Home | Festival Economia | 2007 | Come cambia il ruolo dello Stato. – L’Europa fra imitazione e innovazione

Come cambia il ruolo dello Stato. – L’Europa fra imitazione e innovazione

Philippe Aghion: «ci vuole un eurogoverno che gestisca le politiche macroeconomiche.» - Priorità a liberalizzazione dei mercati e innovazione

Man mano che gli Stati si avvicinano alla «frontiera tecnologica» - ovvero ad una fase di sviluppo avanzata - sono sempre più necessarie politiche che incentivino l'innovazione, la concorrenza, la flessibilità, la crescita qualitativa della formazione, specie ai livelli più alti, e del capitale umano. Questo però non significa che lo Stato deve sparire. Piuttosto, deve intervenire in maniera diversa rispetto al passato. Per l'Europa in particolare è necessario un eurogoverno che faccia da contraltare alla Banca centrale e sappia varare le opportune iniziative anticicliche.
Queste in sintesi le tesi esposte al castello del Buonconsiglio da Philippe Aghion, docente di Economia ad Harvard e collaboratore della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Introdotto da Riccardo Gianola, vicedirettore de «L'Unità», Aghion ha esordito mettendo a confronto la situazione europea con quella degli Stati Uniti. «In passato - ha detto - l'Europa non aveva grandi problemi; nella fase dell'immediato Secondo dopoguerra ha messo a punto politiche di sviluppo industriale in parte mutuate proprio dagli Usa che le hanno consentito di rimontare in maniera piuttosto agevole lo svantaggio. Le difficoltà sono iniziate con lo shock petrolifero, e si sono acuite negli anni '90. Che cosa è mancato? Una politica che favorisse l'innovazione, sempre più necessaria man mano che ci si avvicina alla frontiera tecnologica e, di conseguenza, i tassi di crescita dell'economia cominciano a calare.»
«Ciò che è emerso, - ha proseguito Aghion - è che l'Europa disponeva di istituzioni e politiche che erano andate benissimo nella fase successiva alla Seconda guerra mondiale, ma che ormai erano palesemente inadeguate.

Contrariamente a quanto previsto dalla «vulgata liberista», però, l'economista francese non è tanto favorevole ad uno smantellamento dello Stato in favore del mercato. Piuttosto ad una radicale trasformazione delle sue politiche.
«Nella fase di accumulazione del capitale possono essere efficaci politiche come quelle adottate a suo tempo dalla Francia: sussidi statali, limitazione della concorrenza, investimenti concentrati sull'istruzione primaria e secondaria. Ma nella fase dell'innovazione ci vuole tutt'altro: flessibilità, apertura al commercio, stimolo agli investimenti privati, meno burocrazia e meno costi per le nuove imprese che entrano nel mercato, e che con la sola loro presenza svolgono un ruolo positivo, incoraggiando tutte le altre ad innovare. Ci saranno però anche quelle che non ce la fanno: qui il ruolo dello Stato è importante, ad esempio nell'orientare i lavoratori dimessi dalle aziende 'decotte' verso quelle che stanno crescendo. Inoltre lo Stato deve investire di più in istruzione superiore e università. Tuttavia all'università non servono solo i soldi; ci vogliono anche regole di funzionamento nuove, che vadano nella direzione di una sempre maggiore autonomia degli atenei e nella crescita della concorrenza.»

Per quanto riguarda l'Europa, negli ultimi anni è mancata una forte politica anticiclica, che compensasse ad esempio il calo degli investimenti privati dovuto ai vincoli creditizi. In risultato è che dalla fine degli anni '90 siamo in una fase di stagnazione, e abbiamo perso terreno nei confronti degli Usa.

(mp)

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