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Welfare trentino/ 3 – «Il Trentino elemento di stimolo per l’intero paese»

L'intervento del direttore scientifico dell'IRS, Emanuele Ranci Ortigosa

«Il Trentino è una delle realtà che si stanno muovendo in modo più positivo riguardo alla sfida del welfare  e quindi può essere elemento di stimolo per l’intero paese.»
Così Emanuele Ranci Ortigosa, direttore scientifico dell'IRS, l'Istituto per la Ricerca Sociale e direttore di «Prospettive Sociali e Sanitarie» ha chiuso il suo intervento - il terzo oggi in programma - agli stati generali del welfare trentino in corso alla sala della Cooperazione di Trento.
 
Il welfare - ha esordito Ranci Ortigosa - ha due dimensioni.
«I diritti di cittadinanza che si sono venuti affermando negli anni e i livelli di assistenza, livelli che vanno comunque assicurati. Welfare non vuol dire limitarsi a tutelare questi requisiti essenziali, ma è un concetto più ampio che riguarda la tenuta sociale, riguarda la società nel suo insieme, riguarda anche le politiche di prevenzione. In Italia non c’è nessuna riforma sul welfare, c’è la legge 328 del 2000 (Legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) che ha avviato un percorso di riforma che è quella della programmazione locale dei servizi. L'Italia è toccata da molte trasformazioni: minor natalità, più anziani, famiglie più piccole e meno stabili, parecchie famiglie con un solo genitore, crescente presenza di immigrati, poca occupazione femminile e giovanile, una profonda divisione anche in questo fra nord e sud. In più l'Italia subisce accelerazioni notevoli: il fenomeno dell’immigrazione è stato molto più veloce rispetto agli altri paesi, così per l’invecchiamento, il che apporta ulteriori difficoltà.»
 
Altri dati forniti dal direttore dell'IRS.
«L'incidenza della povertà relativa in Italia è all'11%, mentre la povertà assoluta è tra il 4,1 e il 4,6% perché i redditi non sono cresciuti e dunque abbiamo un impoverimento crescente. Abbiamo anche un indice crescente di famiglie con una persona sola che lavora, il 10%, mentre gli altri sono al 6%. Inoltre particolarmente accentuato nel nostro paese è anche l’elemento della diseguaglianza che permane anche fra le famiglie. E negli anni ’90 la nostra diseguaglianza si è andata accentuando fra i paesi Ocse e non si è ridotta. E a tutto questo le risposte delle nostre politiche sono particolarmente inadeguate. Abbiamo un sistema che non è mai stati riformato che non ha un approccio universalistico alla situazione. L’impatto della spesa sociale sulle povertà è molto basso, attorno al 20%, perché ci sono tante misure frammentate e la spesa non è elevata, gli altri paesi riescono ad incidere molto di più. Anche per i servizi agli anziani l’Italia, rispetto agli altri Paesi, è molto carente e il 47,8% sono ancora pagati dalle famiglie. Così il paradosso è che il  nostro welfare non è familiare, ma scarica gli oneri sulle famiglie. La spesa per la protezione sociale diminuisce in rapporto al Pil mentre va detto che in Trentino la spesa sociale pro capite è fra le più elevate del nostro paese.»
 
Dunque, se il welfare in Italia è un settore critico e marginale, che fare? Così ha concluso il suo intervento Emanuele Ranci Ortigosa.
«Abbiamo poche risorse e spese male. Dunque il primo problema è quello di rendere più efficace il nostro intervento. La spesa per assistenza sociale nel 2010 ammonta a quasi 62 miliardi di euro, il 4% del pil, ma è frammentata. Bisogna invece analizzare il bisogno per capire di cosa c’è effettivamente bisogno, per fare questo dobbiamo decentrare le risorse per avvicinarci al bisogno, dobbiamo decentrare funzioni e risorse sul territorio e ottimizzare il sistema istituzionale di governo delle politiche sociali perché il territorio deve essere preparato a gestirle, quindi fare un federalismo del welfare, che è quello che dice la costituzione, ovvero assegnarli ai territori e non gestirli come Stato, come fate qui che li assegnate alle Comunità, perché i Comuni sono troppo piccoli per gestirli. Come dimenticare poi che in Italia il 34% degli assegni familiari e il 24% delle pensioni e degli assegni sociali vanno a famiglie con redditi medi e addirittura alle famiglie ricche? Questo non è accettabile, bisogna chiedere una compartecipazione al reddito per le famiglie che possono permetterselo. Per contrastare la povertà bisogno introdurre un reddito minimo di attivazione, che sia una politica non solo di sostegno ma appunto di attivazione, di inserimento. Questo si può fare a costo zero riorganizzando le risorse, salvo per la non autosufficienza che nel tempo richiederà risorse aggiuntive. Ecco quindi una proposta di riforma che punti ad ottimizzare e integrare il sistema dei servizi pubblici e privati sul territorio, garantisca diritti e livelli di servizio, contribuisca allo sviluppo visto che il welfare è anche opportunità di crescita.»

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