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L'abbraccio fra finanza e ambiente

Il New Deal economico offre grandi chances non solo alle aziende più innovative ma anche a banche e fondi di investimento (private e public equity)

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Un forum a quattro sul rapporto tra finanza e ambiente. Perché l'alta finanza è sempre più attenta ai temi ambientali e alle aziende che si occupano di mitigazione del cambiamento climatico.
«La sostenibilità è un nuovo standard di investimento» ha sentenziato il moderatore del dibattito, il giornalista del Corriere della Sera Massimo Gaggi.
I rischi climatici, insomma, stanno facendo ripensare la finanza. Ma le incognite sono ancora molte. Qual è un vero investimento «green» e quali sono i criteri che possono spingere un investitore a crederci? Loriana Pellizzon, docente di economia a Ca' Foscari a Venezia ha delineato il quadro del grande interesse che si sta creando intorno alla finanza green.
Sono state monitorate ben 250 agenzie di rating al mondo che valutano questi investimenti e le aziende che portano avanti progetti innovativi: «Ma c'è un forte rischio di dispersione degli investimenti e non c'è ancora uniformità nei criteri per valutarli. Potrebbero essere utili degli incentivi alle banche che investono green, dato che l'80% dei capitali finanziari sono gestiti dagli istituti di credito.»
 
Uno che ci crede da 12 anni è Nino Tronchetti Provera, del fondo di private equity Ambienta Sgr: «Il business ambientale ormai è pervasivo. Dalla paura per la diossina nell'aria e il cloro nei fiumi di 30 anni fa si è passati all'attenzione per il cibo sano, l'aria pulita, la mobilità sostenibile, l'energia rinnovabile, il corretto smaltimento e la riduzione dei rifiuti. Molte aziende stanno investendo, alcune però solo formalmente.»
L'economista Natalie Westerbarkey di Fidelity International ha fatto rilevare come dopo il Covid le aziende con un punteggio più elevato nella green economy abbiano registrato perdite minori o addirittura una crescita.
Gianluca Manca, capo del Fondo di investimento del gruppo Intesa San Paolo, ha osservato una scarsa omogeneità nel rilevamento e nell'interpretazione dei dati sulla propensione ecologica delle aziende.
Serve un percorso normativo più preciso, ma l'Unione Europea ci sta lavorando, mentre negli Stati Uniti la situazione è più caotica e non c'è una disponibilità alla piena trasparenza dei dati.

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