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Cosa resta del Festival? Poco o nulla – Di Maurizio Panizza

Molte parole, poco entusiasmo, nessuna certezza. L’unica cosa certa è che il Festival si è confermato una straordinaria vetrina per la promozione del Trentino

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Quello che è certo, al momento, è che l’undicesimo Festival dell’Economia di Trento - come i precedenti, del resto - è stato una grande passerella di uomini e donne illustri, ministri, giornalisti, premi Nobel, economisti, ecc, accorsi a Trento per svariati motivi: chi per sostenere ovviamente le proprie tesi, chi la propria immagine o il proprio partito, chi ancora per dare nuovi impulsi alle vendite dei propri libri.
Guardando invece in casa nostra, il Festival si è rivelato ancora una volta una straordinaria vetrina per la promozione del Trentino turistico e commerciale, il quale nella manifestazione mette da anni - tramite la Provincia, ovviamente - ingenti somme di capitali e di risorse umane.
In più, non c’è dubbio che la kermesse sia stata un’importante occasione di confronto, di ascolto e di riflessione su temi i più disparati, dai migranti alle politiche europee, dai conflitti all’esportazione della democrazia nel mondo.
 
Ma al di là di tutti questi ragionamenti, giunti ora alla conclusione del Festival dobbiamo com’è giusto porci una domanda: cosa può essere fatto per migliorare l’attuale situazione economica? In altre parole: dopo ore e ore di discorsi, esce qualcosa di veramente operativo e realizzabile? Insomma, in definitiva: chi può essere in grado di governare un processo così complesso come l’economia mondiale?
Semplicemente nessuno. Sì, proprio così, nessuno.
Infatti, se vogliamo citare un ospite prestigioso come Kaushik Basu (foto), vice presidente della Banca Mondiale, nessun soggetto oggi è in grado di dare risposte certe e univoche.
«In economia chi dice di avere una soluzione, mente – sostiene Basu. – Il vero dramma è la diseguaglianza sempre più profonda tra un 5% della popolazione mondiale clamorosamente ricco e il restante 95% che si sta impoverendo sempre di più.
«Le attuali migrazioni verso l'Europa non sono altro che il risultato di questo impoverimento globale.»
 
Ovvio, aggiungiamo noi, che poi molto dipende dai punti di vista.
Infatti se guardiamo da quello di certi ambienti dell’economia e della finanza mondiale, dietro alle migrazioni di milioni di profughi non ci sono altro che strategie di business fantastiche per i fiumi di denaro che esse portano nelle casse degli investitori. Sì perché dietro a tali fenomeni c’è sempre un motivo e una risposta.
Ad esempio: ci sono nel mondo situazioni di tensione, rivoluzioni e conflitti in atto? Nessun problema, si mandano laggiù i propri osservatori di pace e al contempo si portano al seguito pure i rappresentanti commerciali di industrie belliche, di armi, carri armati e aerei da guerra.
Si deve pur dare una mano a queste inermi popolazioni, no?
Ci sono territori ricchi di risorse naturali, ma poveri di tecnologie e di capitali locali?
Come non approfittare del business che ne può derivare?
Sempre da quel certo punto di vista, queste sono occasioni preziose e imperdibili.
E se poi magari si esagera nello sfruttamento indiscriminato, chissenefrega delle popolazioni locali. Anzi, le si aiuta in qualche modo ad andare via, ad attraversare deserti a mari per raggiungere una nuova terra promessa che si chiama Europa.
 
Perché, diciamoci la verità, in certi Paesi e per certi governi è una manna se le proprie popolazioni emigrano.
Del resto è successo anche da noi, seppur in modi diversi, prima durante e dopo il Fascismo, quando l’Italia non riusciva più a sfamare tutti i suoi figli.
E diciamola tutta: le guerre sono un vero e proprio affare per quelle banche e per quelle multinazionali che si occupano non solo di armi, ma anche di petrolio, di ricostruzione post-bellica, di coltivazioni intensive e di molto altro ancora.
Sono macro aree economiche eticamente riprovevoli, certamente, ma talmente importanti da poter influenzare la stessa economia mondiale.
 
E dunque, dopo tante «visioni» spesso molto fumose quanto pessimistiche che il Festival ha abbozzato, cosa resta nel piatto?
Quali sono le domande concrete che i comuni cittadini debbono porsi e, se possibile, quali le risposte che si possono dare?
Forse l’approccio sarà semplicistico rispetto ad un problema così complesso, tuttavia qualcosa è possibile fare.
Per primo è legittimo chiedersi, ad esempio, quanto sia presente da noi l’intreccio fra questo tipo di economia mondiale e la politica nazionale e quanti dei nostri rappresentanti eletti possano suscitare il dubbio che siano portatori di interessi di lobby anziché di valori collettivi.
Impresa difficile, per davvero, ma non sempre è impossibile smascherare gli ipocriti.
 
Gli elettori, poi, possono essere più attenti a quanto accade nel mondo e acquisire almeno un minimo di conoscenza sui temi economici nazionali e su quelli internazionali.
Il Festival, in tal senso, aiuta.
Infine, possono scegliere, attraverso un voto consapevole, una classe dirigente che non necessariamente debba essere super-esperta dal punto di vista economico, basta - questo sì - che personalmente e politicamente sia super-onesta di pensiero e di azione.
Cosa, purtroppo, sempre più rara oggigiorno.

 
Maurizio Panizza
© Il Cronista della Storia

maurizio@panizza.tn.it

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