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Ieri giovedì 29 agosto altre due vittime sul lavoro a Matera

Intervento di Mauro Rossato: «Se solo si riuscisse a rispettare la disciplina in materia di sicurezza i morti sul lavoro potrebbero essere vivi. Tutti»

Errare humanum est, perserverare diabolicum.
Nonostante le tante, troppe, morti sul lavoro nei pozzi e nelle cisterne si continua a permettere che le tragedie si ripetano.
Il copione, purtroppo, è quello di una tragedia che si ripete. Solo che non si tratta di una messinscena a teatro, ma della dura e crudele quotidianità lavorativa nel nostro Paese.
Soprattutto per chi opera in spazi confinati. Perché anche ieri (giovedì 29 agosto) due operai sono morti, in provincia di Matera, per le esalazioni provenienti da un pozzo di manutenzione di una discarica in cui stavano lavorando.
E il dramma rinnova, purtroppo, il ricordo di alcuni dei giorni più luttuosi per il mondo del lavoro in Italia. Cominciando dalla tragedia di Molfetta nel 2008, quando cinque lavoratori morirono intossicati, per continuare con Capua nel 2010 dove persero la vita tre operai per le esalazioni tossiche durante la bonifica di una cisterna, per arrivare al 2016 a Messina con altre tre vittime.
 
Ma le vite spezzate negli spazi confinati sono ben più numerose in Italia. Il punto è che anche questi incidenti, come tutti gli infortuni mortali sul lavoro del resto, si sarebbero potuti evitare.
E sarebbe giusto e opportuno scriverlo a caratteri cubitali che tutti questi morti sul lavoro potrebbero essere ancora con le loro famiglie.
C’è, poi, un’altra triste considerazione che viene spontanea quando si parla di infortuni mortali in cisterne o pozzi. E riguarda il numero di vittime per ogni singolo incidente.
Perché, spesso, non si conta solo un decesso. Perché un operaio che vede il collega in difficoltà, lo va a soccorrere senza pensare alla trappola mortale che lo attende.
 
Eppure, in questo Paese dove la sicurezza sul lavoro sembra ancora tristemente essere vissuta da alcune aziende come un ostacolo - più che come una tutela - esiste una disciplina molto chiara ed esaustiva per la prevenzione degli infortuni anche, e soprattutto, per quanto riguarda gli spazi confinati.
Sarebbe sufficiente che le aziende individuassero le situazioni più pericolose, adottassero le misure di sicurezza, formassero tutti i lavoratori e verificassero l'applicazione delle misure di sicurezza.
È incredibile, in effetti, che gli operai di Matera, Capua, Messina, Molfetta, non sapessero del rischio a cui stavano andando incontro.
Ciò significa che non sono state rispettate le fondamentali regole di valutazione del rischio.
Questa tipologia di infortunio è ricorrente e le cause sono sempre le medesime a partire dalla mancata verifica della respirabilità dell'aria prima di accedere ai serbatoi.
 
Difficile, comunque, pensare che la responsabilità sia degli operai. Perché è evidente che se fossero stati veramente consapevoli del pericolo, non si sarebbero neppure avvicinati a quel luogo di morte.
Più che affranti si dovrebbe essere arrabbiati. Gli incidenti in cisterna non sono certo una novità per questo Paese eppure il bollettino nero delle vittime si allunga.
Forse - ed è davvero inquietante il pensiero - troppe volte si finge di non vedere e si mettono da parte quelle regole che vengono ritenute un costo e non un investimento. 
Come se l’etica, la coscienza e l’intelligenza non avessero diritto di cittadinanza nel mondo del lavoro.

Mauro Rossato 
Presidente dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering

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