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80 anni fa l’attacco giapponese alla base di Pearl Harbour

Morirono 2.403 americani e 1.247 furono feriti. Vennero affondate 5 corazzate e 3 danneggiate. Furono distrutti 188 aerei e 155 danneggiati. Morirono 64 giapponesi

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La Corazzata Arizona colpita sta affondando.

All’alba di 80 anni fa, una forza aeronavale giapponese composta da 6 portaerei, 2 corazzate, 2 incrociatori pesanti, 1 incrociatore leggero, 9 cacciatorpediniere, 8 navi cisterna, 23 sommergibili, 5 sommergibili tascabili e 389 aerei, attaccò la base aeronavale USA di Pearl Harbour, nell’isola di Oahu, nell’arcipelago delle Hawaii.
Come si sa, per errore l’attacco avvenne poche ore prima della dichiarazione di guerra, anziché in contemporanea, e questo scatenò l’ira e l’indignazione degli statunitensi. Il presidente Franklin Delano Roosevelt definì, nel suo discorso alla nazione, come «Day of infamy» ("giorno dell'infamia").
Anche la storia ha registrato l’attacco di Pearl Harbour come un’infamia. Con la cultura di oggi, nessuna guerra può trovare giustificazione, ma forse è bene ricordare quali furono le cause che hanno portato il Giappone a dichiarare guerra agli Stati Uniti.
 
L’Impero del Sol Levante aveva sviluppato la propria economia portandosi ai massimi livelli mondiali, alla pari dei paesi Occidentali. Però aveva bisogno di rifornirsi di materie prime e di petrolio.
Avviò allora la propria espansione nei vicini paesi continentali. Iniziò nel 1931 con l’occupazione della Manciuria e proseguì pian piano la sua espansione in tutte le terre del Pacifico.
Gli Stati Uniti trovarono pericolosa tale espansione giapponese, sia perché avveniva con l’impiego delle forze armate, sia perché nelle terre di occupazione trattava i nativi come uomini «inferiori», sia perché – trovandosi sulla stessa linea politica delle potenze di Mussolini e Hitler – rappresentavano un pericolo sempre maggiore.
Ad un certo punto, per bloccare l’espansione imperialistica nipponica, gli USA decretarono l’embargo su tutti i prodotti petroliferi, sui metalli e su altre merci strategiche, nonché il congelamento di tutti i beni giapponesi nel proprio territorio.
Furono seguiti dalla Gran Bretagna, vietando inoltre alle imbarcazioni giapponesi il transito attraverso il canale di Panama.
L'embargo petrolifero fu rigidamente rispettato, mettendo in grave crisi la potenza economica giapponese.
 
Il governo giapponese chiese ai vertici militari di studiare la situazione. Se un’iniziativa militare avesse potuto rappresentare ampi margini di successo, la guerra sarebbe stata dichiarata.
Gli ammiragli Chūichi Nagumo e Isoroku Yamamoto progettarono l’attacco a Pearl Harbour e lo sottoposero al Capo del Governo Tojo.
Il progetto consisteva nella distruzione della base aeronavale americana con l’affondamento della flotta. Gli USA, trovandosi completamente priva di una forza navale, avrebbe dovuto accettare di sedersi al tavolo della pace e accettare le richieste giapponesi.
Per riuscirci, erano necessarie due condizioni: la sorpresa più assoluta e la concentrazione della flotta nel porto di Pearl Harbour. Non appena fosse stata localizzata l’intera flotta raggruppata nella base hawaiana, la forza giapponese avrebbe scatenato il più grande attacco mai avvenuto fino a quel momento.
Tojo accettò e autorizzò gli ammiragli a dirigere la flotta verso sud. Non appena verificata la presenza delle grandi navi nel porto, l’Ambasciatore giapponese a Washington avrebbe dovuto portare la dichiarazione di guerra al Presidente degli Stati Uniti. L’attacco sarebbe dovuto iniziare a quella stessa ora. La sorpresa sarebbe stata totale. La vittoria assoluta.
 

Le rotte di andata e ritorno delle flotte giapponesi.
 
Come si sa, le operazioni militari non vanno mai come vengono progettate, ma i giapponesi ci andarono vicino.
A fine di novembre, con le flotte ormai sulla rotta per le Hawaii, i ricognitori giapponesi rilevarono la presenza di 10 corazzate e quattro portaerei. La macchina da guerra venne avviata e nessuno l’avrebbe più fermata.
E non fu fermata neanche quando, la vigilia dell’attacco, i ricognitori registrarono l’uscita delle quattro portaerei dalla base di Pearl Harbour. Fermarsi a quel punto per i giapponesi significava scoprire il proprio gioco e l’occasione non si sarebbe più ripetuta.
Fu dato l’ordine di attaccare. Tora Tora Tora.
 
Quelle portaerei americane che avevano preso il largo, non furono un colpo di fortuna. Anche i vertici della Marina americana sapevano quanto fosse pericoloso concentrare un’intera flotta in un unico punto, per cui diedero l’ordine di farle uscire in missione di addestramento.
Le malelingue dicono che l’uscita delle portaerei fu decisa perché a Washington «erano al corrente» del piano giapponese. L’attacco proditorio avrebbe fatto comodo alla Casa Bianca per ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica americana nell’entrata in guerra contro le forze dell’Asse.
Non avrebbero mai pensato a un disastro come quello che poi avvenne il 7 dicembre.
Ma questo non è mai stato provato. E fosse anche vero, non verrebbe mai svelato un piano che acconsentiva la morte di tanti soldati americani
 

 
La flotta destinata all'attacco di Pearl Harbor era costituita da due divisioni navali: la forza di attacco e quella di scorta.
La prima, agli ordini del viceammiraglio Chūichi Nagumo, consisteva nelle sei portaerei Akagi (nave ammiraglia), Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku, con a bordo un totale di 389 velivoli tra bombardieri d'alta quota, bombardieri in picchiata, aerosiluranti e caccia, oltre a vari ricognitori: 350 apparecchi furono destinati all'incursione vera e propria, mentre 39 ebbero l'incarico di riserva e protezione delle portaerei, con schedulazione di pattugliamenti che avrebbero dovuto coprire la squadra navale in caso di contrattacchi delle forze statunitensi.
Quella di scorta era composta da due corazzate, due incrociatori pesanti, nove cacciatorpediniere, tre sommergibili e otto navi cisterna per il rifornimento delle due flotte in mare.
Inoltre una flotta di sommergibili (fra i quali cinque tascabili), al comando del viceammiraglio Mitsumi Shimizu e accompagnata da altre navi-appoggio, avrebbe dovuto portare un attacco supplementare destinato ad affondare le navi statunitensi che fossero riuscite a prendere il largo e comunque ad aumentare il disorientamento provocato dall'attacco aereo.
 
Le forze statunitensi nelle Hawaii erano affidate all'ammiraglio Husband Kimmel, nuovo comandante della flotta del Pacifico dopo il ritiro di Richardson per contrasti con il presidente il 1º febbraio 1941, e al generale Walter Short, comandante delle forze terrestri nelle isole, comprese le formazioni aeree dell'esercito (guidate dal generale Frederick Martin).
Il dispositivo difensivo statunitense sembrava in grado di fronteggiare qualsiasi minaccia nemica: l'United States Army disponeva nell'arcipelago di 43.000 soldati organizzati in due divisioni di fanteria, la 24ª e 25ª. Complessivamente la flotta del Pacifico era costituita da 127 navi di tutti i tipi, di cui 96 erano alla fonda a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941.
L'USAAF disponeva di 50 bombardieri leggeri e medi, 12 bombardieri pesanti, 13 ricognitori e 152 caccia; le forze aeree della marina e dei Marine, schierate nelle basi di Kaneohe, Ewa e Ford, comprendevano 69 idrovolanti, 11 caccia e 30 bombardieri/aerosiluranti.
 

I due attacchi giapponesi.
 
Alle ore 07:02 gli aerei della prima ondata furono avvistati dalla postazione radar di Opana Point (l'unica attiva delle nove installate sull'isola) dove il soldato Elliot si stava addestrando sotto la supervisione del soldato addestratore Lockard.
I due radaristi alle 7:15 avvisarono il centro di Fort Shafter dove la comunicazione fu passata al tenente pilota Kermit A. Tyler. Questi, privo di solida esperienza, ritenne che dovesse trattarsi di un gruppo di bombardieri statunitensi B-17 il cui arrivo era atteso a breve e quindi fece rassicurare i due addetti al radar che avevano effettuato il rilevamento dal centralinista di turno che tacitò le preoccupazioni dei due con la semplice frase: «Don't worry about it».
Il volo della formazione d'attacco giapponese, dopo qualche difficoltà a causa della fitta coltre di nuvole a 2.000 metri di quota, fu rapido e gli aerei, favoriti da un forte vento di coda, raggiunsero la costa settentrionale di Oahu con circa 30 minuti di anticipo.
La formazione giapponese volava con i bombardieri a quota 3000 metri, a destra più in basso gli aerosiluranti, sulla sinistra in alto i bombardieri in picchiata e ancora più in alto a 5.000 metri di quota i caccia Zero di scorta.

Alle ore 07:30 i piloti giapponesi giunsero sopra Oahu, quasi libera da nuvole, e il capitano di corvetta Fuchida decise di attuare il piano dell'attacco a sorpresa che prevedeva l'intervento iniziale degli aerosiluranti contro le navi, lanciando alle ore 07:40 un candelotto fumogeno che era il segnale concordato; quindi gli aerosiluranti iniziarono a calare a livello dell'acqua, i bombardieri in picchiata salirono a 4.000 metri e i bombardieri convenzionali scesero a 1.000 metri di quota.
I caccia Zero non videro però il segnale e Fuchida dovette quindi lanciare un secondo candelotto fumogeno che finalmente fu notato dal comandante dei caccia della Soryu, tenente di vascello Masaharu Suganami.
Gli Zero scesero in picchiata ma, interpretando erroneamente il secondo fumogeno, anche i bombardieri in picchiata del capitano di vascello Takahashi entrarono subito in azione, creando una certa confusione con gli aerosiluranti.
 

 
I primi attacchi giapponesi, sferrati alle ore 07:50 dai bombardieri Aichi D3A1 Val del capitano di corvetta Takahashi divisi in due gruppi, colsero completamente di sorpresa il nemico, i cui aerei erano tutti allineati allo scoperto sulle piste di volo senza alcuna protezione.
Il comandante della base, colonnello William Flood, fin dal 27 novembre aveva evidenziato il pericolo di una simile disposizione ma il generale Short, preoccupato di non allarmare la popolazione con disposizioni da tempo di guerra e timoroso soprattutto di sabotaggi, aveva insistito per mantenere gli aerei ben raggruppati sulle piste di volo.
I bombardieri giapponesi provenienti da nord, quindi, poterono attaccare senza difficoltà e senza opposizione i bersagli ed in una dozzina di minuti colpirono con bombe da 250 kg gli hangar, le installazioni, il posto di comando della base e le caserme, oltre a bersagliare gli aerei statunitensi a terra con le mitragliatrici di bordo.
 
Alle ore 07:55 anche gli aerosiluranti guidati dal capitano di corvetta Murata passarono all'attacco: dopo un'inutile ricerca delle portaerei nemiche, i velivoli giapponesi attaccarono le corazzate e le altre navi ancorate ai due lati di Ford Island; i quaranta aerosiluranti B5N2 Kate entrano in azione divisi in due gruppi da ovest (24 aerei della Akagi e della Kaga) e da est (16 aerei della Soryu e della Hiryu).
Questo secondo gruppo lanciò subito sette siluri contro le prime navi individuate e due colpirono la nave bersaglio Utah mentre uno raggiunse l'incrociatore leggero Raleigh.
Subito dopo gli aerei della Hiryu colpirono anche l'incrociatore Helena con un siluro che provocò l'allagamento della sala macchine. Contemporaneamente il capitano di corvetta Murata raggiunse con i suoi ventiquattro Kate il "Battleship Row", il cosiddetto "viale delle corazzate" dove i piloti giapponesi attaccarono con grande determinazione le navi da battaglia statunitensi: cinque siluri colpirono i due fianchi della Oklahoma e sette la West Virginia.
Malgrado la totale sorpresa gli statunitensi tentarono di organizzare il fuoco contraereo e cinque aerei giapponesi furono abbattuti, anche se altri gruppi di Kate colpirono ancora con un siluro la corazzata Nevada e con due siluri la California.
 

 
Dopo aver lanciato via radio il suo messaggio convenzionale, il capitano di corvetta Fuchida si portò con i suoi quarantanove Kate a ovest di Oahu per attaccare Pearl Harbor da sud in una formazione in linea di fila di dieci gruppi da cinque bombardieri convenzionali ciascuno.
Ostacolato dal fumo proveniente dalle esplosioni e dagli incendi a bordo delle navi statunitensi già colpite, Fuchida dovette fare un secondo passaggio e ricevette colpi della contraerea mentre i suoi gregari lanciarono le loro bombe sulla corazzata Maryland.
Il secondo e il terzo gruppo di bombardieri colpirono invece la Tennessee e la West Virginia, mentre i gruppi di coda si concentrarono sulla USS Arizona che incassò quattro bombe che provocarono il disastro.
Una bomba colpì la torretta n. 4, due esplosero nelle sovrastrutture anteriori mentre una bomba colpì la torretta n. 2 e dopo aver attraversato due ponti raggiunse il terzo ponte dove esplose sopra i magazzini di polvere dell'artiglieria principale.
L'incendio si estese subito dalle due torrette alla polvere nera utilizzata dalle catapulte degli aerei e quindi ai magazzini dell'artiglieria principale e secondaria provocando una violenta esplosione che spezzò in due la corazzata e uccise 1 177 uomini di equipaggio, tra cui il contrammiraglio Isaac Kidd e il comandante della nave Franklin van Valkenburgh.
 
Mentre i gruppi aerei guidati da Murata e Fuchida provocavano gravi danni alle navi principali statunitensi,
La seconda ondata, anch'essa suddivisa in tre gruppi, era composta da 167 velivoli e comandata dal capitano di corvetta Shigekazu Shimazaki, della portaerei Zuikaku. Gli aerei decollarono alle ore 7:15 Il suo attacco ebbe inizio alle ore 8:55.
In realtà non vi fu una vera e propria interruzione tra la prima e la seconda ondata, ma solo una momentanea pausa, dove le difese statunitensi inizialmente colte di sorpresa poterono organizzarsi.
La Nevada e la Alwyn riuscirono a prendere il mare, ma alle 08:55 circa la seconda ondata del comandante Shimazaki giunse presso Kaneohe con 54 bombardieri d'alta quota, 78 bombardieri in picchiata e 36 caccia.
Nel frattempo Fuchida rimase a sorvolare il porto per accertare i danni e per osservare i risultati di Shimazaki, dal momento che la sua valutazione sarebbe servita a Nagumo per decidere dell'opportunità di un terzo attacco.


 
I bombardieri in picchiata del gruppo di Egusa ebbero non poche difficoltà nell'attacco al porto: il loro obiettivo era quello di eliminare definitivamente le corazzate statunitensi, ma le difese non furono colte di sorpresa come con la prima ondata; appena raggiunsero Oahu, le esplosioni della contraerea circondarono il gruppo creando scompiglio, tanto che Egusa decise di puntare a qualunque obiettivo a portata di tiro.
Egusa iniziò il bombardamento in picchiata alle 09:05 colpendo l'incrociatore pesante New Orleans; furono colpiti anche i due cacciatorpediniere Cassin e Downes, posti in secca nello stesso bacino di carenaggio nel quale si trovava la corazzata Pennsylvania, ed entrambi presero fuoco: in precedenza gli aerosiluranti avevano tentato senza successo di colpire le porte del bacino.
L'incrociatore Honolulu fu attaccato alle 09:20 e colpito da un bombardiere in picchiata che non gli inflisse grossi danni; gli aerei giapponesi sceglievano le navi più grandi, il vecchio incrociatore Raleigh sopravvissuto alla prima ondata venne duramente colpito da un siluro, la nave officina Vestal in fiamme si incagliò contro un banco di coralli, mentre l'Oglala non ebbe la stessa fortuna: le sue linee di giunzione erano state scardinate dall'onda d'urto provocata dal siluro che aveva colpito l'Helena e aveva lentamente iniziato a sbandare; alle 09:30 il capitano Furlong ordinò di abbandonare la nave.
 
Intanto la Nevada, dilaniata a prua, tentava di prendere il largo: i Val della Kaga la videro all'altezza del molo 1010 e capirono cosa intendeva fare, così tentarono di affondare la corazzata proprio all'imboccatura del porto. Ventitré Val puntarono la corazzata scaricandole addosso una dozzina di bombe. Gravemente danneggiata, la Nevada riuscì comunque a virare a sinistra incagliandosi e lasciando l'imboccatura libera. Il caos regnava nel bacino navale: nafta in fiamme galleggiava verso la California, la Maryland stava lottando per liberarsi dalla stretta dell'Oklahoma che si era capovolta, l'Arizona stava bruciando mentre la Nevada aveva preso il largo ma a un prezzo terribile.
Alle 10:00 gli aerei della prima ondata tornarono alle loro rispettive portaerei, sull'isola il governatore Joseph Poindexter dichiarò lo stato di emergenza in tutto il territorio delle Hawaii via radio, ed entro le 10:42 le stazioni radio vennero spente per evitare che i nemici utilizzassero i segnali come guida per gli aerei. Quella notte, come tutte le notti nelle settimane successive, alle Hawaii sarebbe stato imposto l'oscuramento notturno.
 

 
Durante l'attacco della seconda ondata caccia statunitensi riuscirono a decollare ed impegnarono il combattimento:
Infine alle ore 09:00 decollò da Haleiwa un ultimo gruppo di caccia P-36 e P-40: prima partirono i tre aerei dei sottotenenti Harry Brown, Robert Rogers e John Dains e poi i caccia dei piloti Webster e Moore.
Questi aerei intercettarono una formazione di Val della Hiryu in fase di ritorno sopra Kaena Point; negli scontri il caccia di Rogers rimase danneggiato, il sottotenente Brown riuscì ad abbattere un Val, mentre gli altri piloti non ottennero risultati.
Inoltre sopra Wheeler Field, per un errore di identificazione, il caccia del sottotenente John Dains venne colpito ed abbattuto dal fuoco amico e il pilota rimase ucciso.[129]
 
Nonostante le insistenze di numerosi giovani ufficiali, fra i quali gli ideatori dell'attacco, Mitsuo Fuchida e Minoru Genda, l'ammiraglio Nagumo decise di rinunciare a lanciare una terza ondata per bombardare i serbatoi di carburante ed i depositi di siluri a terra e alle ore 13:30 la flotta giapponese, dopo aver recuperato tutti i suoi aerei, invertì la rotta.
L'attacco di Pearl Harbor comportò importanti vantaggi per il Giappone. Neutralizzata temporaneamente la flotta del Pacifico, i giapponesi poterono portare avanti le operazioni nel Pacifico sud-occidentale senza serie interferenze navali, mentre la stessa forza d'attacco delle portaerei si rese disponibile per svolgere un ruolo di appoggio e copertura a Wake, nelle Indie olandesi e nell'Oceano Indiano.
Durante l'attacco non fu possibile colpire le portaerei statunitensi, che invece costituivano l'obiettivo principale e che ebbero un ruolo decisivo nelle successive battaglie.



I risultati conseguiti dai giapponesi furono comunque notevoli.
Tutte le corazzate furono gravemente danneggiate, altre navi furono colpite.
I piloti della Akagi riferirono di aver colpito con bombe quattro corazzate, di aver messo a segno undici siluri e di aver danneggiato un incrociatore; molti aerei statunitensi erano stati distrutti a Hickham ed a Ewa.
 
L’ammiraglio Yamamoto, che aveva studiato negli Stati Uniti, quando seppe che non era stata colpita neanche una portaerei, capì che il progetto di piegare il nemico con un’unica battaglia e portarlo al tavolo della pace, era fallito. Una vittoria di Pirro.
Questo il suo commento passato alla storia: «Abbiamo destato un gigante sopito».
 
GdM

Si rigrazia Wikipedia per le note e le tragiche fotografie.


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