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Sei anni fa l'Adigetto.it partiva per l’Afghanistan – Quarta parte

Il contrasto di uno scontro a fuoco notturno sotto il suggestivo cielo stellato del'Asia

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(Vedi puntata precedente)
 
La permanenza al distaccamento sperduto fra le alture lontane dalla Zeerko Valley è stata una dura esperienza.
Un po’ tutta la sistemazione logistica era a dir poco spartana, dove l’unica cosa moderna e funzionale erano gli Hesco Bastion messi all’intero perimetro del posto avanzato.
I servizi igienici erano del tutto inadeguati per dei soldati che contano nelle loro fila anche delle donne. In Afghanistan il 6% dei nostri militari sono soldatesse. Il loro apporto è fondamentale, soprattutto perché la presenza femminile nei reparti è un punto di riferimento per quello che si può o si deve fare in termini etici. In quel distaccamento la convivenza di genere era frutto del buonsenso.


Pronti per uscire.
 
La cucina era funzionale e i rifornimenti puntuali, anche se si trattava di alimenti preconfezionati. I lavori in cucina li facevano i maschi.
La camerata era un «piccolo stanzone» con un buco in mezzo al soffitto per consentire il cambio dell’aria. Si dormiva nei sacchi a pelo su delle brandine che servivano a tenerli sollevati da terra. Delle piccole tendine da campeggio costituivano le loro camere da letto.
Faceva un gran freddo e sarebbe stata necessaria una stufa. Feci fatica a dormire.
La guarnigione era formata da soldati italiani e americani. I compiti erano gli stessi, le modalità operative diverse. Tra i mezzi degli americani c’erano anche dei quad.
L’atmosfera che si respirava nel distaccamento era quella del «Deserto dei Tartari»: in ogni momento era possibile un attacco dall’esterno, che il più delle volte arrivava con qualche colpo sparato da cecchini.
L’uscita in notturna cui ho partecipato fu però la più emozionante dell’intera missione in Afghanistan.
 

Le tendine da campeggio in camerata con il mitragliatore a portata di mano.
 
Uscimmo con quattro Linci sul tardi e ci portammo da qualche parte della pietraia desertica. II mezzi avevano i GPS e, oltre a noi, conoscevano sempre in tempo reale la nostra posizione sia nel distaccamento che a Shindand, sia a Herat che a Roma.
Io avevo perso l’orientamento perché si era usciti a fari spenti e l’unica luce era quella delle stelle e della luna. Per i visori notturni era sufficiente quella luminosità.
Dopo un’ora ci fermammo in un’altura e le Linci si disposero a caravanserraglio come le carovane del west. Qualcuno uscì in perlustrazione e dopo aver ispezionato la zona mi autorizzarono a uscire.
Era uno spettacolo. Il cielo dell’Asia di notte è qualcosa di stupendo, emozionante, in netto contrasto con l’altura desertica in cui ci eravamo sistemati.
Alzai gli occhi al cielo e mi domandai se Giacomo Leopardi, che aveva scritto la poesia il «Canto notturno di un pastore errante dell'Asia» avesse davvero potuto immaginare quello spettacolo.
Mentre guardavo la volta stellata, vidi una stella cadente sfrecciare per un secondo o due. Ricordando che in queste occasioni si deve esprimere un desiderio. Chiesi che finisse quella incomprensibile guerra.
- Direttore – disse il capitano, interrompendo i miei sogni. – Devo chiederle di entrare nel Lince finché non abbiamo stabilito che essere vivente si sta avvicinando.»


Foto notturna.
 
Era solo un cane. Ce ne sono tanti nel deserto e sono affamati. Dopo un po’ mi fecero uscire nuovamente con loro. Mi diedero un visore notturno per mostrarmi come si può vedere di notte con la tecnologia militare. Poi mi fecero guardare con un visore a infrarossi.
Il primo funziona aumentando a dismisura la poca luce delle stelle, il secondo rileva solo le fonti di calore. Poiché il raffreddamento della superficie non è uniforme, con l’infrarosso si potevano a distinguere anche i dettagli.
D’un tratto mi presero l’attrezzatura notturna e si misero a guardare all’orizzonte. Io presi allora il mio comunissimo binocolo e guardai nella loro stessa direzione.
Cominciai a vedere le scie di proiettili traccianti che da destra si alzavano sulla sinistra a 30 gradi. Dopo un po’ vidi arrivare degli elicotteri, che riconobbi solo grazie alle luci di posizione. Questi caccia rispondevano al fuoco. Eravamo abbastanza lontani da non sentire un solo rumore, ma la scena era davvero carica di tensione. Degli uomini stavano sparando ad altri uomini, tutti cercando di sopravvivere e di «neutralizzare la minaccia», come si dice in gergo militare.
Gli ufficiali che erano con noi informavano in diretta probabilmente sia la sala operativa di Shindand che quella del distaccamento di ciò che stavamo vendendo.
Non ricordo quanto durò quel combattimento, ma ad un certo punto tornammo alla base.
 

Foto notturna.
 
L’indomani tornammo a Shindand. Salutai il colonnello Coradello e la sera partii in elicottero per Herat. Anche quel volo fu un’avventura.
Si trattava di due Black Hawk americani, nei teatri di guerra i mezzi devono essere sempre almeno in due. Fui fatto salire sul primo e venni legato con una serie di cinture di sicurezza. Con me c’erano soldati americani e italiani sfiniti. Due sarebbero andati in licenza, gli altri erano solo in trasferimento.
Quando fummo tutti pronti, le due aviatrici americane che ci avevano sistemati si portarono ai loro sedili, sui lati di destra e di sinistra dei portelloni, che non vennero chiusi. Quando il comandante diede il via, si misero i visori notturni e alzarono le mitragliere.
A luci spente ci alzammo in viaggio e, a tutta velocità ci portarono a Herat col volo tattico, cioè seguendo l’andamento del terreno.
Con i portelloni aperti, ci trovavamo ad avere un getto d’aria calda in mezzo al gruppo e l’aria gelida dai lati. Ma nessuno si lamentò.
Arrivammo a Herat e io venni portato nella mia camerata. Mi addormentai subito.
 
G. de Mozzi
(Continua)


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