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Prima Guerra Mondiale. – 90 anni fa la Battaglia dell’Ortigara

Alla fine tutto era rimasto come prima, ma nulla sarebbe stato più lo stesso

Il Monte Ortigara ha due vette, la più alta delle quali arriva a 2105 metri/sm, ed è situato al confine fra Trentino e Veneto, nella parte settentrionale dell'altopiano di Asiago.


(Cartina ricavata da Viamichelin.it)

Fu teatro di una terribile battaglia, nota appunto come Battaglia dell'Ortigara nel corso della Prima Guerra Mondiale, combattuta dal 10 al 29 giugno.
«Venti giorni sull'Ortigara… / Battaglione non ha più soldà.» recita la famosa canzone degli alpini «Ta-pum». E non è un'iperbole retorica, purtroppo, ma pura verità. Vi parteciparono 22 battaglioni, molti dei quali persero TUTTI gli ufficiali. Alla fine, la conta registrava 23.000 ragazzi tra morti e feriti Italiani e 10.000 Austriaci.
Tutto era rimasto come prima, ma nulla sarebbe stato più lo stesso.
Ma quali erano state le ragioni di tanta inutile follia?

La battaglia venne ritenuta necessaria da Cadorna perché gli Austriaci, al termine della Spedizione Punitiva del 1916, si erano attestati su posizioni difensive più favorevoli. Per la verità, la Strafexpedition aveva dimostrato che non sarebbe stato possibile a nessuna delle parti in lotta sugli altipiani ad aver ragione sull'altra, ma evidentemente c'erano altre ragioni. Da una parte il cedimento del fianco sinistro del Regio Esercito avrebbe potuto effettivamente essere estremamente pericoloso per l'intero nostro sistema strategico. Dall'altra non è escluso che ad animare la volontà guerriera ci fosse anche una certa ragione di Pubbliche Relazioni. Una questione di immagine, sempre in agguato anche nei migliori eserciti.
Gli Austriaci, compreso che il fronte si sarebbe nuovamente arrestato per lungo tempo, si erano attestati su posizioni facilmente difensive. Gli Italiani invece volevano interrompere la linea fortificata in modo che non ci fosse nulla di sicuro neanche per loro. L'attività italiana avrebbe quantomeno impedito alle riserve austriache di portarsi sull'Isonzo, dove stava per essere attivata la 10ª battaglia.

La linea austro-ungarica partiva dal torrente all'estremità orientale dell'Altopiano dei Sette Comuni, passando per i monti Rasta, Zebio, Colombara, Forno, Chiesa, Campignoletti e Ortigara.
Il comando italiano affidava al XX Corpo d'Armata il compito di sfondare il fronte austro-ungarico tra i monti Ortigara e Forno e al XXII Corpo d'Armata l'azione tra i monti Zebio e Mosciagh. Il piano presentava dei lati negativi, come la mancanza di sorpresa (l'attacco era ampiamente previsto dal nemico), l'eccessivo concentramento di truppe italiane in pochi chilometri di fronte, la posizione dominante delle difese austro-ungariche e la loro disposizione ad arco che permetteva alla loro artiglieria di battere facilmente tutto il campo di battaglia.

L'inizio dell'attacco fu preceduto da un massiccio bombardamento dell'artiglieria italiana sulle posizioni nemiche. Alle 15 del 10 giugno i soldati andarono all'attacco. Mentre il XXII Corpo d'armata, schierato sul lato sud, incontrò una strenua resistenza che gli impedì di avanzare, sul lato nord la 52ª divisione (18 battaglioni alpini divisi in due colonne, la colonna Cornaro e la colonna Di Giorgio) ebbe un iniziale successo.

La colonna Cornaro, attraverso la Valle dell'Agnella, tentò di scardinare la linea fortificata che prende il nome di «Opere Mecenseffy» (Comandante austro-ungarico del settore) e di conquistare il Costone dei Ponari e il Monte Campigoletti. Al grido «Savoia!», il Battaglione Mondovì si gettò sulle posizioni nemiche e conquistò il Corno della Segala riuscendo a mantenerlo con l'aiuto del Battaglione Ceva e del Battaglione Val Stura. Il Battaglione Vestone ed il Battaglione Bicocca, d'impeto e con numerose perdite, superarono la prima linea di reticolati del Costone dei Ponari, aiutati anche dalla nebbia, ma furono arrestati sulla seconda linea e presi d'infilata dal fuoco nemico.

La colonna Di Giorgio fu organizzata in una prima ondata composta dai battaglioni Bassano, Sette Comuni, Baldo e Verona, in una seconda ondata composta dai battaglioni Clapier, Arroscia, Ellero e Mercantour e in una riserva composta dai battaglioni Spluga, Tirano, Saccarello, Val Dora e il 9º Reggimento bersaglieri.
La colonna Di Giorgio scese nel Vallone dell'Agnellizza dove si divise in due tronconi. Gli Alpini del Battaglione Bassano risalirono, sotto il micidiale fuoco nemico, su per il Passo dell'Agnella verso la quota 2.003 e la quota 2.101 mentre gli Alpini del Battaglione Sette Comuni puntarono direttamente sul settore più fortificato della quota 2.105, la vetta dell'Ortigara.
Il Battaglione Bassano insanguinò il Vallone dell'Agnellizza (che verrà nominato Vallone della Morte) e, decimato, espugnò Quota 2.003. Da qui sferrò l'attacco alla Quota 2.101, chiamata dagli Austriaci «Cima Le Pozze» e strenuamente difesa; l'assalto si arrestò, ma accorsero in aiuto Compagnie dei Battaglioni Val Ellero e Monte Clapier e la quota 2.101 venne conquistata. Dopo un infruttuoso tentativo di procedere verso la vetta a quota 2.105, i soldati si attestarono e fortificarono le posizioni. La 52ª Divisione perse 35 ufficiali e 280 militari; i feriti furono 1.874, 309 dispersi.
Nella notte, fino all'alba i Battaglioni Tirano e Monte Spluga si portarono di rincalzo. Iniziarono la discesa del Monte Campanaro e si accinsero ad attraversare il Vallone della Morte, illuminato dalle esplosioni. In questo tratto caddero un gran numero di soldati. Queste truppe fresche giunsero la «Cima Le Pozze» e da lì avrebbero dovuto sfondare verso Cima Dieci e il Portule.
Alle ore 8 giunse l'ordine del generale Ettore Mambretti, comandante dell'Armata, di sospendere l'attacco e rinsaldarsi sulle posizioni. Il nemico intanto si era ulteriormente fortificato su Cima Ortigara e il generale Como Dagna, per «consolidare le posizioni» decise di sferrare un nuovo attacco contro le posizioni del giorno precedente.

Alle 16 ricominciò il Calvario degli Alpini. I Battaglioni Verona e Sette Comuni si sacrificarono nei reiterati attacchi contro Cima Ortigara, mentre i Battaglioni Val Arroscia e Monte Mercantour si dissanguarono contro le fortificate «Opere Mecenseffy». I Battaglioni Tirano e Monte Spluga riattaccarono il Passo di Val Caldiera e la Cima Dieci ad ovest dell'Ortigara e raggiunsero, a prezzo di pesanti sacrifici, le posizioni nei pressi di Passo di Val Caldiera, ma furono costretti a ritirarsi per non essere accerchiati.
Alle perdite del giorno precedente si aggiunsero 12 ufficiali morti, 12 feriti e 1 disperso, 54 militari morti, 420 feriti, 54 dispersi (prigionieri o annientati dalle bombe).

Il generale Mambretti decise finalmente di sospendere l'azione per almeno tre giorni, ma il 15 giugno ci fu un tentativo da parte degli austro-ungarici di riprendere le posizioni perdute che, però, s'infranse contro la resistenza degli Alpini. A questa azione parteciparono anche i Battaglioni Valtellina, Saccarello e Monte Stelvio. Il bilancio delle perdite fu elevatissimo: persero la vita 229 militari, di cui 12 ufficiali, i feriti furono 944 e 271 i dispersi.
Tra il 15 ed il 19 giugno 1917 ci fu una relativa calma, fatta eccezione per un attacco a Cima Ortigara il 17 giugno.

Il 19 giugno giunse l'ordine di ripetere l'attacco a Cima Ortigara, Passo di Val Caldiera verso il Portule. La Colonna Cornaro attaccò da sud-est, mentre la Colonna Di Giorgio, che insieme ai Battaglioni Alpini schierò anche fanti del 4° Reggimento ed il 9° Reggimento Bersaglieri, attaccò da est e da nord-est. Alle ore 8 del 18 giugno cominciò il fuoco dell'artiglieria ed alle prime luci dell'alba del 19 giugno 1917 i Battaglioni erano già ammassati nelle posizioni d'attacco. Alle ore 6 si scatenò l'assalto e dopo varie, sanguinose ondate, la Cima Ortigara, che si credeva inespugnabile, venne vinta da più lati dagli stanchi e decimati Alpini. Questa sofferta gioia non durò che pochi giorni.

Il 25 giugno, alle ore 2,30, si scatenò l'inferno dei tiri d'artiglieria austro-ungarica. Alle ore 2.40 si accese l'assalto, reso ancora più tremendo dall'uso di lanciafiamme. Alle ore 3,10 un razzo bianco annunciò ai Comandi austro-ungarici che l'Ortigara era di nuovo nelle loro mani.
Incredibile l'ordine del Comando Italiano: «occorre riprendere ad ogni costo» le posizioni.
Alle ore 20 i provati e sfiduciati battaglioni di alpini, fanti e bersaglieri si rigettarono nel carnaio del micidiale fuoco nemico per concludere l'ultimo atto del massacro. Il Battaglione Cuneo, nuovo sul terreno dell'Ortigara, rioccupò la quota 2.003 che mantenne fino al 29 giugno, quando fu catturato insieme al Battaglione Marmolada e inviato nei lager austro-ungarici.

Complessivamente la 52ª Divisione perse nella Battaglia dell'Ortigara 12.633 uomini, dei quali ben 5.969 soltanto l'ultimo giorno, il 25 giugno, pochi giorni dopo, il generale Mambretti, considerato responsabile del disastro, fu rimosso dal comando e la stessa Sesta armata fu sciolta il 20 luglio, facendo confluire le sue truppe (il V, il X e il XXIX Corpo d'armata) nella Prima armata e, in parte (il XVIII Corpo d'armata, schierato in Valsugana, nella Quarta armata di stanza in Cadore. La battaglia dell'Ortigara era perduta.

La ricerca è stata fatta in cartaceo e in rete. Si ringraziano in proposito sia Wilipedia che l'Ana, nonché www.viamichelin.it.

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