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Luigi Di Maio e la Batracomiomachia dei Paralipomeni

«Stop alla pubblicità delle aziende di Stato ai giornali e taglio ai contributi»

Luigi Di Maio, ma un po’ tutto il Movimento 5 Stelle con Crimi in testa, ha dichiarato guerra ai giornali. Una guerra che noi paragoniamo alla «Batracomiomachia dei Paralipomeni» di Giacomo Leopardi, che è divenuta sinonimo di contesa inutile e ridicola, nata in un ambiente caratterizzato da una certa ignoranza di fondo.
Il vicepremier continua ad accusare gli editori di voler screditare il suo partito e oggi ha accusato in un post su Facebook Repubblica di avere divulgato una fake news.
Già che c’era, dato che al taglio dei contributi stanno già lavorando, ha invitato le società di stato a non dare più pubblicità ai giornali.
In proposito, le questioni che vogliamo sollevare sono tre. La prima sta nel concetto delle fake news, la seconda nell’utilizzo di comodo dei sondaggi, la terza nel ruolo della pubblicità.
 
Il M5S, come si sa, si affida quasi totalmente a Internet. Usa i social per comunicare e per raccogliere sondaggi.
Un presidente del Consiglio che comunica al popolo con un messaggino su Twitter è volgare. Sappiamo che Conte non è un 5 Stelle, ma è per metà espressione di Di Maio. E sappiamo che è in buona compagnia, dato che anche Trump preferisce il tweet ai comunicati stampa.
In tutti i casi, la preferenza del messaggino al comunciato sta a indicare la scarsa considerazione che i vertici del paese hanno nei confronti della più alta espressione della libertà, che è la stampa. Con l’aggravante che, anziché trovare il giusto dialogo, si passa alla «Batracomiomachia dei Paralipomeni».
In questa faccenda i Pentastellati dimenticano che i giornali hanno tanto di editore e di direttore responsabile, con o contro i quali può agire o interagire in mille modi corretti e ammissibili.
I social invece sono estremamente pazienti, perché prendono tutto quello che la gente vuole scrivere. E se vuoi lamentarti per le fake news sui social non si sa con chi prendersela perché si tratta di bacheche virtuali: così è se vi pare.
 
Per quanto riguarda i sondaggi, che i Cinque Stelle hanno sposato come massima espressione della volontà popolare, cerchiamo di spiegare che non hanno alcun valore.
Qualsiasi sondaggio è significativo solo se la metodologia è corretta. La scelta del campione, per esempio, è l’operazione più delicata perché il risultato deve essere rappresentativo dell’universo di estrazione.
Chiedere alla Rete di esprimersi su un certo argomento è del tutto inutile, dato che è l’espressione esclusiva del campione che ha voluto rispondere. Il quale solitamente non c’entra per nulla con la realtà stratificata del paese.
Ovviamente l’idea di eleggere i parlamentari tramite la rete è stata esclusivamente un’iperbole retorica, che però qualcuno ha spudoratamente avanzato.
 
La terza questione riguarda l’utilizzo della Pubblicità.
Pare impossibile doverlo spiegare, ma proviamo a dirlo una volta per tutte: la pubblicità non è nata per dare soldi ai giornali, ma perché serve agli utenti per comunicare con la audience dei media.
Può servire per nutrire un’immagine, per ottenere un comportamento, per vendere un prodotto, per far conoscere una legge e quant’altro.
Ciò premesso, caro vicepremier, si vieta la pubblicità se non serve, non per fare un dispetto ai giornali.
Vietarla se serve, prima ancora che divenire attentato alla libertà di stampa (punire chi non la pensa come te), è un errore economico.
Il concetto era stato superato già negli anni Settanta, ma vediamo che la Batracomiomachia dei Paralipomeni appare e scompare come con la regolarità di un fiume carsico.

Guido de Mozzi

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