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Il romanzo dell'estate: «Operazione Folichon» – Capitolo 18°

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Guido de Mozzi

«Operazione Folichon»

Primavera - Estate 2010

PERSONAGGI


Dott. Marco Barbini

Imprenditore italiano

On. Vittorio Giuliani

Senatore della Repubblica Italiana

Arch. Giovanni Massari

Imprenditore italo americano

Eva de Vaillancourt Massari

Moglie di Massari

Geneviève Feneuillette

Baby-sitter di casa Massari

Antonio Longoni
Cesare Agnolin
Giancarlo Negroni

Soci d'affari di Massari

Julienne (Giulia) Lalancette

Assistente di Massari

Rag. Luciano Pedrini (610)

Promotore finanziario di Massari

Giuseppe Kezich

Maestro di caccia

Amélie Varenne

Estetista di Eva Massari

Ing. Giorgio Scolari

Titolare del calzificio Technolycra Spa

Col. Antonio Marpe

Dirigente del Gico

Gen. Massimo Frizzi

Alto funzionario della DIA

Massimiliano Corradini

Finanziere sotto copertura del Sisde

Ammiraglio Nicola Marini

Direttore del Sismi


Nomi, fatti e personaggi di questo romanzo sono frutto della fantasia dell'autore.
Eventuali riferimenti alla realtà sono fatti solo per inquadrare il momento storico di riferimento.
Il locale «
Le Folichon» esiste, ma non è mai stato teatro di fatti come quello descritto nel presente romanzo.


Capitolo 18.
Miami Beach, inizi agosto 2002.



Comunque sia, non accadde nulla. E il mio lavoro doveva proseguire.
Così, il 2 agosto mi misi in viaggio per accompagnare nuovamente il Bivar ad Haiti, perché il piano di cooperazione intereuropea stava per essere ratificato e io dovevo staccare fattura subito dopo la firma. A Miami si sarebbero aggiunti a noi i consoli d'Italia e di Haiti di stanza a Québec City. Poiché ad Haiti l'Italia non ha né ambasciata né consolato, i nostri rapporti diplomatici sono tenuti dall'ambasciatore italiano di stanza in Giamaica il quale, presumibilmente, ci aspettava già a Porto Principe, come viene impropriamente chiamata in italiano la capitale Port-au-Prince.
A Miami ci fermammo una notte, sicché andai di corsa a trovare Eva dopo aver sistemato gli altri al Fountainebleu di Miami Beach. L'avevo raggiunta nel tardo pomeriggio, poco prima di cena. I bambini mi erano corsi incontro, rilevando involontariamente la mancanza del papà. Diedi loro dei videogiochi che avevo acquistato in Italia, poi baciai Eva e salutai Gène, con i suoi impenetrabili occhiali a specchio. Poi uscii con Eva sul pontile, oltre la piscina.
«Novità?» - Chiesi, riferendomi alla scomparsa dell'aereo.
«Niente. Non hanno trovato che qualche piccolo rottame. Non è bastato il disgelo, ammesso che non siano caduti in un lago. Nella zona dove l'aereo è esploso ce ne sono a centinaia e anche di dimensioni enormi.»
Rimasi in silenzio, non sapendo cosa dire di fronte al suo dolore.
«Beh, cambiamo argomento. - Sospirò. - I bambini iniziano adesso a rendersi conto di cosa sia successo alla loro vita.».
«Vi porto fuori a cena. - Dissi deciso. - Questa casa è piena di ricordi e voglio vedervi allegri. OK?»
Eva guardò i bambini di là della vetrata.
«OK. - Rispose con un sospiro definitivo. - Ma i bambini restano a casa. Stanno seguendo un ritmo preciso di vita che mi ha suggerito la psicologa e desidero non interromperlo.»
La portai al Mango sulla Ocean Drive, un posto per giovani, in verità, ma volevo distrarla. Un'orchestrina latino-americana rallegrava l'ambiente e la presenza di tanti ragazzi casinisti e incasinati rendeva tutto più leggero.
Non ci vedevamo da oltre sei mesi, ma era come se fossimo stati insieme giorno per giorno, ora per ora, momento per momento, perché le seimila mail che ci eravamo scambiati in quel periodo ci avevano giocato un ruolo del tutto imprevedibile.
«Ciao.» - Le dissi.
«Ciao.» - Rispose.
Mi prese la mano. Non dovevamo raccontarci nulla perché sapevamo già tutto. Affrontammo direttamente gli argomenti, cercando di evitare solo di chiamarci con i nomi fasulli che ci davamo in rete.
«Cosa ci è successo?» - Domandò.
«Nulla. - Sorrisi. - Solo uno scambio di seimila mail…»
«Esatto. - Sorrise anche lei. - Nulla di più… he he»
Provai a spiegarle il fenomeno dal punto di vista di un professionista della comunicazione, quale mi ritengo io.
«Quando si comunica tra esseri umani, il cervello di una persona codifica un concetto e lo esprime in parole, segni, disegni, suoni, atteggiamenti, gesti e quant'altro è a disposizione con i molteplici linguaggi usati dall'uomo. Il cervello della persona che deve recepire il messaggio può decodificare il concetto solo impiegando gli stessi codici utilizzati dal comunicatore. Ma quanto più spesso due soggetti comunicano tra loro, e tanto meno hanno bisogno di esprimersi per comunicare.»
«Parli piuttosto difficile per una come me che non è di lingua madre italiana…»
«Cionondimeno, se hai capito lo stesso che cosa volevo dire, significa che io e te abbiamo raggiunto un'intesa dialettica formidabile.»
«Fammi un esempio.»
«Se io ti dico gatto, tu capisci che parlo di un preciso animale domestico. Se poi ti dico che è nero, che è maschio e che sta attraversando la strada, qualcuno taglia le curve dei codici e…»
«… E va direttamente a toccarsi le palle.»
«Ha ha! Lo vedi? Sei proprio tu!»
«Sì, direi proprio che… Ha ha!»
«Bene, io e te per sei mesi abbiamo usato solo il cervello per comunicare. Due pensieri, una tastiera, delle parole…»
Mi guardava per cercare di capire dove la stavo portando.
«Il codice sarebbe la tastiera?»
«No, quella è solo l'interfaccia. Senza vederci né sentirci - proseguii - siamo riusciti a respirare gli stati emotivi l'uno dell'altro… - Dimostrò un certo imbarazzo. - I nostri cervelli sono entrati in sintonia diretta, Eva, senza altri meccanismi. Non hanno neanche avuto bisogno di un server per collegarsi…»
Ci pensò un attimo.
«E tutte le mie ricerche su Java Script?»
Lei era molto più preparata di me in tema di computer. Io ad esempio non avevo mai usato quel programma.
«Java serve a te solo per navigare in rete attivamente. Entrare in altri PC, fare o disfare siti..»
«In effetti - osservò, glissando la mia osservazione, - non abbiamo bisogno di chiederci come stiamo, perché lo comprendiamo fin dalla prima parola scritta…»
«E abbiamo cominciato a ragionare allo stesso modo.»
«Speriamo di non aver fatto sinergie con le stronzate…»
«Anche quelle, puoi starne sicura.»
Mi tornò alla mente la battuta dei Monsoni raccolta da Frizzi.
«Duce! Duce! Arrivano i Monsoni!»
«Annientateli! - rise. - Ricordi quella volta dei numeri di telefono?»
«E come potrei dimenticarla?»
Me la ripeté:
- Per sesso light premi # 1.
- Per sesso orale premi # 2.
- Per sesso tradizionale premi # 3.
- Per sesso anale premi # 4.
- Per sesso sadomaso premi # 5.
- Per i pacchetto completo fai il mio numero
Il suo portatile squillò e lei chiese scusa, temendo che potesse essere casa.
«Pronto?»
«Sono io. - Risposi dal mio cellulare col quale l'avevo chiamata di nascosto. - Voglio il pacchetto completo…»
«Dai, stronzo!»
«Ha ha!»
«Hai più sentito Giulia?» - Mi domandò a bruciapelo.
«Non l'ho più vista né sentita.»
«Te la chiamo.»
Prese il cellulare, dove aveva memorizzato il numero di Giulia.
«Giulia? - Le sentii dire. - Sì, bene grazie… No, non ci sono problemi… Sì, stanno bene anche loro… No, volevo solo passarti un comune amico…»
Mi passò il cellulare tenendo la mano sul microfonino.
«Non farle scegliere che numero premere…» - Bisbigliò.
«Ciao, Giulia!»
«Marcooo!»
«Ehi! Non hai più risposto alle mie chiamate!»
«Scusami, ma ho sempre molto da fare.»
«Non ce l'hai una segretaria?»
«Ne ho due…»
«Non ci siamo neanche salutati…»
«Non certo per colpa mia.»
Avevo l'impressione di averla trattata proprio come il classico maschio che io stesso non sopporto, e non sapevo che cosa dirle.
«Senti, - Provai a dirle poi, sapendo che Eva mi stava ascoltando. - Che ne diresti se venissi a trovarti in settembre?»
«Ho un fidanzato…»
«Se è per questo, io sono sposato…»
Mi spiegò alcune cose. Dopo il mese così intenso che avevamo passato insieme, aveva completamente cambiato il suo atteggiamento con il sesso maschile. Da allora in poi sarebbe stata lei a scegliere il suo uomo e, all'occorrenza, avrebbe saputo dominarlo. Né più né meno di come fa un uomo con la donna in condizioni normali: non era più disposta ad attendere la corte di maschi sonnolenti e distratti da troppa disponibilità femminile.
«Ma se vieni a trovarmi, sarai sempre ben accolto.» - Aggiunse.
«E' questo che ti avevo chiesto.»
«L'ho capito. Ma sarò io ad invitarti, quando avrò tempo e voglia.»
«Mamma mia! - Risposi meravigliato. - Vuoi dire che hai messo le palle?»
«Qualcosa in contrario?»
«No, purché non perdi la femminilità…»
«Senti allora. Facciamo venerdì 27 settembre, diciamo alle 19?»
Stava prendendo nota sull'agenda. Truie…
«Sbaglio, o mi stai prendendo come un impegno di lavoro?»
«No, scusa, è che in questo momento ho da fare fin sopra i capelli.»
Poi però cambiò il tono, si fece più femminile e parlò sottovoce.
«Che ne dici di riportarmi al Never say Never?»
«Davvero?»
«Davvero. Ma a patto che stavolta non fermi Cariddi, ma semmai gli dai una mano. OK?»
«Stai proprio diventando una donna manager a tutti gli effetti, eh?»
Mi aveva disteso i nervi. Quanto basta poco a noi uomini…
Restituii il cellulare ad Eva.
«Hai visto come è cambiata? - Mi chiese. - Sei stato tu…»
«Io? Macché. E' il sistema socratico della Majeutica. Si tratta di aiutare il discepolo a trovare la verità dentro di sé…»
«Sempre ammesso che il discepolo ce l'abbia dentro di sé…»
«Sottile…»
«Stiamo ragionando sullo stesso filo.»
«Filo o file?»
«E che ne so…?»
Dopo l'antipasto con carpaccio di marlin e sauvignon, dopo un paio di filetti al pepe e cabernet, due caffè e un bourbon, ci venne voglia di ballare. E così, non appena l'orchestrina fissò un lento, ci alzammo e ci abbracciammo sulla mattonella. Dapprincipio la scoperta della distanza che ci separava nonostante l'intimità dialettica raggiunta mi fece sentire una profonda stanchezza. Poi però, il profumo di Eva, il suo corpo che si muoveva gentile sotto la seta, il suo viso vicino al mio, la sua mano sotto la giacca e certamente anche l'alcol che, per quanto nobile, avevamo forse favorito un po' troppo generosamente, mi suscitarono un'involontaria reazione maschile di desiderio. Indugiai sul cosa fare, finché non decisi di allentare il contatto e mi staccai da lei. Eva alzò lo sguardo come per trovare una ragione e ci sfiorammo con il viso. Ci guardammo a lungo, finché non socchiuse gli occhi e io avvicinai le mie labbra alle sue. La baciai affettuosamente. Poi la baciai nuovamente ma con maggior coinvolgimento.
«Chiediamo il conto?» - Chiesi quando la musica si fece ritmica.
Mezzora dopo eravamo sul suo pontile a guardare la Downtown tenendoci vicini. La strinsi e la baciai, ma mi fermò. Allora provai un'altra via.
«Andiamo nell'idromassaggio?»
«Quanti ricordi in così poco tempo…»
«Scusa, forse ho sbagliato…»
«No. - Reagì, scuotendo la testa. - Vieni.»
Accese l'idromassaggio. Ci portammo alle cabine vicino alla piscina per spogliarci e uscimmo coperti da un asciugamano attorno alla vita. Il suo seno era perfetto, come ricordavo, solo che stavolta non la stavo guardando con attenzione professionale. Lei accese l'impianto delle bollicine mentre io vi entravo nudo. Poi anche lei lasciò cadere il suo asciugamano ed entrò con eleganza e femminilità. Era bellissima. E perfettamente depilata.
La presi tra le braccia in un turbinio di sciacquii e sciabordi, mentre lei si lasciava adorare con gli occhi chiusi e un sorriso misterioso. Si lasciava andare, ma non stava pensando a me. Il suo corpo era stupendo e le sue curve scivolavano attorno a me facendomi impazzire. Quando la portai a me, mi fermò. Mi fermai.
«Ci stai pensando ancora, vero?»
Aspettò un attimo, poi rispose.
«Penso a tua moglie. E' una donna deliziosa.»
«Se si trovasse in una situazione come questa, con un altro uomo, - mentii, - a questo punto vorrei che lo facesse. E' troppo bello.»
«Generoso da parte tua, quanto improbabile.»
Le baciai il collo.
«Già, come è improbabile che tu pensassi a mia moglie.»
Mi guardò, ma in quelle condizioni non potevo capire se avesse le lacrime agli occhi. Si limitò a lasciarsi abbracciare da me perché ormai non rappresentavo più un pericolo.
Ma non era così… Il suo contatto ravvivò il mio interesse. Cercai di vincerlo.
«Ti manca così tanto, vero?»
Non rispose.
«E mi hai lasciato entrare qui solo per ricordarti di lui, vero?»
Non si mosse.
«Non preoccuparti.» - Dissi allora, accogliendola in pieno tra le braccia senza erotismo ma con affetto.
Ma adesso era il suo interesse che si era ravvivato per me. Si lasciò spostare dalle bollicine in modo che fosse loro la responsabilità di muovere il proprio corpo attorno al mio. E a quel punto io non avevo più bisogno di trovare scusanti e le accarezzai il seno in modo palese. Lei, pur restando passiva, non mi fermò e io mi avventurai più in basso cercando di prenderla come per arrestare quello sfuggente balletto erotico. Ma lei voleva continuare a fingersi inafferrabile, facendo sembrare ogni contatto casuale e involontario. Dopo una decina di minuti, cullato in quella magnifica coppa di champagne che chiamano Jacuzzi, decisi di baciarla nuovamente. Rispose al bacio lasciandosi portare in assenza di gravità. Fece spazio al mio ginocchio che cercava di offrirle un punto d'appoggio e alla fine vi si sedette trascinandomi in quel vortice imprevedibile e ruffiano. Mi servii di un bacio per tenerla ferma, ma lei si liberava con quel suo sorriso malizioso ad occhi chiusi. Ruotavamo più intimi e più uniti, sospesi nell'acqua che ci pizzicava le narici. Ora io cercavo di fermarla e lei di non farsi prendere. Le morsi il collo e finalmente la tenni così con i denti per farmi attorno a lei. Così costretta si schiuse, ma solo per trascinarmi in altre evoluzioni disegnate dalle bollicine. Strinsi i denti sulla sua spalla con maggiore determinazione per impedirle di liberarsi di me, spingendo con la lingua per non farmi entrare acqua in bocca. Mi trovai così ad assaporare la sua pelle clorata, ma anche a seguire maggiormente le sue evoluzioni…
Vedendo che la pressione dei denti anziché farla soffrire la faceva gemere di piacere, presi a lasciarla per poi morderla meglio in un crescendo eccitante di mordi e fuggi. Divenne presto un gioco d'amore che ci portò a una cruenta caccia dove io l'addentavo di forza e lei godeva all'impazzata. Iniziai a morsicarle il collo, la spalla e il braccio, dove si era fatta mettere un nuovo tatuaggio, e glielo strinsi con gli incisivi come se volessi staccarglielo. Sentendo dalla sua reazione che provava piacere, ripetei l'azione dappertutto gustandomi la plasticità solida del suo corpo e più volte strinsi i denti fino a lasciarle un segno duraturo nel tempo. Lei, anziché respingermi, reagiva con crescente desiderio, offrendo ai miei attacchi le parti che più gradiva mettermi in bocca, come se una gioia malvagia le imponesse il dolore.
Ora si lasciava manipolare e girare da me come se fosse un oggetto gaudente di sofferenza, lasciando a me la scelta del punto da mordere e baciare. Uscivamo a stento con la testa per prendere fiato, ma il tutto era finalizzato solo a mantenere vivo e crescente il desiderio di passione e sesso, fati di gioia e dolore. Sembrava che lei volesse far posto al dolore fisico per scacciare quello spirituale, come se la sua immoralità venisse così masochisticamente purificata.
Non ci volle molto che mi dedicassi alle parti più intime e lei, intuendolo, mi lasciava procedere per gradi in modo che il tutto seguisse un suo percorso prestabilito. Mi lasciò, ma poi mi bloccò la testa tra le cosce, decisa a soffocarmi prima di concedersi. Mi presi con le mani e lei mi lasciò finalmente arrivare a morderle il sesso con la stessa forza e passionalità. La sentivo gemere e gridare dentro e fuori dall'acqua, mentre io davo fondo alle mie riserve di ossigeno per godere di quegli attimi irripetibili nei quali la emendavo dalle sue colpe.
Poi mi lasciò tornare in superficie, ma scomparve sotto acqua andando anche lei a mordere me. Prima con dolcezza e poi con determinazione. Prima facendomi desiderare e poi facendomi fuggire. Per poi tornare tra le sue fauci e farsi riprendere dalle mie con rinnovata carica. Volevamo divorarci, eccitati dall'assurdo desiderio dei cannibali che si nutrono di ciò di cui vogliono rivendicare il possesso.
Poteva sembrare la naturale estensione del nostro linguaggio internet. Una comunicazione perfettamente sintonizzata sulla misteriosa rete delle emozioni irrazionali, quella che non ha bisogno neanche di una formulazione astratta di concetti da veicolare al cervello tramite una tastiera... L'urlo, la passione, il dolore, l'eccitazione... Il bisogno di lasciare un segno. La necessità di recuperare il tempo… La fine naturale di una relazione mai nata quasi un anno prima.
Quando venni eravamo abbracciati in modo del tutto innaturale, come erano innaturali segni che le avevo lasciato nelle parti più delicate, e come era innaturale l'intensità della passione con la quale avevo voluto punirla di qualcosa che non afferravo ancora...

Passammo il resto della notte da soli nelle nostre rispettive camere. Ma l'indomani, dopo tanta intimità e irrealismo, mi sforzai di non metterla al corrente di quello che avevo saputo a Roma. Ma adesso era cambiato tutto tra noi due e decisi che probabilmente non avrei mantenuto il segreto come avevo promesso all'alto funzionario della DIA. Guardando Eva che faceva colazione con noi ben avvolta nell'accappatoio per non lasciar vedere i lividi che le avevo provocato a morsi, sorrisi pensando a Massimo Frizzi che tra un po' avrebbe avuto motivo di uccidermi…
Quando i bambini andarono a scuola accompagnati da Geneviève, raccontai ad Eva dell'incontro con il dirigente della Dia. Mi ascoltò senza dire nulla, sicché alla fine vedendo che non aveva nulla da replicare, non mi restò che alzarmi da tavola e andare a prendere la mia borsa da viaggio.
Quando scesi Eva chiamò Mamie e mi chiese un favore.
«Marco, - disse davanti alla tata. - Mi hai detto che tra un po' parti per Haiti, vero?»
«Sì, verso le dodici.»
«Faresti un favore alla mia tata portando del denaro a sua madre?»
Mi fece notare il fascio di banconote di piccolo taglio che la donnona nera teneva in mano.
«Sì, certo. Ci possono essere problemi alla frontiera?»
«No, - sorrise Eva. - Haiti vive sostanzialmente delle rimesse dei suoi emigrati. E comunque, poverina, saranno sì e no tremila dollari. Per loro sono sei o sette anni di lavoro.»
«Ma certo, - dissi, lieto di farle un favore. - Dammi nome e indirizzo.»
Jacques mi accompagnò a prendere l'aereo per Haiti.

(Continua)
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