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I Natali della nostra infanzia – Di Flavio Panizza

Da un libro emozionante, ecco come passavano il Natale i nostri nonni: certamente meno consumistico ma non meno importante di oggi

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Cartolina degli anni Venti.

Flavio Panizza, di Volano in Val Lagarina, è coautore assieme al figlio Maurizio del volume «Antiche strade», Edizioni Osiride, Rovereto, 2011.
Con 240 pagine e circa 150 fotografie d’epoca, il libro – lo si legge nel sottotitolo – «narra di storie, luoghi, tradizioni e personaggi del Trentino che rischiano di scomparire per sempre».
È possibile ordinario nelle migliori librerie, oppure direttamente alla casa editrice a questo link.

L’anno successivo alla pubblicazione, Flavio Panizza è scomparso all’età di 90 anni.

Anche allora l’albero non mancava mai e neppure il presepio. Di solito gli alberi di Natale erano cime di abete recuperati per tempo in montagna dal taglio di grosse piante.
Non raramente accadeva, tuttavia, che qualcuno tagliasse nel bosco un giovane abete portandoselo a casa di notte per evitare severe multe da parte del guardaboschi.
La vigilia di Natale, i più piccoli venivano messi a letto presto, non prima però di avere lasciato sul davanzale della finestra il piatto con il sale per l’asinello del Bambinel.
 
Quindi il più grande aiutava la mamma a sistemare sull’albero, legati con un filo, i biscotti fatti assieme le sere precedenti.
La ricetta: impasto di farina, latte, uova, zucchero (poco), lievito, il tutto ben amalgamato.
Quindi sulla sfoglia di pasta si ritagliavano i biscotti usando un bicchiere come stampo, poi, con un ditale, si faceva il foro nel mezzo e si infornava.
 
Oltre ai biscotti, sull’albero si poteva appendere la carobola (carruba) e qualche mandarino.
Per dare un tocco di colore, qua e là venivano disposte delle candeline infilate in mollette agganciate ai rami dell’abete e con il medesimo sistema qualche uccellino di vetro colorato, sottilissimo, con coda e penne vere, variopinte.
C’erano pure le bocce, anche queste di vetro (la plastica ancora non esisteva), che nonostante la massima cura, talvolta cadevano di mano frantumandosi in mille pezzi.
 

 
Sotto l’albero, o lì vicino, di solito c’era anche un piccolo presepio con personaggi in cartapesta colorata e pecore in legno ricoperte di cotone bianco, con delle buffe zampe che sembravano quasi dei fiammiferi.
Ricordo che anche a scuola si faceva il presepio. Infatti, prima che arrivasse la neve (notevolmente abbondante in quegli anni), il maestro ci sollecitava ad andare a raccogliere il muschio per poi tenerlo a casa in un luogo fresco.
Poco prima del Natale si allestiva così il presepio in classe con il contributo di quei ragazzi che potevano portare da casa dei loro personaggi.
Il maestro, diligentemente, annotava accanto al nome di coloro che li avevano forniti, a uno a uno i vari personaggi che sarebbero stati restituiti dopo l’Epifania.
 
Per quanto riguarda i doni, chiaramente molto dipendeva dalle condizioni economiche della famiglia.
In genere, nel periodo fra le due guerre i redditi erano quelli di sussistenza, derivanti da un piccolo campo (di proprietà o a mezzadria) e dalla vendita di quel poco che esso produceva oppure dal latte venduto nelle case del paese o a Rovereto.
Sempre, comunque, redditi più vicini alla miseria che non al benessere.
Ciò nonostante i nostri genitori, assieme alla preparazione religiosa molto sentita, cercavano per il Natale di fare uno sforzo affinché per tutti noi ci fosse qualcosa.
 

 
I doni erano per lo più maglie di lana fatte in casa oppure commissionate alla maglierista locale, Livia Zambelli, la quale, se ben ricordo, fu la prima a Volano a possedere una macchina per maglieria.
Sotto all’albero poteva esserci anche un berretto in lana (con o senza la mazocola, il pon pon), calze lunghe e guanti fatti dalla nonna.
In qualche raro caso, si poteva trovare un modesto cappottino che, immancabilmente, sarebbe poi passato negli anni successivi ai fratelli più piccoli.
Per questi ultimi – se possibile – non mancava qualche gioco: per i maschietti un cavalluccio in legno o di cartapesta dipinto a mano e talvolta provvisto di piccole ruote così fragili che – come si usava dire – non duravano che da Natale a Santo Stefano; per le bambine una bambola di pezza e qualche vestitino fatto dopo cena dalla mamma.
 
L’abete dentro casa emanava l’inconfondibile odore della resina e già questo bastava per introdurti nel magico clima natalizio.
Di solito l’albero veniva sistemato in un angolo della stua (da stube, in tedesco).
Questo locale, riscaldato da una stufa a legna fatta artigianalmente dal nonno con mattoni refrattari, era il luogo “sociale” della casa in cui noi ragazzi si studiava, dove la mamma e la nonna sferruzzavano e dove gli adulti in genere parlavano delle cose di tutti i giorni.
Era nostro compito andare a prendere la legna e alimentare la stufa che, una volta ben riscaldata, manteneva per ore la stanza accogliente.
 

 
In preparazione al Natale era obbligo partecipare alla Novena, la funzione religiosa dell’Avvento.
A quell’epoca - parlo degli anni Venti e Trenta - la Messa di mezzanotte non veniva ancora celebrata e dunque, dopo essere andati a dormire di buon’ora - come sempre verso le 21, massimo le 21.30 (non c’era ovviamente la televisione e la luce elettrica costava cara) - ci si alzava presto, ansiosi di vedere cosa aveva portato Gesù Bambino.
Oltre ai giochi già ricordati, in alternativa - se andava bene - potevi trovare una feratela (locomotiva di latta) con il vagoncino del carbone.
Funzionava a molla e spesso accadeva, nella medesima giornata, che la molla saltava e allora… pianti a non finire.
Oppure un fuciletto e una scatola di capete (spari a salve), con cui si “combatteva” per qualche ora, sino all’ultima… cartuccia.
Altro regalo poteva essere un’armonica a bocca o un’ocarina in terracotta con le quali - chi conosceva un po’ la musica - era in grado di suonare qualche motivetto allora in voga.
Per inciso, nessun regalo veniva scambiato fra marito e moglie e fra gli adulti più in generale.
 
I nonni o gli zii, ai quali si andava ad augurare «Bon Nadal» - e una settimana dopo, pure «Bon am, la bona mam a mi», (trad. Buon Anno, la buona mano, cioè la mancia, a me) - non mancavano mai di regalarci qualche monetina.
Spesso per andarli a trovare ci si doveva avviare per strade silenziose e innevate lungo le quali non passavano automobili se non molto raramente.
Infatti in quegli anni a Natale, generalmente c’era già molta neve e appunto per questo la slitta era uno di quei pochi divertimenti ai quali noi ragazzi non si poteva né si voleva rinunciare.
Anche la slitta (a due posti, oppure il careghim, piccolo slittino) veniva annoverata fra i regali più ambìti.
Chi poteva permetterselo, ne riceveva una acquistata in città, altrimenti più spesso la slitta o lo slittino era l’opera artigianale del papà o del nonno, realizzata con materiali di recupero nelle settimane precedenti.
Così, ognuno trainando il proprio mezzo ci si radunava alla pontéra (ripida salita) delle Volpere oppure ancora più su, verso Saltaria, al Pralonc, dove in gruppo ci si sfidava in velocità per poi risalire il pendio per un’infinità di volte, tornando a casa al tramonto, fradici, ma contenti per la giornata passata insieme.

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