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Il premio Nobel Akerlof e la sua teoria degli «spiriti animali»

«Il capitalismo è un bambino nel box, quando esce va controllato» «Primo obiettivo dei governi in questa fase di crisi è puntare alla piena occupazione»

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L'ottimismo, il senso della giustizia, la corruzione e la malafede, l'illusione del denaro, le bugie che raccontiamo a noi stessi e agli altri: secondo George Akerlof, premio Nobel 2001, l'economia è tutta qui. Ruota attorno a quelli che, rifacendosi a John Mainard Keynes, chiama gli «spiriti animali», alle energie mentali di base (oggi riconosciute come fattori economici) che muovono le azioni degli individui.
Sono gli «animal spirits» che costruiscono la psicologia degli individui, le categorie da utilizzare per costruire una nuova teoria economica, un nuovo manuale capace di spiegare perché l'economia mondiale è precipitata dall'ottovolante, piombando in una crisi senza precedenti.

A ventiquattro ore dall'uscita nelle edicole dell'edizione italiana del suo ultimo libro «Spiriti animali - Come la natura umana può salvare l'economia» (Rizzoli, scritto assieme a R. Shiller), Akerlof irrompe al Festival decretando il fallimento dell'idea che le persone, e dunque l'economia così come la sua crisi attuale, siano mosse da motivazioni soltanto economiche perseguite razionalmente.
«È soltanto analizzando il ruolo degli spiriti animali e la loro influenza sulle decisioni economiche - spiega l'economista californiano - che possiamo spiegarci perché le economie cadono in recessione, le banche hanno potere sull'economia, le persone non trovano lavoro, nel lungo periodo sussiste una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione, risparmiare per il futuro è così arbitrario, i prezzi finanziari e gli investimenti societari sono così volatili, i mercati immobiliari attraversano cicli e perché nelle minoranze svantaggiate la povertà persiste per generazioni.»
Domande alle quali la teoria di Akerlof fornisce risposte «semplici, naturali e soddisfacenti», descrivendo con efficacia il funzionamento dell'economia e, cosa assai più importante, suggerendo cosa va fatto per uscire dalla crisi.

Una «visione» che Akerlof, introdotto da Tito Boeri, ha illustrato alla Sala Depero, dialogando a distanza (ma lo aveva già fatto direttamente in mattinata alla conferenza stampa di presentazione del Festival) con il «collega Nobel» James Heckman, che pure assegna alla psicologia un ruolo importante nella comprensione di come si forma l'identità e la personalità di ognuno di noi, anche se per l'economista di Chicago («la crisi attuale non è stata molto influenzata dalla psicologia»).
Ma proprio la natura della crisi attuale riporta la palla nel campo dell'immateriale, a quella stessa natura umana che si esprime attraverso le manifestazioni fiduciarie o facendo riferimento alle «narrazioni».
Tutto sembra filare liscio, e tutto è sembrato filare liscio fino al crollo del sistema bancario americano, quando il mercato è sorretto dalla fiducia. Così, mossi dalla fede nella bontà del sistema, migliaia di risparmiatori hanno investito i propri soldi in titoli spazzatura.
«Ma il capitalismo - avverte Akerlof - approfitta dell'eccesso di fiducia e finisce per produrre ciò che la gente creda gli serva, fosse magari anche l'olio miracoloso di serpente.»

Ma cosa succede quando la fiducia viene meno? Accade che la crisi di fiducia diventa crisi del credito. La storia dell'economia ha vissuto molti cicli di fiducia data e poi ritirata, solo che gli economisti classici, quelli che hanno sempre creduto nell'autoregolamentazione del libero mercato capitalistico, la crisi non l'hanno per nulla prevista.
Per altro, lo stesso Akerlof ha ammesso al Festival di essere stato «un po' lento nell'avvertire la gente che la crisi stava arrivando» (mentre Heckman ha confessato di «non aver previsto la recessione - vedi articolo), ma occorre convenire con Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, e farsene una ragione perché «la crisi è anche un'opportunità per gli economisti di capire alcune cose».

Cosa occorre dunque capire, secondo Akerlof, di quanto è avvenuto e cosa è auspicabile che accada?

Primo. Il ruolo dei governi non è solo quello di puntellare le banche per ampliare il credito e non far saltare il sistema - processo oltre modo costoso, - devono anche fare in modo che esse siano solvibili. I governi possono anche finanziare direttamente le imprese, ed è quanto si sta facendo in Usa, ma si tratta di una soluzione estrema.
In questa fase due sono per Akerlof gli obiettivi che i governi si devono porre a breve termine: puntare alla piena occupazione e creare le condizioni affinché il credito sia concesso in modo naturale alle imprese. Akerlof ha fatto riferimento alla situazione americana, ma rispondendo ad una domanda del pubblico sulla situazione di crisi che sta vivendo il settore manifatturiero italiano ha affermato che «dovranno essere i consumatori e gli investimenti delle imprese, più che la liquidità delle banche, a portarci fuori dalla crisi».

Secondo. «I governi e la gente dovrebbero cercare di non pensare di risolvere i problemi posti dalla crisi con ricette miracolistiche, ma avere pazienza e dare credito agli interventi che si stanno mettendo in atto, vedere se funzionano, e solo quando si ammette la loro inefficacia modificarli, perché può essere che in futuro si debbano promuovere azioni più drastiche.»
Un'indicazione concreta, e da attuare immediatamente, però c'è, ed è mettere mano al diritto fallimentare per risolvere il problema del crac delle banche.
Resta il problema delle regole e dei controlli.
«Il capitalismo - dice Akerlof - è come un bambino nel box: fino a quando è dentro si sta tranquilli, ma quando il bambino esce ecco che occorre controllare dove va e cosa fa.»
E se qualcuno avesse l'ardire di far ricadere tutta la colpa della crisi sulla finanza creativa, sappia - parola del premio Nobel Akerlof - che «la finanza creativa può aiutarci a farci uscire dalla crisi».

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