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Storia di Oscar Zannini, uno dei dimenticati sperduti nel vento

È il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Cerchiamo di ricordare tutti



Oscar Zannini era nato a Castellanza Varese il 4 aprile del 1906. Laureato in medicina nel 1930, conobbe la contessina Elena Giauna Bernardo ad Asolo, nel corso di una visita dai suoi parenti della Marca Trevigiana.
Si innamorarono e nel 1934 si sposarono.
Andarono a vivere a Calolziocorte, che allora era in provincia di Bergamo mentre oggi appartiene alla provincia di Lecco.

Nel 1935 nacque il loro primo figlio, che morì otto giorni dopo la nascita. Allora capitava spesso. L'anno dopo però nacque il loro secondo figlio, cui diedero il nome di Marco. Nel 1938 nacque Beatrice, l'anno successivo venne alla luce Giuseppina.
Tutto sarebbe andato d'amore e d'accordo, se non fosse scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. Oscar venne arruolato come ufficiale medico e fu trasferito sul fronte Jugoslavo.
Accadde però che nel 1941 venne al mondo il loro quarto figliolo, Gian Maria, e Oscar Zannini fu messo in congedo, come previsto dalla legge a favore dei padri di famiglie numerose.

Poteva essere la fine di un incubo, e invece fu proprio in seguito al suo ritorno a casa che accaddero i fatti destinati a cambiare il corso della loro vita.
Nel 1944, Oscar e i suoi fratelli Nino e Giuseppe (Pippo), senza dire nulla alla famiglia, erano entrati a far parte dei partigiani cattolici (precisazione doverosa per distinguerli da quelli rossi, con i quali i primi non avevano un rapporto per così dire felice).
Oscar era un medico e il suo lavoro era utilissimo a persone che non potevano recarsi a un pronto soccorso con ferite d'arma da fuoco, o se erano ricercati dalla milizia.

Alle 2 di notte del 22 febbraio 1944, come sempre in seguito a una spiata, Oscar venne arrestato insieme ad altri tre con l'accusa di curare i partigiani, o peggio di essere un partigiano anche lui.
Stessa sorte, anche se in circostanze diverse, fu riservata ai fratelli. Solo che Nino venne liberato grazie al pagamento di una specie di riscatto a chi poteva scarcerarlo, Pippo non lo trovarono.
Oscar invece venne portato a San Vittore. Quello che accadde nella prigione milanese non si sa. Di certo è che uno dei quattro arrestati morì l'indomani sotto tortura e che Zannini venne trasferito al campo di concentramento di Fossoli, nei pressi di Carpi (Modena).

I Tedeschi si rendevano conto che l'Emilia non era un posto sicuro per concentrare dei prigionieri, per cui in breve divenne solo il posto di transito ferroviario per il nuovo Lager sorto a Bolzano.
Progettato per 1.500 prigionieri su di un'area di due ettari, con un blocco esclusivamente femminile e 10 baracche per gli uomini, il campo di Gries fu successivamente ampliato fino a raggiungere una capienza massima di circa 4.000 prigionieri.
Poteva contare sui Lager satellite di Bressanone, Merano, Sarentino, Campo Tures, Certosa di Val Senales, Colle Isarco, Moso in val Passiria e Vipiteno.
Ma per Oscar Zannini Bolzano fu solo un punto di passaggio in attesa della destinazione definitiva in Germania.

La giovane moglie e i suoi quattro figli, non appena avvenuto il suo arresto, si erano trasferiti a casa della mamma, nella villa veneta di San Vito di Altivole (vicino Asolo). Lì, trovava l'accoglienza giusta per sé e i piccoli, ma soprattutto poteva dedicarsi alla ricerca del marito per farlo liberare e riportarlo a casa.
Venne a sapere che Oscar era a Carpi giusto in tempo per apprendere che stava per essere trasferito a Bolzano.
Allora telefonarono a Trento, dove risiedeva la sorella di Elena, Antonia, da poco sposata con un giovane di quella città, che ormai già faceva parte dell'Alpenvorland, regione del Terzo Reich annessa da Hitler insieme a Bolzano e Belluno quale sorta di riparazione danni del «tradimento» italiano dell'8 settembre.
Antonia aveva ricevuto una cartolina dal cognato mentre questo si trovava a Carpi. Raggirando la censura (e forse pagando un carceriere) era riuscito a scriverle per farle gli auguri per la bambina appena nata. Pensate, è in campo di concentramento, ha la possibilità di scrivere una cartolina e la manda alla cognata… Perché?

Il cognato trentino era, nel bene e nel male, in buoni rapporti con i Tedeschi e in particolare con la Wehrmacht, in quanto costretto a ospitare nella sua abitazione un distaccamento di militari di stanza in città. Quando la moglie di Oscar telefonò a Trento, con le attenzioni del caso, la sorella Antonia comprese subito che la cartolina era una richiesta di aiuto in codice. Quindi attivò subito il marito perché muovesse tutte le sue conoscenze. I due coniugi tentarono di tutto.
La presenza di Zannini venne accertata nel Lager di Bolzano e subito vennero avviati febbrili contatti a livello personale e istituzionale per impedire che venisse trasferito in Austria o in Germania. Un lavoro duro e difficile, anche perché Wehrmach e SS non avevano un grande rapporto dialettico.
Comunque sia, o per malasorte o per volontà di qualche tedesco zelante, l'ordine di richiamo di Oscar Zannini giunse l'8 agosto, cioè troppo tardi, quando il prigioniero era già in viaggio per Mauthausen, in Oberosterreich, sul Danubio, vicino a Linz.

Oscar era arrivato nel lager austriaco il 7 agosto 1944, dove rimase fino al 16 settembre, quando venne trasferito al campo di concentramento di Gusen.
Gusen è il nome dato a tre dei quarantanove campi e sottocampi di concentramento nazisti situati nei pressi della piccola cittadina di Gusen, nell'Alta Austria, a circa 20 chilometri a est di Linz, a 5 da Mauthausen.
I deportati, oltre a costruire il campo, lavoravano allo scavo di un sistema di gallerie entro le quali venivano collocati impianti per la produzione di armi e parti d'aereo (Steyr-Daimler, Messerschmitt AG).
Sono documentate almeno due circostanze in cui a Gusen si effettuarono eliminazioni di massa col gas Zyklon B, in baracche adattate per tale operazione: il 2 marzo 1944 (164 prigionieri di guerra sovietici) e il 22 aprile 1945 (più di 800 malati e invalidi).

Ma evidentemente Oscar Zannini era utile per altre cose, perché venne tolto ancora una volta dal campo di concentramento per essere trasferito in un altro.
Il 5 o il 6 ottobre '44 giunse a Flossenbürg, luogo tristemente conosciuto come campo di «sterminio attraverso il lavoro». Anche Flossenbürg conobbe esecuzioni di massa mirate, soprattutto per eliminare prigionieri di guerra sovietici, che erano considerati «inferiori» agli altri.
A Flossenbürg furono eseguite anche condanne a morte legate all'attentato contro Hitler, tra cui quella del teologo e filosofo Dietrich Bonhoffer.
Gli internati in questo campo furono quasi 100.000 e i morti accertati 30.000. Tra questi non sono comprese le migliaia di morti caduti nelle «marce della morte», quando venivano trasferiti a piedi in altri distaccamenti satellite.

Infatti, a partire dal 1942, vennero aperti sottocampi destinati alla produzione di armi e macchine belliche (tra le altre, spicca ancora una volta la produzione degli aerei Messerschmitt 109).
Distribuiti tra la Baviera, la Sassonia e la Boemia, questi arrivarono ad essere ben 97. Cinque di essi furono ceduti dall'amministrazione del Lager di Ravensbrück a quella di Flossenbürg nel settembre 1944.
Circa la metà (45) erano sfruttati per la produzione industriale.
In un quarto di essi (22) si svolgevano attività legate all'edilizia e alle costruzioni.
Tra i sottocampi più grandi vanno ricordati quelli di Hersbrück (oltre 4.800 internati) e Leitmeritz (oltre 5.000 internati).

Pare impossibile, ma il calvario di Oscar Zannini non era finito. Da Flossenbürg venne trasferito nuovamente, non verso uno dei sottocampi di cui sopra, ma a Mittelbau, dove giunse il 4 o il 6 dicembre 1944.
Ma non era ancora finita, in quanto il 16 dicembre venne preso in carico nel lager di Buchenwald.
Buchenwald si distingueva dagli altri campi perché è lì che fu sperimentato e applicato lo sterminio per mezzo del lavoro. La costruzione stessa del campo, delle strade e delle installazioni accessorie, fu portata a termine al costo di un'ecatombe di deportati.
Oltre alla costruzione del campo, i deportati furono utilizzati come manodopera nei 130 comandi esterni e in sottocampi situati nelle vicinanze degli stabilimenti industriali d'ogni genere, ma prevalentemente orientati verso produzioni di interesse militare che, per ragioni varie, ma prima di tutto di convenienza economica, avevano accettato i vantaggiosi contratti d'appalto offerti loro dalle SS.

Un mese dopo, Oscar Zannini venne trasferito al campo di concentramento di Dora.

La gente ha sentito nominare poco Dora, anche perché (come Gusen) è sorto nel 1943.
Nato come distaccamento di Buchenwald, Dora era divenuto campo autonomo dal 1° novembre 1943, per la semplice ragione che era stato destinato a produrre le armi segrete del terzo Reich, i V2 e i V3.
L'allestimento di Dora e dei suoi annessi è legato alla storia della base aerospaziale di Peenemünde dove appunto si sperimentavano e si fabbricavano i missili di von Braun.
In conseguenza dei bombardamenti alleati fu deciso di trasferire la fabbricazione dei missili al sicuro, in caverne già disponibili nel massiccio del Sudharz, le colline di Kohnstein, fin lì usate come deposito di carburante.

Il progetto di sistemazione fu appaltato alla società Ammoniak, una consociata della IG Farben.
In poco tempo furono fatti completare ai deportati due tunnel, della lunghezza di 1.800 metri, collegati con un sistema di numerose gallerie minori servito da una ferrovia interna a scartamento ridotto, che consentiva il trasferimento dei singoli componenti degli ordigni nella sala dove avveniva il montaggio.
Dopo l'agosto 1944 altri tre grandi tunnel furono scavati per consentire maggior spazio alla produzione dei micidiali missili. La gestione dell'impresa passò poi alla Mittelwerke GmbH, una società controllata dalle SS.
I primi scaglioni di deportati sistemarono le caverne, impiantarono le officine e misero a punto le altre installazioni.

Zannini, forse perché ormai esperto nella fabbricazione di aerei, forse perché medico, forse perché sano, forse perché non era né ebreo né zingaro né russo, vi fu mandato il gennaio 1945.
I prigionieri vivevano nelle caverne, dormivano in alveari costruiti all'interno dei tunnel, dandosi il cambio in modo che una squadra potesse riposare mentre l'altra era al lavoro, come nei sommergibili.
La ventilazione e l'illuminazione erano scarse e insufficienti. Mancava qualsiasi installazione igienica per soddisfare i bisogni corporali, mancava l'acqua, la vita era un inferno.
Molti deportati non hanno visto la luce del sole per mesi e mesi.
Chi non era stroncato dalla fatica, chi non veniva ucciso a bastonate o fucilato per supposto sabotaggio, poteva dirsi fortunato.

Nel marzo del 1944, per poter soddisfare le esigenze del campo, furono portate a termine le baracche sulle alture delle colline perché oramai lo spazio, nelle gallerie, non consentiva di sistemare altri deportati e soprattutto perché era necessario ampliare gli impianti per la produzione dei missili.
Così alle 12-16 ore di lavoro massacrante si aggiunsero i tempi di trasferta, tanto che il tempo disponibile per il riposo si riduceva a poche ore

Nei venti mesi della sua esistenza, sono stati registrati a Dora 138.000 deportati, dei quali più di 90.000 vi hanno perso la vita.
Tra di essi diverse migliaia di italiani, politici e anche militari, trasferiti qui in spregio ad ogni convenzione internazionale sui prigionieri di guerra.
Le difficoltà di comprendersi a causa della diversità delle lingue non impedirono il sorgere di un forte movimento di resistenza clandestina che organizzava soprattutto dei sabotaggi.

Se i missili nazisti V3 non furono prodotti nei tempi voluti, è grazie anche al fatto che le lavorazioni erano costantemente ritardate e danneggiate dai deportati addetti alla loro fabbricazione.
Dora è stato liberato dagli americani il 15 aprile 1945.
Oscar Zannini era giunto a Dora il 16 gennaio 1945, quando era in pieno atto il massimo sforzo industriale per la produzione dei razzi.
Agli inizi del 1945 aveva conosciuto un altro prigioniero italiano, col quale fece amicizia.
Oscar Zannini morì il 15 febbraio 1945.

La vedova Elena Giauna Bernardo in Zannini allevò i suoi figli, ma l'ultimo nato, Gian, morì il 19 maggio del 1949. Rimase a vivere con i figlioli e la mamma, finché questa morì nel 1974. Era riuscita a crescere i figli fino alla laurea, cercando di sostituire l'amore di un padre che non ebbero modo di conoscere.
Nel dopoguerra, Elena non volle mai parlare del povero marito, rinunciando così a molte prerogative riservate ai parenti delle vittime del nazifascismo. Per lei era troppo duro parlare di Oscar, il suo amore, al punto che non raccontò mai nulla neppure ai propri figli. I quali, da grandi, seppero da lei solo che il papà era stato un partigiano (cattolico) e per questo internato in Germania, da dove non tornò più.
Negli anni '70, la figlia Beatrice andò col marito a Dachau alla ricerca di tracce del papà, sulla cui fine non sapeva nulla, salvo il fatto che ufficialmente era solo disperso in Germania. Dopo aver visitato il lager bavarese, però, non resistette per l'orrore che vi aveva respirato e rinunciò a proseguire la ricerca.

La seconda figlia di Elena, Giuseppina, riprese le ricerche da Roma, dove era andata a vivere dopo il matrimonio.
Fu così che seppe con certezza che suo padre e i suoi zii erano stati partigiani. Riuscì a ricostruire le circostanze per cui il padre venne arrestato. Conobbe anche i nomi di coloro che lo avevano tradito e di coloro che l'avevano arrestato.
Consultando chiunque sapesse qualcosa sulla sorte dei partigiani internati in Germania, ricostruì il percorso da Bolzano a Mauthausen, da Gusen a Flossenbürg, da Buchenwald a Dora.
Lei conobbe l'amico di sventura del papà che sopravvisse a Dora e da lui seppe che morì. Non le disse come.
Certamente Oscar aveva vissuto gli ultimi periodi in quelle terribili caverne dove i V2 venivano costruiti.
Forse, nel campo di concentramento era stato utile come medico.
Forse, fu uno di coloro che riuscì a impedire che i V3 arrivassero a Manhattan.
Forse, era riuscito a sopravvivere per un anno pensando alla sua famiglia (salva perché non era scappato quando ne aveva avuto la possibilità).
Forse, prima di morire era riuscito a rivedere le stelle.

Oscar Zannini era mio zio.

Guido de Mozzi.
g.demozzi@ladigetto.it

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Questa storia è dedicata a tutti coloro che non vengono ricordati il 27 gennaio.
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federica 20/01/2018
Aggiungo che, quest'anno, insieme agli altri tre deportati di Castellanza (Giuseppe Ranzani, Antonio Cartabia e Luigi Bellaria) la sua storia verrà raccontata ai ragazzi di terza media.
Ho trovato il vostro sito appunto perchè stavo cercando se, per caso, nel web ci fosse qualche sua foto.

PS: con piacere vi do la mail, non lo avevo fatto perchè non sapevo se viene resa pubblica sul sito (preferirei di no)

(Redazioone: Non pubblichiamo mai gli indirizzi email)
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federica 16/01/2018
Grazie di questo racconto !
A Castellanza la memoria di Oscar non è morta: la sezione ANPI lo ricorda come uno dei tre deportati della nostra cittadina, non più tornati. La sua storia (anche se molto più in breve) è riportata anche in un libro "I deportati politici dell'Alto Milanese nei lager nazisti" di L.Marcon, G.Restelli A.Rezzonico.
Ora la ricostruzione di ciò che gli accadde è molto più ricca.

Redazione: Il direttore chiede cortesemente il suo indirizzo email.
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