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«Fondazioni: sta nascendo una nuova filantropia?»

Ci sono 11 miliardi di euro di patrimoni privati che potrebbero diventare investimenti per una trasformazione sociale migliorando le condizioni di vita di tutti

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A fronte di un generalizzato impoverimento sociale ed economico, gli enti filantropici, come le fondazioni, si stanno affermando come attivatori di capitale sociale e catalizzatori di cambiamento anche attraverso nuove sinergie con le altre organizzazioni del Terzo Settore, come le cooperative sociali e le associazioni.
Ma quali sono gli strumenti e le modalità perché tali collaborazioni siano realmente efficaci e ad alto impatto sociale ed economico? Sono questi gli interrogativi che ha posto Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Consolida, stamattina agli esperti ospiti al seminario «Filantropia strategica» organizzato da Consolida all’interno della rassegna culturale «Impresa sociale al cubo», perché interpreta la filantropia come ulteriore leva per il co-finanziamento di progetti di abitare e di cura di lungo periodo.
«L’Italia è un Paese ricco ma che dona poco», ha risposto Gianluca Salvatori, segretario generale del centro di ricerca Euricse e di Fondazione Italia Sociale, costituita nel 2017 ma diventata operativa da circa un anno.
Ci sono, infatti, 11 miliardi di euro di patrimoni privati di cui solo una parte molto marginale (10 milioni di euro) viene investita in attività sociali che accrescono il benessere collettivo.
 
Si tratta prevalentemente di una filantropia popolare, ovvero di singoli cittadini con cifre contenute, cui si aggiungono le risorse delle fondazioni private (poche) nate dalla responsabilità sociale di impresa e di quelle di origine bancaria.
In generale la cultura della filantropia è guardata, in un certo senso, con sospetto, ed è legata alla sua formulazione di origine anglosassone, quando nell’800 le donazioni erano fatte da persone molto ricche che sceglievano interventi di carattere riparativo.
In Italia, ad esempio, sono poche le Fondazioni private che nascano dalla responsabilità sociale di impresa.
L’universalismo del welfare state e l’idea di giustizia sociale è stata una reazione a questo tipo di filantropia.
Oggi però il contesto è cambiato: sia per la diminuzione di risorse pubbliche, sia per l’affermarsi di bisogni individuali frammentati e diversificati cui non si può più rispondere con servizi standardizzati e uniformi.
 
Fondazione Italia Sociale, anche ispirandosi ad esperienze di altri Paesi europei, sta cercando i modi per raccogliere queste risorse e far sì che diventino ricchezza collettiva.
Oltre a introdurre anche a livello normativo nuovi strumenti come i Daft applicati in Lussemburgo (una forma evoluta di lasciti testamentari) e incentivi fiscali alle donazioni, secondo Salvatori occorre promuovere una nuova cultura della filantropia non più di tipo riparativo, ma che produce cambiamento sociale e migliora le condizioni collettive.
Una filantropia che si connette e lavora con gli altri Enti del Terzo Settore, come le cooperative sociali e le associazioni, nel perseguire comuni obiettivi di trasformazione sociale per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti.
Secondo Gianluca Salvatori (foto di lato) la filantropia deve assolvere una funzione che Stato e mercato non possono svolgere, ovvero assumersi il rischio di progetti che hanno bisogno di tempo per dimostrare i loro effetti e raggiungere i loro obiettivi.
 
La sfida è allora quella di ripensare i ruoli ma anche le modalità di lavoro comune, con l’introduzione anche di appositi strumenti giuridici sul modello di altri Paesi europei.
In attesa c’è chi prova a cercare nuove direzioni come le due fondazioni presentate stamattina diverse fra loro, perché una di origine bancaria, l’altra di natura privata legata alla volontà di un imprenditore.
Filippo Manfredi, direttore della Fondazione Caritro, ha raccontato il lavoro che l’ente svolge in Trentino con bandi che stanno declinando la mission originaria in modo nuovo (l’ente si sta trasformando da sostenitore a facilitatore) puntando all’ibridazione dei soggetti coinvolti: enti del Terzo Settore, insieme a quelli pubblici ma anche aziende.
Lo scambio consente di rinforzare le competenze (capacity building) sostenere l’innovazione delle risposte ai bisogni sociali, ma anche di costruire le condizioni per la sostenibilità e la durata degli interventi.
 
Anche per Rita Ruffoli, direttrice della Fondazione San Zeno, nata dall’imprenditore Sandro Veronesi (titolare di Calzedonia, Tezenis, Intimissimi e Falconeri), è fondamentale la valorizzazione delle competenze dei territori e la creazione di reti ibride.
Con un approccio «sartoriale» – che da un lato accoglie proposte innovative, dall’altro fa anche operazione di scouting – la Fondazione San Zeno ha investito in venti anni nell’ambito di educazione, istruzione, lavoro, e sviluppo di comunità, 60 milioni di euro sostenendo 1200 progetti di 500 enti di Terzo Settore.
«Vogliamo – ha detto Ruffoli – far crescere chi fa crescere. Senza nuocere, con cautela e responsabilità, consci del ruolo di finanziatore partecipe e attento ai percorsi di sviluppo, valutando l’impatto e gli effetti che il nostro sostegno produce nei beneficiari. Ascoltando il territorio, in rete con una pluralità di attori e in dialogo aperto con gli enti proponenti, promuovendo la sostenibilità delle loro azioni in collaborazione con le istituzioni. Essere dei buoni compagni di viaggio, senza trascurare l’essenza del nostro operare: quella di riconoscere il valore delle persone.»
 
Dal confronto anche con il pubblico che ha partecipato al seminario – composto da rappresentanti di cooperative sociali, associazioni, enti pubblici, banche – è emerso come in un contesto in trasformazione la direzione per la filantropia e il Terzo Settore, sia quella dell’ibridazione (di organizzazioni, fonti di risorse, competenze, idee) e della prospettiva medio – lungo termine.
La leva filantropica in questa dimensione può diventare un importante catalizzatore per altre risorse e per costruire insieme una nuova cultura di attivazione per il benessere del territorio.
L’incontro fa parte di Impresa sociale al cubo, la rassegna culturale promossa dalle cooperative sociali di Consolida.

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