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Tema: «Il Trentino e le ragioni del moderno»

Giovedì 19 settembre alla FBK un dibattito con Giorgio Casagranda, Marcello Farina, Fulvio Zuelli e Maurizio Cau moderato da Franco De Battaglia

Come ha affrontato la modernizzazione il Trentino? E come affronta oggi la crisi?
Su questi interrogativi dialogheranno Giorgio Casagranda (Provincia autonoma di Trento), Marcello Farina (Università di Trento), Fulvio Zuelli (Università di Trento) e Maurizio Cau (FBK-Isig) in occasione dell’incontro moderato dal giornalista Franco De Battaglia (L’Adige) e organizzato a Trento (via S. Croce, 77) per giovedì 19 settembre alle 18.00 dall’Istituto storico italo-germanico della Fondazione Bruno Kessler.
L’appuntamento, aperto alla cittadinanza, si inserisce nell’ambito della Settimana di Studio dell’ISIG dedicata al tema «Le ragioni del moderno», in programma dal 17 al 20 settembre alla Fondazione Bruno Kessler di Trento.
 
Si ripropone quest’anno la piccola innovazione inaugurata nella passata edizione delle tradizionali «Settimane di Studio» dell’Istituto Storico Italo-Germanico: affiancare al normale svolgimento dei lavori legati all’approfondimento della ricerca scientifica una occasione di riflessione sui temi oggetto di studio, ma con una declinazione mirata al coinvolgimento della realtà geografica in cui l’Istituto è radicato e dunque offerta, come si usa dire, anche alla fruizione di un largo pubblico.
Dunque quest’anno il tema delle «ragioni del moderno», affrontato durante la 54ª Settimana di Studio nella sua complessità storica di lungo periodo da un panel di studiosi internazionali che affiancano i loro contributi ai lavori dei ricercatori dell’Isig, porta a riflettere su cosa abbia rappresentato per il Trentino quella che banalmente si definisce la «modernizzazione».
 
Troppo facile ricordare gli aspetti più eclatanti di questo percorso: il passaggio da una vasta economia rurale poco più che di sussistenza ad una economia del benessere, in cui agricoltura, turismo, ma anche una buona dose di terziarizzazione indotta dalla politica hanno originato, si può ben dirlo, ricchezza.
Tuttavia non è principalmente su questo versante già piuttosto noto che l’Isig ha voluto promuovere una riflessione, bensì su un aspetto che forse oggi si tende a sottovalutare: la grande trasformazione di mentalità, di culture, di percezioni dell’identità che questo sviluppo ha portato.
 
Il Trentino è divenuto sede di un Ateneo che in una storia che va ormai oltre il mezzo secolo ha scalato posizioni ed è andato, possiamo dirlo, al di là delle stesse aspettative di una parte almeno dei fondatori: non una sede periferica pur di buona qualità, ma un Ateneo che vuole competere per le posizioni di eccellenza.
Poi abbiamo l’ampia trasformazione delle culture. In un’epoca che rapidamente è stata dominata dalla rivoluzione nelle comunicazioni concetti come periferia, isolamento geografico, marginalità delle esperienze, sono diventati ferri vecchi.
Di qui una certa secolarizzazione delle identità a cui come risultato delle paure indotte dalla trasformazione risponde peraltro, quasi come effetto di rimbalzo, il ritorno al mito di un immaginario buon tempo antico, autarchico e incontaminato dai travagli presenti.
 
A discutere di queste complessità sono stati chiamati dei protagonisti e degli osservatori attenti di questo percorso, ma anche della sua crisi attuale.
A stimolare e guidare la riflessione ci sarà Franco De Battaglia, noto animatore da molto tempo del dibattito pubblico trentino con le sue apprezzate rubriche sui giornali.
Si confronterà con Giorgio Casagranda, presidente del Centro Servizi Volontariato della PAT, Fabio Zuelli, ex rettore dell’università di Trento che ha vissuto e guidato la fase di pieno decollo dell’Ateneo, e con il prof. Marcello Farina, che tante volte ha proposto una specie di «filosofia del quotidiano» radicata anche nelle esperienze di questa regione.
Infine non poteva mancare lo sguardo di un giovane ricercatore dell’Isig, Maurizio Cau, che testimonia la sensibilità di generazioni che sono venute alla ribalta già con in mano le chiavi di quella che abbiamo chiamato l’età dell’oro, ma che oggi debbono interrogarsi sul venir meno delle antiche tranquillità a fronte di una trasformazione che ha ripreso a camminare non si sa verso dove.

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