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«I due presidenti» – Undicesimo capitolo

Spy story di Guido de Mozzi

IL PERIODO DEI DUE PRESIDENTI


PERSONAGGI

MARCO BARBINI
IMPRENDITORE ITALIANO

GINA BARBINI
MOGLIE DI MARCO

SAOUL GROWE
AGENTE SPECIALE DELL'FBI

JILL MOORE
AGENTE NSA

JEFF FLIT
CAPO OPERAZIONI NSA

A. CHITTUM E P. VINERY
AGENTI NSA

ROLAND GARCIA
VICEDIRETTORE AIR & SPACE SMITHSONIAN ISTITUTION

GREGORY LEVITAN
DIRETTORE DEL MUSEO DI DAYTON

MANNY LARSEN
CAPO DELL'UFFICIO STORICO DELL'USAF

COLONNELO KENNETT, MRS DOLAN, MR JACOBS
DELL'ARCHIVIO STORICO DEL PENTAGONO

GEORGE BUSH
PRESIDENTE USA USCENTE

BILL CLINTON
NUOVO PRESIDENTE USA

A mia Madre, che mi ha insegnato ad amare,
a mio Padre, che mi ha insegnato a scrivere.





Capitolo 11.


Era un'occasione che nessun giornalista avrebbe voluto perdere.
"Per quando sarebbe prevista la visita all'Archivio Storico?"
"E' prevista per le quattro, quando gli uffici sono chiusi."
"Bene." - Dissi. - "Allora ci rivedremo alle quattro."
Feci per alzarmi come per chiedere loro di andarsene, ma restarono seduti.
"C'è dell'altro?" - Chiesi.
"Sì." - Lo aveva pronunciato Growe, ma capii che non sarebbe stato lui a parlare. Allora guardai Flit.
"Dottor Barbini."
Pausa di riflessione.
"Lei comprenderà certamente che quando avrà concluso la sua missione personale a Washington, non potrà ancora andarsene."
Forse non lo avevo ancora preso in considerazione con la dovuta attenzione, ma dentro di me mi ero già posto il problema sulla fine dell'emergenza in cui mi trovavo. In teoria, avrei potuto essere sempre in pericolo, se non fosse stato chiuso anche il loro versante di indagini.
"E lei comprenderà invece quanto questo potrebbe incidere sul normale corso della mia vita." - Risposi, ma sapevo perfettamente che senza di loro il mio culo sarebbe andato all'asta.
"E della vita appunto si tratta." - Disse Flit, ma anche lui si riferiva al culo, il mio.
"C'è un modo per uscire col culo intatto da questa faccenda." - Disse Growe a sostegno del suo collega. - "Lei dovrà fare un ultimo sforzo."
Guardai Jill. Da come mi restituiva lo sguardo avrei dovuto preoccuparmi. E infatti ebbi motivo di preoccuparmi davvero.
"C'è bisogno di abbreviare i tempi." - La premessa di Flit era finita. Mi preparai a sentire l'offerta. - "Le saremmo grati se lei si prestasse a fare da esca per un'ultima volta."
"Mi sta dicendo che finora ho fatto da esca?"
"No. Mi perdoni. Con «per l'ultima volta» intendevo che stavolta avremmo chiuso la faccenda... Lei è molto suscettibile."
"Si spieghi." - Dissi restando sulle mie.
"Lei dovrebbe semplicemente comportarsi nel più naturale dei modi. Dovrebbe quindi recarsi all'Archivio Storico a chiudere la sua ricerca e..." - Mi stavo eccitando. - "...E attirare così la concorrenza. Noi la proteggeremmo e quindi non correrebbe rischi."
E qui, secondo loro, stava la novità.
"Scusate," - dissi. - "Ma secondo voi io non dovevo correre rischi neanche prima, e invece è andato tutto a puttane."
"Stavolta è diverso. Stavolta sappiamo quando e dove interverranno."
"Tanto peggio. Ma... e come cavolo fate a dirlo?"
"Glielo abbiamo fatto sapere noi."
"Avete fatto cosa? Ma se non me lo avevate ancora chiesto? Decidete sempre così alla cazzo di cane, voi?" - Non so com'era suonata in inglese questa esclamazione molto italiana quanto giovanile.
"No. L'abbiamo fatto semplicemente perché dovevamo. Se lei non vuole, molliamo tutto."
"Certo. E io perdo la possibilità di mettere il naso nel mio Segreto di Stato! Questo è un ricatto, vero?"
"Ma no, cosa capisce? Questo è un gentlemen-agreement, un accordo tra gentiluomini. Ha ha!"
"Al diavolo!" - Dissi. - "Ma non vi interessava piuttosto sapere quello che mio padre aveva messo insieme?"
"Abbiamo tempo per quello. Anzi; quando potrà anche avere i riscontri oggettivi, ci racconterà tutto con maggiore precisione storica. Non le pare?"
Rimasi senza parole, ma rimasi anche da solo con Jill perché ormai mi avevano detto tutto quello che avevano da dirmi.

Se ne erano andati precisando che sarebbero tornati alle 3. Flit aveva spiegato a Jill i dettagli. E così mi trovai costretto a riallacciare i rapporti con lei. E' vero che non aveva detto tutto ai suoi, ma era anche possibile che fossi stato io a non averle dato il tempo di farlo.
"Non devi avere paura," - mi disse Jill sinceramente amareggiata. - "Ci saranno un centinaio di agenti."
"No, figurati. Io, spaventato? Ma ti puoi immaginare!" - Silenzio. - "Mi mancano le gambe."
Mi accompagnò sul divano a spiegarmi che cosa avremmo dovuto fare. Mi spiegò che fin dall'inizio era stato progettato un piano finalizzato a forzare la mano a Charly, il nemico in gergo militare americano, nel caso che le scadenze non consentissero di attendere oltre. Era lunedì 18 gennaio 1993, e mancavano solo due giorni all'insediamento del Presidente Clinton. Ergo, non avevano alternative. Ed era stato scelto quel pomeriggio per motivi che forse non mi sarebbero stati spiegati mai, ma Jill mi disse che era meglio così.
"Credimi, Marco. E' meglio non avere tempo per pensarci su troppo. Ora sono le 12. Dobbiamo fare uno spuntino, perché tra un'ora vengono qui i tecnici della NSA a prepararci."
In verità, io ho una certa esperienza sulla paura. Mi è capitata un sacco di volte. Come sapeva anche Growe, non mi ero mai fatto indietro nei momenti difficili, però avevo sempre avuto paura. E con reazioni sempre diverse ma con la stessa portante: un forte angoscia iniziale che ti attanaglia la gola. Per fortuna, so che non appena si verifica l'evento che ho atteso con terrore, la paura mi passa per fare posto alla reazione. E' così che a volte qualcuno mi ha definito coraggioso. Puttanate. Sono solo strane combinazioni della vita di uno che ha sempre avuto paura.
"Io non ho accettato, sono stato costretto ad accettare, è diverso." - Dissi a Jill. Ero nella fase che precede gli eventi, e Jill si accorse che avevo davvero paura.
"Ora telefono al Capo e sospendo tutto. In queste condizioni non riusciresti neanche a convincere tua nonna."
Mi bastò questa frase per risvegliare il mio amor proprio, come sempre. - "Fermati Jill. Non ho alternative. Voglio togliermi per sempre questa situazione di ricercato, semplicemente perché ho famiglia. Cambiamo discorso piuttosto. Cerca di distrarmi."
Mi guardò per capire se mi riferivo alla nostra intimità, ma era un discorso chiuso da quando l'avevo sentita al telefono due ore prima.
"Ordino la colazione. Cosa vuoi?"
"Caviale Beluga e bloc de foie gras d'oie con fette di pane integrale caldo e noci di burro. Dello spumante Trentino." - La sbirciai per vedere se si ricordava che vino era.
"Guarda che questa non è l'Ultima Cena."
"Infatti, è l'Ultimo Pranzo."
"Non puoi bere vino: Devi essere lucido."
Se questo voleva significare che il resto invece potevo averlo, tanto meglio!
"OK. Fa' tu."
Andò al telefono e chiese di farsi portare qualcosa. Riuscii a capire che aveva ordinato della Budweiser. Mi era passata l'angoscia, ma non la paura.
"Dunque," - disse Jill. - "Tra un'ora vengono due tecnici della NSA. Ci metteranno addosso un paio di cimici. Anzi, metteranno a me una ricetrasmittente collegata all'orecchio tramite un paio di finti occhiali da vista. A te metteranno solo la trasmittente. Non so se dovremo avere il giubbotto antiproiettili, ma credo che il percorso studiato abbia fatto in modo che le cose possano succedere solo in una strozzatura che consenta il controllo della situazione. Ci accompagneranno due agenti travestiti da uomini di fatica, forse c'è anche una donna."
"Che gente è?"
"I miei e l'FBI."
"Quale sarebbe l'area definita calda?"
"Non lo so, me lo diranno."
"Ho paura." - Dissi, e lei mi sorrise.
"Io no." - Mentì. Sentii bisogno di abbracciarla e a questo punto lei ne fu grata. Mi strinse con calore. La tenerezza tra noi era forse finita, ma quello che era rimasto era qualcosa di più solido di un semplice affetto. Incredibile come le situazioni estreme accelerino i processi del buon senso.
Non arrivammo a dire nulla di più, perché suonarono alla porta. Jill andò a guardare allo spioncino ed aprì. Era la nostra colazione.
Una scatola di plastica trasparente come quelle che ti servono in aereo in classe turistica. Mi domando spesso perché nei voli oceanici non facciano dei semplici sandwich come nei brevi voli interni americani o, meglio ancora, delle pizze preconfezionate da scaldare col microonde. Invece che ostinarsi a mettere in un'unica confezione di plastica trasparente antipasto, primo, secondo, contorno, formaggio, dolce e frutta, dovrebbero sapere che una pizza costerebbe di meno e farebbe la felicità di tutti, hostess comprese. Dovrò proporlo all'Alitalia. Se mi pagano per l'idea, naturalmente.
Aprii il contenitore e vi trovai una scatoletta di paté di fegato di maiale. Lessi gli ingredienti: carne suina, lardo, fegato di maiale, sale, spezie, caseina in polvere, coloranti naturali. Non era proprio il paté che avevo desiderato, e non volli sapere che cos'era il surrogato di caviale contenuto nell'altro barattolino di vetro. C'era anche una fetta di prosciutto cotto, una fettina di uovo sodo, una foglia di lattuga e una fetta trasversale di cetriolo sottaceto.
"Non potevano fare una pizza al microonde, piuttosto?" - Chiesi, pur cercando di non apparire difficile. - "Scherzavo, quando ti avevo chiesto paté e caviale."
"Bastava che la chiedessi. Qui è uno dei piatti migliori, perché usano la Tombston."
"Che cosa?"
"Una Tombston."
"Dovevi chiedere proprio una Tombston?" - Chiesi in italiano. - "Una Pietra Tombale in un momento come questo?"
"Ma no, stronzo. E' una marca di pizza surgelata da cuocere con il microonde." - E aprì la scatola contenente la sua pizza.
"Ecco. Io... L'Alitalia..."
"E che c'entra l'Alitalia con le pietre tombali?"

Alle due vennero i tecnici. Un uomo e una donna, in funzione del fatto che io ero un maschio e Jill una femmina. Ci chiesero di metterci a torso nudo, ma non ci fecero andare in due stanze separate. Jill ci girò la schiena e si tolse la maglia senza problemi. Io feci lostesso, senza girarmi. Usarono grandi cerotti bianchi per applicarci una specie di radiolina alla vita, dietro sopra il sedere, e un cavetto che, passando davanti e su per il petto portava un piccolissimo microfono vicino al collo. Jill ebbe in più un filo che l'aiutante le fece scorrere giù, tra le natiche.
"E' un'antenna." - Specificò la donna che comprese la mia curiosità dallo sguardo. - "Lei non ne ha bisogno, perché riceve solo. Il radiomicrofono della signorina è separato dall'antenna ed incorporato in quegli occhiali." - Li indicò con un gesto del viso nella valigetta aperta sulla poltrona.
Avevano altre due valige. In una tenevano armi leggere, nell'altra, più grande, dei giubbini antiproiettili di varia misura.
Li provammo e riprovammo, ma sarebbero andati bene solo se indossavamo il montone, altrimenti li avrebbe notati chiunque.
Tuttavia avremmo dovuto metterli prima della partenza.
Poi fecero scegliere le armi a Jill. Alla fine le diedero una Beretta Calibro 9 corto Modello 94/F con caricatore bifilare da 13 colpi, e quindi più compatta della 98/FS che le avevo visto in mano a casa mia a Fort Lauderdale. Ne chiesi una anch'io, ma i due mi dissero non potevano. Se lo ritenevo necessario, avrebbero dovuto telefonare al Comando Operazioni. Jill disse che non ce n'era bisogno.
Mi consigliarono di non bere alcolici, di mettere delle scarpe con suola di gomma (se non ne avevo me ne avrebbero procurate un paio), di abituarmi a fare immediatamente e solo quello che mi veniva detto da Jill, e di starle vicina. Lei mi avrebbe protetto. Il servizio di protezione attivato, mi avevano assicurato, era della massima sicurezza.
Come sempre, pensai ironicamente.
Quando se ne andarono via, andai a versarmi un bicchiere di Wild Turkey portato la sera prima, alla faccia degli alcolici che non avrei dovuto bere. Me ne era venuta voglia non appena me ne avevano parlato. Era piacevole e caldo nello stomaco: quello che ci voleva dopo quel ridicolo pasto americano. Inutile dire che Jill invece si era bevuta una tazza del suo caffè micidiale.
"A proposito di armi." - Dissi indicando il suo caffè. - "Perché hai cambiato Beretta?"
"Ne ho preso una più compatta proprio per poterla tenere fuori dalla borsetta." - Inserì la sicura ed armò il castello. Poi se la mise con delicatezza in un fodero di pelle scamosciata che si era infilata all'interno dei jeans, piegandola in modo che non le facesse male sedendosi in auto. Col maglione non si vedeva nulla.
"Tu," - disse infine, - "perché non prendi la Beretta 22/89 che ti ho dato? Basta che la tieni nella tua cartella, OK?"
"Ah! E perché questo cambio di rotta?"
"Ti sentirai più sicuro."
Mi strizzò l'occhio come se stessimo fregando il Servizio che non voleva girassi armato. Ma alla Beretta in cartella ci avevo già pensato io. Presi la 22 e guardai il caricatore. Aveva i suoi 10 colpi. Aprii la canna, che si alza premendo una levetta: era vuota. Allora mi feci dare un altro proiettile da Jill e ve lo inserii. Pronti.

Alle 3 puntuali, tornarono i due, Growe e Flit. Mi spiegarono come si sarebbe svolto il corso delle prossime ore.
"Mr. Barbini." - Disse Growe. - "Il Dipartimento di Stato ha concesso di togliere il Segreto di Stato limitatamente alla sua richiesta specifica."
"Senza che io ne faccia, non dico regolare domanda, ma neanche una richiesta orale tout-court?"
"La domanda l'abbiamo fatta noi." - Disse Flit. - "Lei da solo non avrebbe ottenuto nulla in 12 mesi. Si può immaginare cosa avrebbe ottenuto in 12 ore."
"Naturalmente." - Sorrisi sornione. - "E magari, se lo avessi fatto io, mi sarebbe sfuggito qualcosa sulla vostra operazione a latere, vero?"
Growe grugnì in modo misto tra il maiale e il facocero. Flit proseguì il discorso.
"Vista l'urgenza dell'istanza, hanno messo a disposizione gli uffici dell'Archivio Storico col direttore dell'Istituto, il funzionario di settore e l'operatore informatico, senza altre interferenze di sorta. Nel senso che tutte le altre persone che vedrà saranno nostri agenti."
"Dov'è il palazzo?"
"Vicino al Pentagono. Come tutto quello che di militare è tuttora coperto dal Segreto di Stato."
"E noi dove siamo adesso?"
Growe guardò Flit.
"Intendo chiedere quanta strada c'è tra noi e il Pentagono. Non sia mai detto che voglia localizzare questa palazzina!"
"Ci saranno 16 miglia." - Disse Flit.
"Sedeci miglia di tiro al bersaglio?"
"L'auto è corazzata." - Disse Flit.
"Come dire sì."
"No, dannazione!" - Disse Growe. - "E la smetta di complicare le cose. Lei uscirà con un'auto corazzata apparentemente normale, mentre la limousine civetta percorrerà la strada più logica. Le va bene?"
"Non cambia nulla. Sono entrati in questa palazzina, di vostra proprietà, sorvegliata da voi, con guardiani vostri, con la porta blindata."
Growe si era messo alla finestra pensando maledizioni contro di me. Jill sorrideva insieme a Flit.
"Andrà tutto bene." - Disse questo.
"Come disse il boia al condannato."
Flit rispose con calma. - "Un punto di pericolo è stato localizzato nell'ultimo semaforo prima del Potomac. Lei lo eviterà col trucco dell'auto. Altro punto di contatto potrebbe essere nel tragitto che dovrà fare a piedi dal posteggio visitatori tra il Pentagono e il ricevimento dell'Archivio Storico."
"Diavolo, non potevamo avere una corsia preferenziale per entrare?"
"Certo, ma allora non ci sarebbe servito a niente. In quel tratto di strada a piedi, c'è solo un punto da dove dei killer possono colpirla..." - Mi guardò e prevenne il mio intervento. - "Da dove possono tentare di colpirla. Da 7 punti diversi ci sono invece i nostri tiratori scelti pronti ad intervenire su quella postazione nel caso fosse necessario intervenire per uccidere. Ma tenteremo di prenderli vivi, perché questo è il nostro piano."
"Che li vogliate prendere vivi, è poco credibile..."
"Lei ha visto troppo film gialli." - Era ricomparso sulla scena Growe.
"Guardo solo troppi telegiornali delle vostre TV."
Riprese la parola Flit per rassicurarmi con la forza della loro organizzazione.
"Le possa sembrare strano o no, abbiamo un'informatizzazione che ci consente in pochi minuti di inquadrare qualsiasi geografia organizzativa criminale in base ai dati che i nostri Reparti Informazione e Operativi continuano ad inviare alla centrale da tutto il mondo. E le possa sembrare vero o no, abbiamo parecchi punti di raccordo con esponenti di tutte le organizzazioni esistenti, bande palestinesi e cosche mafiose comprese. Abbiamo rapporti che potremmo definire dialettici con tutti, perché è nostro compito istituzionale mantenere i contatti anche quando i canali ufficiali vengono fatti saltare. E' solo così che si può controllare la sicurezza di un Paese. E questo è il nostro lavoro."
"Madonna, quanta retorica! E chi garantisce il Paese che questi rapporti siano al servizio solo del Paese?"
"Tre elementi, mio caro dottore." - Disse con voce chiara e forte. - "L'assoluta affidabilità delle persone che vi lavorano, la Commissione di controllo del Dipartimento della Giustizia e la Commissione parlamentare per i servizi di Sicurezza."
"Da noi, in Italia," - risposi con tono giornalistico - "è impensabile che una commissione parlamentare possa accedere alla conoscenza delle operazioni o ai resoconti finanziari dei Servizi."
Growe rimase perplesso. - "E come farebbe allora il governo italiano a garantire al Paese la correttezza dell'operato dei Servizi senza il controllo delle opposizioni?"
"Sulla parola del Capo del Governo." - Era una chiacchierata accademica, che però mi piaceva gettare sul tavolo perché c'entrava in qualche modo col mio viaggio. - "Lei comprenderà" - proseguii - "che quando c'era la Guerra Fredda il nostro governo non poteva mettere al corrente i parlamentari comunisti in merito ad iniziative di sicurezza interna o internazionale che l'Italia attivava contro l'URSS, magari d'accordo con gli Stati Uniti, vero?"
"Se le cose stanno così, tra un po' dovrebbe cambiare tutto..." - Ironizzò Growe riferendosi alla fine della Guerra Fredda. - "Lo ha detto lei, no?"
"Cambierà, cambierà." - Risposi scettico pensando al senatore leghista Boso che sedeva nella Commissione Giustizia del Senato.
"Possiamo riprendere il lavoro?" - Chiese Flit che ci aveva ascoltati senza intervenire, mentre Jill guardava altrove.
"Bene," - dissi. - "Ora posso morire contento. Tuttavia, mi comprenderete se ora mi toccherò le palle."
Al solito grugnito di Growe si mescolò stavolta anche un mal soffocato bramito proveniente dalle sue viscere inferiori.
"Visto che esco al tuo fianco, e non ho palle," - concluse Jill - "consentimi di toccare le tue." - E lo fece, davanti agli esterrefatti presenti. Uscimmo a braccetto, dove ci aspettava un'impressionante squadra di agenti di scorta in borghese.
Entrammo in ascensore.
"Dove andiamo?" - Chiedemmo ad alta voce io e Jill insieme.
"Andiamo giù." - Mi risposero Flit e Growe insieme.
"Going down." - Confermò la voce asettica dell'ascensore. I due capirono la battuta e si guardarono.
"Non sono normali." - Convennero.

Io e Jill arrivammo nel piano interrato buio, dove ci attendeva una macchina blindata di marca giapponese a quattro porte di cui non ricordo né marca né modello. Insomma, avevano scelto quel che si dice un'auto anonima.
Un'altra coppia di agenti era entrata al nostro posto nella limousine ufficiale e aveva proseguito la discesa con Growe e l'altro ad un piano inferiore del garage. Mi augurai che ai nostri sostituti non accadesse niente.
Uscimmo insieme ad altre auto, tutte con vetri scuri. L'autista inserì una schedina magnetica visitatori nel portatile dell'agente, che fece alzare la stanga. Uscimmo nel traffico.
L'agente al volante guidava in modo piuttosto sportivo per le strade di Washington. Gli alberi erano spogli e bianchi di neve o di brina. Dopo un quarto d'ora notai l'Obelisco, che si lasciò vedere per una decina di minuti. Passammo il Potomac, e raggiungemmo la galleria di una strada che passa sotto l'Interstate che porta nel Maryland.
"Siamo vicini all'aeroporto nazionale." - Notai. - "E' Alexandria?"
Nessuna risposta.
Non vedemmo nessuno finché non giunse la nostra limousine. Scesero le due controfigure del Servizio che scambiarono con noi, o meglio con Jill, una serie di gesti riconducibili probabilmente nell'ambito degli scongiuri tra camerati. Prendemmo il loro posto e ripartimmo per il Pentagono, che era ormai a meno di 5 minuti.
Posteggiammo nella zona VIP, dove ci sono gli spazi per auto lunghe come le limousine. Era giunto il momento.
"Ricordati. Fa' quello che ti ho detto. Stammi vicino, devi essere in grado di sentirmi sempre. Sta' sottovento, come si dice in gergo."
Pensai per una frazione di secondo a mia moglie e mio figlio, poi basta. Non mi fermai neanche un attimo di più in auto, e scesi consapevole di tutto.
Altri mi si fecero intorno, quindi ci incamminammo verso la palazzina del Ricevimento. Una cinquantina di metri che potevano valere un'eternità, anzi l'eterno riposo. Sorrisi al pensiero e lo dissi a Jill ricordandole il nome della pizza.
"Non distrarmi, per favore."
Come avevo previsto, ora mi era passata la paura ed ero attento a qualsiasi segnale mi avesse fatto avere Jill (e solo Jill). Passo a passo mi guardavo attorno come avrebbe fatto qualsiasi visitatore emozionato da una visita così importante.
Man mano che mi avvicinavo all'ingresso, però, mi andavo domandando perché non succedesse niente, tanto che poi rallentai e mi rivolsi a Jill.
"Non avevamo pensato ad una possibile eventualità."
"E quale?" - disse senza distrarsi.
"Quella che non succeda niente."
"Forza, entra." - E non successe niente.
Entrammo e fummo accolti come VIP. L'autista e l'altro rimasero in sala d'attesa, mentre io e Jill, per quanto VIP, dovemmo passare dal metal detector per consentire di verificare se portavamo armi. Intervenne la sicurezza del Pentagono per farci passare ugualmente. Non dissero nulla neanche quando sottoposi la cartella al controllo dei raggi, però si tennero la mia cartella con dentro la Beretta.
Avevamo lasciato i cappotti in guardaroba, e i due accompagnatori si erano dati da fare per recuperare i nostri giubbini antiproiettili senza dare nell'occhio.
Ci diedero i passi con la scritta Visitatori VIP da mettere sul petto, e fummo portati dal Direttore dell'Archivio Storico della Difesa.
Dopo gli imbarazzi del controllo, la tensione provata camminando allo scoperto se ne era andata lasciando posto ad una stanchezza che un po' alla volta sembrava voler giungere alla testa. Ero assurdamente deluso dal fatto con non fosse accaduto niente.
Ma ora dovevo pensare a quello che alla fin dei conti avrebbe dovuto essere l'unico aspetto bello della faccenda, il fatto che avrei finalmente verificato la teoria di mio padre. Che in fondo era uno degli scopi principali della mia visita in USA.
A pochi metri dal suo ufficio, uscì il Direttore con altre due persone. Fece le presentazioni da solo.
"Dottor Barbini." - Sorrise come un Americano, mostrando la chiostra dentaria. Avrà avuto un po' più di 60 anni. Capelli bianchi, mascella quadrata, alto, capace di due personalità professionali, quella dell'uomo che sa tutto ma non può far sapere niente se non in particolari situazioni, e quella del comandante che può ottenere tutto dispoticamente. Avevo conosciuto molti direttori di vari Uffici Storici e non li avevo mai stimati molto. Il più delle volte avevo l'impressione che fossero gelosi dei segreti che custodivano. Anche all'Ufficio Storico dell'Esercito Italiano, se volevi accedere ad un pratica ancorché libera da vincoli di riservatezza e quindi accessibile a tutti, nella migliore delle ipotesi proponevano di fare loro la ricerca per te.
Probabilmente anche lui era un personaggio così, ma grazie alle circostanze eccezionali non lo avrei mai verificato di persona.
"Dottor Barbini, sono il Colonnello Dave Oscar Kennett. Questi sono il signor George Jacobs e la signora Mary Dolan." - Aveva adeguatamente sottolineato che il militare era lui e che, degli altri due, la donna era Mrs. Dolan.
"Piacere." - Dissi dando loro la mano e indicando Jill. - "Mia moglie Gina."
Strinsero la mano anche a lei. I due borghesi parevano simpatici.
"Lei deve essere un personaggio molto importante." - Disse impettito il colonnello. - "Non avevo mai ricevuto richieste da tanto in alto."
Se fosse stato un prete, avrei pensato che si riferisse a Dio. Sorrise, facendomi capire che il Raccomandante poteva proprio essergli grato.
"Abbiamo voluto riservare il pomeriggio esclusivamente a lei," - disse il colonnello, - "per ragioni di riservatezza, come può comprendere. Ci sarebbero milioni di giornalisti che farebbero chissà cosa pur di mettere le mani in questi archivi. Senza una guida, un filtro storico, farebbero danni all'intero sistema." - Anche lui come tutti i capi di un Ufficio Storico.
"Sono un giornalista anch'io." - Precisai, ma non fece una piega.
La nostra squadra si mise in marcia, preceduta da Kennett. Ci spiegò alcune cose relative al suo servizio, al funzionamento dell'archivio, al nuovo sistema di informatizzazione funzionale e iconografica, alle precauzioni di sicurezza.
In buona sostanza, disse il Colonnello, ci voleva una serie di permessi scritti e autenticati da un sacco di autorità amministrative, giuridiche e militari. Solo così si poteva accedere ad autentiche montagne di documenti che riguardavano tutto ciò che aveva accompagnato le operazioni belliche di tutti i conflitti. Una quantità di dati, il cui pensiero non può che far venire mal di testa al ricercatore. Il più delle volte, infatti, si perdono mesi e mesi solo per trovare la pista giusta, quella che ti porta al documento, non interessante magari, ma determinante per capire la logica di qualche movimento.
Mi informò che tutto è conservato nell'originale, ma che è disponibile solo in microfiches.
"I computers sono interfacciati con i mezzi ottici in modo da consentirne la ricerca rapida e la visione a monitor. Ora stiamo trasferendo tutto su dischi ottici. Dopo potranno essere semplificate le operazioni di ricerca grazie ai lay-out di navigazione consentiti dai mezzi multimediali."
Ammesso che poi vi lasciate accedere la gente, pensai.
Entrammo in un grande salone asettico con il pavimento galleggiante e giungemmo ad una consolle situata in testa ad una fila di schedari con classificatori. Vi si trovava un PC, il quale manovrava un computer molto più complesso che mi pareva fosse un Cray. Il Colonnello spiegò la complessità della procedura.
"Come mi è stato chiesto, le metteremo a disposizione l'informazione che le interessa. Ma non le faremo vedere altro, a parte ciò che sarà necessario per il raggiungimento del documento. Potrà solamente leggerlo. L'accesso al file verrà classificato come «O», e quindi risulterà che è stato aperto per motivi di lavoro interno. Lei potrà fare quello che vuole dell'informazione che ne ricava, ma non potrà citarne la fonte. Se lo farà verrà smentito e citato a giudizio."
Fece accomodare la signora Dolan, la quale mi fece posto perché le potessi stare dietro e dirigerla. Il funzionario civile Jacobs si mise di fianco, ad un altro PC. Ci mise al corrente del sistema di filtri attivati per impedire eventuali accessi indesiderati alle informazioni. Un insieme incredibile di incastri con password e funzioni di riconoscimento audio-video degli operatori.
"La signora Dolan le farà da interfaccia. Il signor Jacobs sarà testimone dell'atto di ricerca, ma sarà sempre lui che all'altro computer darà di volta in volta le chiavi alla signora. Non ci è consentito di predisporre i materiali per tempo perché i file possono essere aperti e richiusi solo secondo questa procedura. Io e sua moglie saremo, come diciamo qui, ospiti passivi."
La signora aveva iniziato una serie di operazioni per giungere alla directory giusta di informazioni. Scambiarono una serie di parole il cui scopo era quello di rispettare la prassi di accesso consentita, mediante la quale venivano scritte e pronunciate le parole e le chiavi di accesso riservate.
Quando si iniziò a leggere i titoli dei primi fascicoli, mi resi conto che il lavoro sarebbe stato piuttosto lungo e lo dissi al Colonnello.
"Signor Kennett." - Dissi sapendo di averlo chiamato signore anziché colonnello. - "Temo che ne avremo da fare per più di un'ora."
Sorrise.
"Se ce la fate per stasera, siete bravi. Io ho disposto l'attività fino alle 7."
Lavorammo attivamente. Io esprimevo le opzioni, mentre la signora procedeva alla navigazione sulle mie indicazioni. Dovette cambiare tanti di quei file, che alla fine avrei potuto nominarla disk-jokey personale.
Mi spiegò che il PC con cui lavorava era il server di un computer gigantesco. Lo immaginavo, ma apprezzai che cercasse di nutrire la mia conoscenza.
I file che utilizzava servivano sostanzialmente ad aprirne altri di più complessi e di filtrarli in modo coerente nella direzione della ricerca. Dopo un'ora pensavamo che non ci saremmo riusciti mai, ma dopo due ore ci sentimmo invece davvero vicini alla porta finale. Verso le 7 c'eravamo. Il Colonnello dispose affinché venisse allungato il periodo di accesso da lui precedentemente consentito all'archivio.
A questo punto Jill dovette aver ricevuto una sorta di messaggio da chi stava dall'altra parte del suo ricevitore, perché fece un intervento piuttosto incomprensibile per me.
"Mi scusi, signor Colonnello. Ma allora mi pare evidente che stasera non riusciremo a prendere visione dell'altro punto della nostra richiesta."
"Quale punto?" - Chiese Kennett che stava per avviarsi per dare disposizioni alla sorveglianza.
"La Sicilia."
Forse avevo capito.
"La Sicilia cosa?"
"Non glielo ha detto il Dipartimento? La nostra ricerca si era mossa in due direzioni, per così dire emblematiche ma complementari. L'Alpenvorland e la Sicilia."
Faccia di bronzo!
"No." - Disse il Colonnello. - "Temo, signora Barbini..."
"Contessa Barbini." - Precisò.
"Contessa? Mi scusi, signora contessa."
"Contessa, non signora contessa."
"Mi scusi, contessa Barbini." - Disse ostentando benemerenza. - "Temo che ci sia un equivoco, perché non ho alcun riferimento in tal senso."
"Ah, bene! Abbiamo uno Sponsor molto in alto, ma piuttosto sbadato." - Si fece seccata. Io invece volli dimostrarmi il tipico ricercatore, appassionato solo del proprio lavoro e al di fuori dei problemi burocratici. Così continuai il mio lavoro.
"Signora Contessa..." - Continuò il Colonnello facendosi umile. - "Lei deve comprendermi. Io mi posso solo muovere a fronte di autorizzazioni precise. Il fax..."
"Un fax per muovere Segreti di Stato?" - Fece allibita Jill.
"Abbiamo fax con linee dedicate e protette." - Lo stava mettendo in difficoltà.
"Bene. Allora stasera possiamo concludere solo l'aspetto Nord. Come possiamo fare per l'aspetto Sud?"
"Le posso solo suggerire la stessa via. Se dal Dipartimento di Stato mi arriva un'altro fax relativamente all'aspetto Sud, io vi posso autorizzare entro un'ora."
Si rivolse ai collaboratori. - "Signora Dolan, signor Jacobs, domani potreste restare a disposizione? I signori..."
"Io ci sono fino alle 3 del pomeriggio." - Disse la signora Dolan.
"Io posso restare fino alle 4." - Precisò Jacobs.
"Dovrete specificare al Dipartimento di concedere il nulla osta via fax entro le 10 di domattina. Alle 11 al massimo potreste essere di nuovo qui a riprendere la ricerca."
Improvvisamente per lui non era più importante l'oggetto della ricerca, quanto il cavarsi di torno due rompiballe come noi, protetti da vertici che fra l'altro avevano ancora due giorni effettivi di vita politica.
Alle 7.30 la signora informò il Colonnello che eravamo giunti all'informazione finale. Aspettava la sua autorizzazione per farmene accedere. Kennett mi chiese che cosa mi aspettassi da quel documento. Gli risposi che avevo recuperato un documento in cui si faceva riferimento ad alcuni nomi di battaglia. Io dovevo verificarli.
"Le ricordo che lei non è mai stato qui."
"Non sono mai stato qui." - Confermai sorridendo.
"E' una frase che viene messa a verbale." - Mi precisò per interrompere il sorriso.
"D'accordo." - Dissi. - "Lei è molto gentile."
"Prego, signora Dolan. Proceda pure."
La signora diede l'invio e dopo un po' di segnalini luminosi e sonori, apparve a monitor la riproduzione fotografica di un primo documento dattiloscritto su foglio a righe e con timbri vari, il più evidente dei quali era TOP SECRET, che rendeva quasi illeggibile il titolo del dossier «Sumergible».
Iniziai a leggere con una certa emozione.

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