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«A cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre»

L’associazione Forte delle Benne e la Biblioteca Archivio del CSSEO organizzano l'incontro-dibattito a Levico Terme per venerdì 10 novembre

Quella che comunemente chiamiamo «Rivoluzione d’ottobre», che la propaganda sovietica pomposamente chiamò, in occasione del decimo anniversario, «Grande rivoluzione socialista di ottobre», all’epoca non conosceva definizione di questo genere.
Anche l’immagine che nel corso degli anni si è sedimentata nell’opinione pubblica, ovvero quella di un evento al centro del quale vi fu un cruento assalto popolare al Palazzo d’inverno, la Versailles della Russia, la monumentale (oltre mille stanze) dimora invernale degli Zar, è frutto della propaganda.
Quest’immagine iniziò ad essere costruita in occasione del terzo anniversario della presa del potere da parte dei Bolscevichi: il 7 novembre 1920 venne allestito, sotto la direzione del drammaturgo e regista teatrale Nikolai Evreinov, uno spettacolo o azione di massa, di cui furono protagonisti circa diecimila persone che «crearono», dinanzi a un pubblico dieci volte maggiore, una serie di eventi del 1917, compreso l’«assalto» al Palazzo d’inverno (vedi).
 
Sette anni dopo questa immagine dell’assalto era al centro di «Ottobre ovvero i dieci giorni che sconvolsero il mondo», il noto film di Sergei Eisenstein (vedi).
Gli eventi reali furono diversi (come non vera è la mitologia in base alla quale lo zarismo fu abbattuto dalla Rivoluzione di ottobre: cadde invece con la Rivoluzione di febbraio).
Lenin, scontrandosi duramente anche con alcuni suoi compagni intendeva forzare la mano prima della riunione del Congresso dei Soviet prevista per mezzogiorno del 25 ottobre (secondo il calendario giuliano in vigore nella Russia zarista) all’Istituto Smolnyi. Bisognava prendere il potere quella mattina, in modo da mettere tutti dinanzi al fatto compiuto.
 
Il piano approntato non funzionò troppo bene: il Palazzo d’inverno doveva essere messo sotto il tiro dei cannoni dell’incrociatore Aurora e di quelli della Fortezza di Pietro e Paolo.
Ma i cannoni della fortezza erano fuori uso e così si recuperarono dei pezzi da museo, dalla portata limitata e che si dimostreranno inutilizzabili.
Si convenne che il segnale dell’attacco doveva essere dato issando una lanterna rossa nella fortezza, ma non si trovarono lanterne di quel colore. Il ritardo accumulato fece sì che a mezzogiorno nulla fosse pronto.
Lenin fremeva e decise per l’azzardo: pubblicò un comunicato in cui annunciava la destituzione del Governo provvisorio e la presa del potere da parte dei Bolscevichi. Il primo ministro del Governo provvisorio, Aleksandr Kerenskii, invece era ancora al proprio posto e freneticamente cercava di raccogliere truppe in sua difesa.
 
Poco a poco, invece, parte delle truppe che già si trovavano nel Palazzo d’inverno, lo abbandonarono: prima i cadetti dell’artiglieria, portando con loro gli armamenti, poi i cosacchi...
La sera l’incrociatore Aurora sparò a salve, spararono anche dalla Fortezza di Pietro e Paolo, ma il tiro dei cannoni da museo fu tale che le ogive caddero nel fiume Neva. Poi piccoli distaccamenti di bolscevichi trovano uno degli accessi al palazzo sguarnito e penetrarono all’interno.
Nel frattempo Trotskii aveva ritardato l’inizio dei lavori del Congresso dei Soviet e quando nella notte si iniziò, il colpo di mano dei Bolscevichi stava avendo successo.
 
Menscevichi e Socialisti rivoluzionari furibondi denunciarono un attentato alla democrazia e il tradimento dell’unità rivoluzionaria. Lenin e Trotskii lanciarono delle parole d’ordine semplici, che riflettevano le aspirazioni popolari: pace, fine della guerra, terre ai contadini e controllo operaio nelle fabbriche.
L’attacco ai latifondisti, molto violento, in realtà era già iniziato e anche molte fabbriche erano già sotto il controllo degli operai.
Parte degli oppositori dei Bolscevichi, invece, volevano proseguire la guerra. A quel punto i delegati socialisti abbandonarono il Congresso dei Soviet: un gesto di dignità che rimpiansero per tutta la loro vita, perché a controllare il Congresso restarono praticamente solo i partigiani di Lenin.
 
I colpi a salve dell’incrociatore Neva ebbero un effetto sonoro maggiore di quelli reali. Il panico si impadronì dei membri del Governo provvisorio e di chi era rimasto all’interno del palazzo.
Verso le due del mattino Vladimir Antonov-Ovseenko, incaricato della supervisione dell’operazione, irruppe nella sala dove si trovavano i ministri. Furono arrestati e poi scortati in fila indiana sull’altra riva della Neva, nella Fortezza di Pietro e Paolo.
La Rivoluzione d’ottobre era terminata, praticamente senza spargimento di sangue.
Gli eventi del 1917 e il loro esito, sono alcuni dei temi al centro dell’incontro-dibattito «A cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre» che l’associazione Forte delle Benne, in collaborazione con la Biblioteca Archivio del CSSEO, organizza a Levico Terme, venerdì 10 novembre 2017, alle ore 20,30, nella Sala consiliare del Comune di Levico Terme (Via Marconi 6).
Interviene Fernando Orlandi. Introduce Massimo Libardi.

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