aveva un punto interrogativo. E' lo stesso
comunicato della Fiera a parlare di «tentativo di raggiungere una
sfera superiore di conoscenza e autocostruzione».
Grazie. Non trovavo le parole, ma ora ho un'ulteriore conferma che
«Leonardo è bello». E noi allievi pellegrini, pure. Allora lascio
la parola a lui.
Naturalmente li omini boni desiderano di sapere / La vita bene
spesa lunga è / Chi semina virtù fama raccoglie.
Pure poeta…
Davincianamente, vostra
Vittoria Haziel






























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