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«Dentro quelle mura» mostra fotografica dell'ex carcere di Rovereto

Oggi l'inaugurazione presso l'Urban Center di Rovereto e rimarrà aperta fino al 27 aprile

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«Non avevo nemmeno idea di come fosse fatto un carcere, se non per quello che si vedeva nei film.»
Inizia così il nostro lavoro fotografico sull’ex carcere di Rovereto, con questa frase tratta dall’autobiografia di un detenuto del carcere di Rovereto tale Marcello P..

E’ una frase semplice, talmente semplice da poter essere considerata quasi banale. Eppure siamo convinti che è il pensiero che fa chiunque per la prima volta entri in questo luogo.
Un luogo segregato e segregante allo stesso tempo, che esclude dalla società e la società stessa, un luogo inaccessibile allo sguardo delle persone «perbene».

E’ quindi inevitabile che questo alimenti un immaginario collettivo fatto solo di informazioni tratte dai giornali, dalla televisione, dai film.
Ed è altrettanto inevitabile che in un fotografo alimenti invece il desiderio di andare oltre le mura, o meglio dentro quelle mura, raccogliendo la sfida di una investigazione fotografica che traduca in immagini le sensazioni, i sentimenti, la vita di «galera».

In quattro fotografi Raimondo Calgaro, Flavio Cescotti, Stefano Paglia e Andrea Tonezzer, del circolo fotografico «L’immagine di Rovereto», abbiamo raccolto questa sfida.
Approfittando della chiusura del carcere di Rovereto, siamo entrati, con i dovuti permessi, e abbiamo cercato di rendere concreto, attraverso le immagini, il carcere di via Prati che, per chi non ne ha mai varcato la soglia, rimane un luogo misterioso.

Inizialmente ci siamo trovati disorientati poiché immersi in un luogo mai visto, vuoto e disabitato, ma pieno di tracce, di segni, di resti testimoni di un quotidiano a noi fino ad allora sconosciuto.
I lavori presentano l’ex carcere di Rovereto analizzando aspetti diversi, ma offrendo, ciononostante, uno sguardo di insieme completo.

Flavio Cescotti
Il lavoro di Flavio Cescotti presenta il carcere sotto l’aspetto della segregazione, della limitazione fisica, dell’isolamento.
Questo fotograficamente viene reso attraverso la ripresa dei cancelli che chiudono lo spazio, ostacolano, comprimono. La ripresa delle sbarre, un’icona classica per il carcere, ma nulla più di esse trasmette la sensazione della costrizione fisica e mentale.
Esse sono sempre presenti nel quotidiano del detenuto, davanti a lui all’ingresso o alla finestra della cella, e come ombra che lo segue anche nei luoghi in cui egli ricerca l’intimità spirituale o incontra l’affetto dei famigliari.

Andrea Tonezzer
Il lavoro di Andrea Tonezzer offre attraverso le immagini il percorso del detenuto all’interno del carcere.
Si inizia con l’ingresso attraverso il cancello principale per poi percorrere il corridoio che lo porta alla sua cella.
Uno sguardo fuori dalla finestra alla ricerca di un conforto che però il panorama non è in grado di offrire. Il ritorno quindi all’interno della quattro mura che si cerca di personalizzare per rendere meno pesante lo sconto della pena.
L’uscita dalla cella per la condivisione degli spazi comuni secondo regole precise e l’uscita nei cortili esterni.

Raimondo Calgaro
Il lavoro di Raimondo Calgaro offre attraverso la ripresa di precisi particolari una duplice ed antitetica visione del carcere.
Il carcere quale istituzione, che detta regole precise ed obbliga i detenuti a comportamenti e ad attività ben cadenzate nel tempo e nello spazio.
Nonché il carcere del detenuto che trasforma la cella nella sua stanza, la addobba con scritte, graffiti, pensieri, ritagli di giornale, cercando così di imporre la sua identità nel tentativo di resistere, ancora una volta, alle regole e di evadere da una residenza forzata.

Stefano Paglia
Il lavoro di Stefano Paglia, con la ripresa di precisi particolari, offre uno scorcio sulla vita dei detenuti in carcere.
Una vita fatta di piccole cose, di mensole di cartone fai da te e caserecci posacenere costruiti incollando assieme i pacchetti delle sigarette.
Una vita fatta di promiscuità tra etnie diverse, come testimoniano i dizionari di lingua araba, e le immagini delle diverse religioni.
Una vita pervasa dalla preoccupazione di dover scontare fino all’ultimo giorno la propria pena.

 
 
 

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