Controcanto a un pellegrinaggio speciale. – Di Vittoria Haziel
«Cari amici pellegrini (e soprattutto amiche, stavolta), questo pellegrinaggio è davvero speciale e soprattutto al femminile. Ma non solo, come leggerete nel doveroso controcanto.»
Le immagini che vedete in questo
servizio testimoniano un evento eccezionale, che mi ha coinvolto e
travolto. Emozionalmente, e non solo. Lacrime (mie) e allegria
hanno accompagnato ieri l'arrivo di un treno normale, ma al tempo
stesso speciale.
Mai mi era capitato di attenderne uno - con tanti che ne prendo - e
di riempire il vuoto del ritardo di mezzora (fisiologico quasi per
convogli che attraversano la penisola da Lecce, come questo)
parlando con gli altri che attendevano, come se la stazione di
Porta Nuova di Torino fosse un salotto.
Parlo della troupe Rai, della squadra (femminile) della Polfer, dei
rappresentanti della famiglia ormai «extra large» di Trenitalia,
rappresentanti di Comitati Pari Opportunità (per noi amici delle
sigle, CPO), politiche e sindacatesse (si dirà così, oppure ho
coniato un altro termine, come spesso mi succede?) e tante altre
donne riunite lì per l'evento.
Pensate che tutti noi attendessimo una persona? Non precisamente.
Attendevamo tutti un simbolo. Abbiamo applaudito un'anfora di
terracotta, arrivata a bordo della «Freccia dell'Adriatico» e scesa
dalla carrozza 3 insieme a uno staff tutto al femminile: le
capitreno Teresa e Stefania, e persino le macchiniste Roberta e
Stefania. Teniamo a mente solo i nomi (e se ne ho sbagliato
qualcuno, perdonatemi).
Dalle mani della staffetta dell'Emilia Romagna l'«anfora» passava
in quelle della staffetta del Piemonte.
Ed eccola, Danila Rita Murgia, giovane brunetta sarda doc e, come
spesso vuole il copione (compreso il mio), maritata con uno di qui.
Figlio ormai grande e laurea alle porte in psicologia, anche se
sembra una ragazzina. Prende in consegna la piccola valigetta rossa
con il prezioso bagaglio all'interno, e quando sarà il momento,
nello spazio verde - quasi un giardino d'inverno all'interno della
stazione restaurata di fresco - parla di «simbolo molto potente» e
confessa con semplicità l'«emozione per la sua presenza», mentre
racconta la storia dell'anfora e delle iniziative che le ruotano
intorno.
All'interno della stazione di Porta Nuova a Torino, la
famiglia «extra large» di Trenitalia intorno alla passeggera
speciale.
Nel suo significato etimologico, il termine «anfora» ha un'origine
greca che sta a significare proprio «portare insieme», nel senso
«da ambo le parti»: io da un manico, tu dall'altro.
Quando esce con riti sacrali dal guscio, viene posta al centro di
un grande telo bianco. È uscita dalla ricostruzione di
un'archeologa che ha fatto riprodurre disegni simbolici riferiti al
femminile: si portano dietro una storia antica di femmine
scomparse, ora che anche la donna sta mettendo fuori la testa dalla
sabbia.
Sapete quanta strada ha fatto, cari pellegrini e pellegrine, questo
simbolo di terracotta? L'anfora è partita il 25 novembre 2008 da
Niscemi, paese della Sicilia dove fu assassinata Lorena, una
ragazza di quattordici anni, e concluderà il suo pellegrinaggio
fatto di tappe intermedie, il 25 novembre 2009 a Brescia dove è
stata uccisa Hiina, la ragazza pakistana condannata a morte dal
«consiglio» dei suoi parenti maschi - padre in testa - che l'hanno
sgozzata e sepolta nel giardino di casa, in una terra dove
sarebbero cresciuti inconsapevoli piantine di pomodoro, se il
fidanzato italiano non avesse denunciato la sua scomparsa.
Nel mio libro ho dato giusta sepoltura e resurrezione anche a
questa donna caduta in guerra, nella «strage delle innocenti». I
pellegrini che l'hanno letto la conoscono bene. Quindi due vittime
simboliche di violenza: di marca nostrana l'una, di culture
immigrate l'altra.
L'anfora che una staffetta di donne si passa di mano in mano per un
anno intero lungo tutto lo stivale è un'idea dell'«UDI» nazionale -
Unione Donne Italiane - che si concretizza poi all'insegna del più
pacifico federalismo: ogni regione, provincia, città, paese, si
«accoda» allo spirito del pellegrinaggio con le iniziative che
ritiene più opportune.
Il 25 Novembre ha ormai un significato: quello di essere la
«Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne». È entrato nella
storia dei «giorni che parlano» (a chi li sa ascoltare).
L'anfora passa e raccoglie al suo interno pensieri di donne, forse
anche grida segrete rimaste nelle stanze chiuse delle loro storie.
Per alcune di loro che gridino davvero, la Regione Piemonte è
fiera, come altre in Italia, di poter mettere a disposizione
persino «case segrete» dove rifugiarsi, qualificazioni
professionali per poter contare su un'indipendenza economica che
permetta alle donne morte dentro di ricominciare un giorno a
vivere. La legge è fresca di varo.
Insomma, una «rivoluzione delle rose» tranquilla ma decisa nel
difendere dignità perdute o mai conosciute.
Vittoria Haziel con la speciale valigia. «La passeggera»,
in questo caso, viaggia all'interno, ben custodita.
Sì, c'ero anch'io. Lo dico e sono contenta di questi piccoli grandi
passi, anche se intorno vedo, come tutti, una società sfrangiata e
confusa.
Sì, da quando la donna è entrata in massa nella storia provocando
un sisma che ancora oggi ne scuote il palcoscenico, la relazione
del vecchio imprinting è saltata e un nuovo prototipo si sta
affacciando all'orizzonte. È una società ancora in prova, ancora in
laboratorio. Insicura su pilastri che devono essere di cemento
armato, a volte piegata sotto le macerie del vecchio.
Qual è il controcanto? vi chiederete. C'è stato, per lo meno da
parte mia che come sapete canto spesso «da sola» ma poi mi giro e
vedo altri solisti come me intorno. Voci fuori dal coro ce ne sono
più di quante pensiamo.
Stavolta ero ai piedi dello scalone di Palazzo Madama, altro
simbolo architettonico - e non solo - di Torino, dove l'anfora era
stata accolta dalla direttrice Enrica Pagella, altra presenza
femminile di un'iniziativa davvero rosa, di solidarietà tra
donne.
Ho fatto il mio controcanto da «pontefice» (= costruttore di
ponti), perfettamente in linea con quello che è lo slogan che mi
hanno cucito addosso, anche perché mastico sempre e solo gomme
americane Brooklyn (la «donna del ponte»).
Quella che dice e ribadisce che senza la solidarietà con il maschio
la donna non arriva più da nessuna parte. Quella che parla di
«femminilismo» alle donne che hanno voluto copiare i maschi e ora
si muovono come creature ibride che spaventano nei luoghi di lavoro
e nelle case.
Quella che ormai sa già come la guardano e come si girano i timpani
quando dice che «per avere una nuova terra dobbiamo costruirci un
nuovo cielo»: cioè quando fa osservare che il cuore del suo libro e
del suo pensiero è quel puntare il dito nei confronti dei tre
monoteismi che codificano la negazione della donna, che ignorano la
sua esistenza. Che spesso giustificano obblighi e divieti con lo
sbrigativo e maschilista «in nome di dio» e chiudono la bocca a
tutti.
Quando tocchi il tasto della religione si alzano barriere
automatiche (di difesa?) e nessuna sente più quello che in realtà
stai dicendo.
Fortuna che parlavo prevalentemente al gruppo di giovani (donne,
inutile dirlo) che avevano portato i loro tributi d'arte per
arredare le «case segrete». Anche questa un'ottima idea, perché
prima di buttar giù colori su una tela le ragazze si sono
documentate e sono entrate in contatto con la vita di quante sono
rimaste nei sottoscala della storia, dietro le quinte o nei
sotterranei abitati da tutti coloro che non sono riconosciuti. In
pratica, morte viventi murate vive.
Per fortuna le ragazze sanno già che siamo dei computer che si
ostinano ad andare avanti con un software vecchio millenni, e che è
ora di cambiarlo. E con urgenza, direi, cioè con la stessa velocità
con cui la nostra società vive i suoi mutamenti, battendo qualsiasi
altro periodo storico.
Vittoria Haziel tiene l'anfora con le allieve del Liceo
Artistico Cottini sullo scalone juvarriano di Palazzo Madama a
Torino.
Le ragazze studiano al Liceo Artistico «Cottini» e continuano a
parlare con me sedute su una panchina della vicina via Garibaldi
con un gelato in mano.
Convengono con me che le parole d'ordine siano «cambiare
l'imprinting», «deprogrammarsi e riprogrammarsi». Sanno che bisogna
fondare la relazione tra femmine e maschi su altre basi. Non su
sabbie mobili.
Per questo c'è bisogno della nostra generazione (quella parte che
di essa si salva, è ovvio) ma soprattutto di quella che si affaccia
sul palcoscenico che ancora trema (idem come sopra).
Sento una voce. Ma sì, è quella del mio Maestro, ormai diventato
anche vostro. Dice una frase profetica che tutti noi ci auguriamo
non si avveri mai, ma ve la riporto lo stesso, affinché almeno
possiamo temerla.
«Dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla
lussuria e rapina de' maschi... verrà tempo che bisognerà che padri
e parenti di esse fanciulle paghin di gran prezzi chi voglia
dormire con loro».
Che ne dite, pellegrini (da Vinci e non)?
Mettete anche voi un pensiero virtuale nell'anfora virtuale che
vedete qui riprodotta. E parlo soprattutto a noi donne, spesso
portatrici sane di maschilismo, anche se inconsapevoli. Non siamo
noi che dovremmo «svezzare" i figli»?
Dobbiamo riscrivere la storia. Non ci sono santi.
Davincianamente vostra
Vittoria Haziel
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«Vuoi mettere anche tu nell'anfora un
pensiero di maschio intelligente innamorato delle donne,
direttore?» - Mi ha chiesto Vittoria, prendendomi di
contropiede. |





























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