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Controcanto ai catechismi – Di Vittoria Haziel

Masse di credenti sconvolte dal dubbio, Masse di miscredenti sconvolte dal dubbio. Mi offro come guida e vado avanti con il mio ombrello tenuto in alto, o è meglio che ciascuno tenga il suo? (Ottava parte)

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Che affanno… seguire bambini e ragazzi nelle scuole d'Italia… E decreti legge, indicazioni d'Intesa, progetti e programmi, provvedimenti e ricorsi… Ho il fiatone. Sì, ma non è per la corsa o la strada in salita, come potreste pensare. È per il pellegrinaggio all'ora di religione. Questa, infatti, è la meta di oggi, cari «Pellegrini (d)a Vinci» (leggi abbreviato «P(d)aV») e soprattutto «Pc» («Pellegrini comuni»).
Si chiudono le scuole e dunque l'aggancio di attualità ci porta a fare un bilancio di quanto l'argomento «dio», con annessi e connessi, entri nelle aule e nelle zucche di milioni di bambini.

Da piccola non mi sono mai posta il problema. Perché? Perché studiavo dalle suore. Quindi l'ora di religione era compresa nel kit chiavi-in-mano. Nelle stanze luminose dei miei ricordi di bimba riecheggiano i cori dei canti ripetuti in processione nel cortile della sede pisana delle Giuseppine.
«Mira il tuo popolo!», «T'adoriam ostia divina», «Dell'aurora tu sorgi…», «Inni e canti volgiamo fedeli», «Andrò a vederla un dì», «Noi vogliam Dio», «È l'ora che pia…».
E la mia memoria si ferma qui.
Questi canti dolcissimi femminili fanno ormai parte del DNA (mio e di molti). Sono emozioni e umori dei quali non voglio liberarmi, ma nei confronti di queste vibrazioni dell'animo ho assunto, durante il «Cammino», una posizione di passione e non di dipendenza. Un atto di crescita. Crescendo sono passata dalla religione alla religiosità: concetto che può essere applicato a qualsiasi campo della nostra esistenza, quando capita di volerla «consacrare» a qualcosa. Non nego né rinnego il fascino e gli incanti dei silenzi preziosi, del profumo degli incensi nelle chiese frequentate allora con devozione mista alla forza di un'inerzia, un'abitudine che sulla scia dell'odore delle candele e dei legni delle panche antiche e dei confessionali ha trascinato dietro di sé generazioni su generazioni addormentate, o forse solo pigre, o forse conservatrici e basta. Pellegrinanti sonnambule tra catechismi, comunioni, cresime, matrimoni, e poi ancora battesimi di figli e di nipoti, feste su feste. Non parliamo delle estreme unzioni. Poi, un giorno, quando mi sono svegliata (come è successo a molti) dal torpore decennale che mi aveva ipnotizzato, si è accesa la fiaccola della consapevolezza.

Torniamo ora al fiatone di cui parlavo all'inizio. Vi assicuro che correre dietro all'ora di religione è un pellegrinaggio per nulla piacevole. Spesso doloroso. Tento un riassunto delle pietre miliari, e intanto si ripassa un po' di nobile storia patria.
Da dove sono partita? Purtroppo, dal Concordato. Nel 1929 l'insegnamento della religione cattolica («IRC», altra sigla), da facoltativo che era nella legislazione postunitaria, poi reso obbligatorio nella riforma della scuola del primo governo fascista, viene inserito anche nelle scuole superiori.
Nelle modifiche al concordato del 1984 (tra Craxi e Casaroli), con nuova formula viene esteso anche alle scuole materne. Ripasso rapido: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.»
Dunque, cosa significa? Che Eva e la sua colpa per il peccato, che da allora ha (con)dannato tutta l'umanità, sono entrate a far parte del bagaglio conoscitivo-coercitivo di intere generazioni.

Ma non dimentichiamo l'altro aspetto della «questione religiosa»: quello dell'obolo (miliardario) di Stato a san Pietro. Limitandosi per ora all'ora di religione, i «P(d)aV» registrano che gli insegnanti della materia vengono scelti dalla curia (a suo insindacabile giudizio), ma pagati dallo Stato (che non ha il minimo controllo). Le cifre del 2001: 620 milioni di euro sborsati per i circa 25.000 insegnanti di religione, i quali dopo quattro anni passano di ruolo (a scapito dei precari) e possono accedere ad altre cattedre cui sono abilitati. Mi dicono che se anche in una classe ci sono tre studenti che si sono «avvalsi» (termine tecnico) dell'ora incriminata, il preside lascia l'insegnante solo per il ristretto gruppetto, anziché accorpare in una classe con lo stesso docente i pochi numeri di altre sezioni.
Durante il cammino inciampiamo nella legge del 18 luglio 2003, in virtù (o colpa?) della quale gli insegnanti di religione sono entrati in ruolo. Corollario assurdo: insegnanti nominati dalla curia che non avessero più il gradimento delle gerarchie cattoliche verrebbero assunti direttamente dallo Stato.

Dopo aver inciampato, però, riusciamo a stento a rialzarci, perché l'Ufficio Catechistico Nazionale, alle dirette dipendenze del vescovi, ha iniziato una vera e propria schedatura per conoscere le motivazioni della mancata frequenza degli alunni. Una mappatura del (non)credo, insomma, che ha scatenato ricorsi e reazioni d'ogni tipo.
Il 37% di rinunce - in tempi in cui sono proprio le guerre di religione a tenere con il fiato sospeso il mondo - forse fanno ben sperare chi teme i fanatismi religiosi. E forse proprio una cultura comparata del sacro potrebbe coinvolgere i ragazzi in un confronto costruttivo che tenda alla comprensione dell'altro anziché alla divisione e all'odio.
Ma nonostante tutti questi motivi d'inciampo ci rialziamo ancora una volta, perché un'arma ce l'abbiamo, noi «P(d)aV»: al momento opportuno, cioè alla fine del cammino di oggi, la tirerò fuori dalla fondina e ve la mostrerò.
Pensate che siamo divisi solo noi, fedeli e non fedeli? Nemmeno per sogno. La stessa chiesa di Roma è spaccata. Per il Cardinale Martini l'insegnamento della religione è un'«ora inutile e offensiva». Pe la C.E.I. è «un successo». Ma forse è meglio camminare con le proprie gambe.

Finisce qui? Nemmeno per sogno: l'ora di religione continua poi con i catechismi, la preparazione al matrimonio, le prediche durante la messa (per lo meno tutte le domeniche), e poi le encicliche, i libri, e le ingerenze capillari a tappeto su tutte le questioni sociali.
Pesco a caso dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: «Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza». Servono forse commenti, cari compagni di (altro) viaggio?

Servono invece controcanti, o meglio, in questo caso, controcatechismi che ci aiutino a sentire, come al solito «l'altra campana». Che suoni più intonata? Ognuno ragionerà secondo le proprie orecchie. Uno Stato laico non dovrebbe negare l'altra campana, anche se, per esempio, non riusciamo a immaginare un Concordato con l'UAAR (Unione Atei e degli Agnostici Razionalisti). Che ne dite?
E allora non ci resta che «concordare» tra di noi e procedere prendendo sentieri diversi da quelli obbligati. Mi offro come guida e vado avanti con il mio ombrello tenuto in alto, affinché il gruppo mi veda. Ma, sapete che vi dico? Meglio ancora sarebbe che ognuno si portasse da solo il suo ombrello.

Per ora passo il mio parapioggia a Giuseppe Garibaldi, per un controcanto straordinario. Si tratta del suo testamento politico, indirizzato «Ai miei figli, ai miei amici, e a quanti dividono le mie opinioni…», nel quale si legge:
«Siccome negli ultimi momenti della creatura umana il prete profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo, e della confusione che sovente vi succede, s'inoltra e, mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l'impostura di cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico. In conseguenza io dichiaro che trovandomi in piena ragione, oggi non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi a un discendente di Torquemada.»

Silenzio di raccoglimento. Forse pochi erano a conoscenza di queste parole rese eterne dall'eroe dei due mondi. Parole estreme. Per fortuna non tutti i preti sono così. Ma noi certamente abbiamo l'arma di cui ho fatto cenno, per difenderci dalla schedatura imposta quando eravamo incapaci di intendere e di volere. Parlo del battesimo. Qualcuno forse ci iscrive a un partito politico a pochi giorni dalla nostra venuta al mondo? Che senso ha quest'invenzione religiosa che impone a un infante una scelta fatta al posto suo da qualcun altro? E con questo viatico inizia un «cammino d'accompagnamento» che segue la povera anima sin sul letto di morte, e anche nell'aldilà, con l'invenzione dei paradisi e delle messe in suffragio per far salire l'anima verso dio, sempre più in su, sempre più in su finché non si ode il celestiale coro dei Cherubini, Serafini e compagnie angeliche associate. Senza la «compostela» del battesimo non si aprono le porte dei cieli (men che meno quelle della terra).
Noi abbiamo l'arma delle «sbattezzo», la possibilità cioè di richiedere che a margine del nostro atto di battesimo venga annotato che l'ex fedele «ha manifestato la volontà di non fare più parte della Chiesa Cattolica». Trovate persino il modulo on line digitando «sbattezzo», o sul sito del UAAR. Dopo la prassi di rito (richiesta certificato di battesimo, ecc), vi arriverà per conoscenza dalla curia (nel mio caso, devo dire che quella di Pisa è efficientissima e organizzata, ma non tutte lo sono) una risposta in cui si autorizza il parroco della parrocchia dove siete stati battezzati ad apporre l'annotazione a margine dell'atto.
La parte interessante della lettera che riceverete è il «Premesso che». E pari pari lo riporto dal documento in mio possesso: (premesso che) «Per la Chiesa Cattolica il Sacramento del Battesimo conferisce uno status personale indelebile; (premesso che) la relativa annotazione sugli appositi Registri documenta un fatto storico, che come tale non può essere cancellato; (premesso che) la Chiesa Cattolica, ordinamento giuridico indipendente e autonomo nel proprio ordine, ha il diritto nativo e proprio di acquisire, conservare e utilizzare per i suoi fini istituzionali i dati relativi alle persone dei fedeli, agli Enti ecclesiastici ed alle Aggregazioni laicali».
Dopo le premesse viene il «Considerato che». E sentite anche questa, giacché ci siete. Lo so che siamo tutti stanchi di fare questo cammino, ma il santuario è vicino. Un ultimo sforzo per leggere che «le premesse sinteticamente richiamate hanno trovato conferma anche in pronunce del Garante per la protezione dei dati personali nelle quali è chiaramente affermato il pieno diritto della Chiesa Cattolica alla tenuta dei Registri dei Battezzati, in piena ottemperanza alla legge n. 675/1996».

Ora di religione. «Pierino, vuol riassumere i concetti delle premesse?»
«Sì, signora maestra. Dunque: "status personale indelebile, fatto storico che non può essere cancellato, diritto nativo della chiesa cattolica di utilizzare i dati dei fedeli, diritto pieno della chiesa cattolica alla tenuta dei registri, secondo la legge italiana".»
«Hai capito tutto, Pierino?»
«Non proprio, signora maestra. È un marchio a fuoco?»

Non c'è verso. Non c'è via di scampo. Questa è un'arma che spara a salve. E siccome noi fedeli «P(d)aV» ormai per la burocrazia religiosa siamo in galera, schedati a vita, non ci resta che fregarcene, rialzarci e continuare il nostro cammino per quell'ora d'aria che ci è concessa.
Qual è il santuario? Si chiede qualcuno. Ovviamente, quello degli Scomunicati. Vedo un pigia pigia di infedeli sotto il Portico della Scomunica. Siamo in tanti: divorziati, sbattezzati, conviventi, abortisti, apostati…
Vedo anche le telecamere del Registro che ci inquadrano per schedarci, indici fuori campo che mettono i nostri scritti all'indice.
Poi l'occhio mi cade sul mio atto di battesimo e leggo come mio terzo nome quello di «Anita». Comunque sia, meglio scegliersene uno d'arte: Vittoria Haziel non è iscritta nei sacri registri. E non è indelebile. Il giorno che non le stesse più bene questo, ha la possibilità di cambiare nome come fosse un abito.
Arte, sì. Il migliore «cammino» per la fuga. Pensiamo a quante volte e in quanti modi sia evaso il nostro Maestro e tutti gli artisti coraggiosi e criptici come lui.

Davincianamente vostra
Vittoria Haziel


Nella foto, Vittoria Haziel presenta il suo ultimo libro parlando dall'altare. Accanto a lei non un prete con il clergyman, ma un attore con t-shirt bianca. Tutto rigorosamente sconsacrato.

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