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«I due presidenti» – Tredicesino capitolo

Spy story di Guido de Mozzi

IL PERIODO DEI DUE PRESIDENTI


PERSONAGGI

MARCO BARBINI
IMPRENDITORE ITALIANO

GINA BARBINI
MOGLIE DI MARCO

SAOUL GROWE
AGENTE SPECIALE DELL'FBI

JILL MOORE
AGENTE NSA

JEFF FLIT
CAPO OPERAZIONI NSA

A. CHITTUM E P. VINERY
AGENTI NSA

ROLAND GARCIA
VICEDIRETTORE AIR & SPACE SMITHSONIAN ISTITUTION

GREGORY LEVITAN
DIRETTORE DEL MUSEO DI DAYTON

MANNY LARSEN
CAPO DELL'UFFICIO STORICO DELL'USAF

COLONNELO KENNETT, MRS DOLAN, MR JACOBS
DELL'ARCHIVIO STORICO DEL PENTAGONO

GEORGE BUSH
PRESIDENTE USA USCENTE

BILL CLINTON
NUOVO PRESIDENTE USA

A mia Madre, che mi ha insegnato ad amare,
a mio Padre, che mi ha insegnato a scrivere.





Capitolo 13.


Accadde tutto in un attimo. Jill urlò il mio nome buttandosi su di me. Aveva già l'arma in mano ma non poté fare altro che buttarmi a terra di peso. La sua Beretta volò lontano. Sentii lo sparo in lontananza solo dopo essere stato colpito da una valanga. Jill rimase sopra di me. Sentivo che il mio cuore e i miei polmoni reagivano all'impazzata per contrastare la ferita, ma stavo cedendo lo stesso. Avevo capito benone cosa era successo e, mentre un sacco di gente correva attorno a noi per proteggerci ora che non serviva più, rivolsi il pensiero a mia moglie e mio figlio. Sorrisi virtualmente scusandomi per tutto.
Poi venni assalito dalla paura di morire, finché non mi accorsi che Jill mi stava stringendo la mano sempre più forte. Anche il suo cuore batteva all'impazzata come il mio. Aveva paura anche lei? Doveva essere così. Alzai la testa per dire qualcosa, ma vidi solo quegli stronzi che ci giravano la schiena per proteggerci.
"Non..." - Avevo sangue in gola che mi impediva di parlare.
"Jill..." - Pensai allora. - "Non avere paura." - Mi stringeva la mano da farmi male.
Sentii le sirene arrivare, quindi eravamo salvi. Mi pareva di non aver sentito altri spari. Né dei loro, né dei nostri. Finalmente i soccorsi si fecero strada tra gli agenti che ci proteggevano.
"Sta' tranquillo, è tutto finito." - Mi disse il primo soccorritore mettendomi due dita sotto l'orecchio per vedere se ero ancora vivo. E' tutto finito aveva detto. E invece avevo freddo, e voglia di piangere dal male. Cazzo che male! Mi si spaccava il torace.
"Ho male." - Riuscii a dire appena mi pulirono la bocca e prima di essere intubato. Fecero per caricarmi su una barella, ma la mano di Jill stringeva ancora la mia. Si dissero qualcosa tra di loro, ed uno provò a staccarci le mani. Provammo ad impedirlo, ma alla fine vinsero loro. Ci caricarono finalmente sulle barelline e quindi sull'ambulanza. Le sirene ci accompagnarono per troppo tempo; erano troppo forti e non smettevano più.

Passai, mi dissero, due giorni in rianimazione; quasi nudo, con cannette un po' dappertutto, e la mente che se ne andava in giro per i fatti suoi.
Avevo ripreso coscienza solo quando avevano smesso di darmi sedativi. Per riprendermi del tutto impiegai, credo, una buona giornata. Attorno a me c'erano un dottore, un'infermiera e mia moglie. Il primo a parlare fu il medico.
"Signora," - disse a mia moglie, - "è tutto suo per cinque minuti." - Portò via l'infermiera e ci lasciò soli.
"Ciao amore."
Non dissi niente.
"Alessandro è qui, ma non lo hanno fatto entrare. Sei fuori pericolo, sai? Sei stato molto fortunato. Mi hanno detto tutto."
Ascoltavo immobile.
"Alessandro ti manda a dire che ti vuole bene e che non devi fare altre puttanate, se non vuoi chiudere con il golf." - Sorrise, poi si fece seria. - "Anch'io ti voglio bene. Ti amo."
Aspettò un po' prima di parlare ancora.
"Marco, io..." - Le si stava per rompere la voce in gola. - "Mi hanno detto che devi saperlo subito, e che è meglio che sia io a dirtelo."
Stavo mettendo a fuoco.
"L'agente Moore, Jill Moore... non ce l'ha fatta."
Non ebbi reazioni.
"Sei stato ferito con lo stesso proiettile che ha ucciso lei... Ti ha salvato la vita, povera."
Si girò un attimo per riprendere fiato. Poi mi prese la mano e me la baciò.
"Bentornato tra noi."
Vennero a portarla via dicendole che non avrebbe dovuto toccarmi. Lei non mi disse altro, lasciandomi solo con Jill per l'ultima volta. Piegai la testa a sinistra, mentre una lacrima mi scendeva sulla guancia. Solo allora l'elettrocardiogramma diede un paio di segnalini acustici fuori ritmo, poi si risistemò.
Addio Jill.

Quando mi tolsero dalla rianimazione, vennero a trovarmi Vinery e Chittum, ma so che erano venuti a trovarmi tutti quelli che avevano avuto a che fare con me. Non li avevano lasciati entrare.
Vinery mi disse che quello stesso pomeriggio il Direttore dell'FBI era andato da Clinton allo Sheraton Carlton per informarlo dell'accaduto. Probabilmente il Presidente mi avrebbe invitato alla Casa Bianca non appena guarito. Si era insediato da poco. Quando chiesi qualcosa di più sui fatti accaduti, mi dissero di rivolgermi a Flit. Loro non potevano dire nulla.
Chittum invece mi spiegò tecnicamente cos'era successo al Pentagono. Era stato teso un agguato esattamente da dove non era possibile aspettarselo. Qualcuno era riuscito a superare i filtri di sicurezza, anche se non era tecnicamente possibile. Ricordavano quell'inspiegabile sacchetto di naylon che io stavo facendo vedere a Jill, quando lei si accorse che stava succedendo qualcosa. Altre spiegazioni non riuscirono a trovarle, o non vollero darmele. Il sacchetto di naylon, però, era stato recuperato. Era già in camera mia insieme alla valigia, il beauty e la cartella.
Gli agenti avevano preso poco dopo un uomo sospettato di essere il responsabile dell'attentato, ma probabilmente nessuno sarebbe riuscito ad incastrarlo.
Poi venne finalmente a trovarmi Jeff Flit. Ne era uscito distrutto dalla faccenda. Nulla era andato per il verso giusto. Non avevano concluso nulla, era stato ucciso l'ammiraglio Larsen, si erano giocati Jill che gli stava particolarmente a cuore e io avevo rischiato la vita per niente. Ma non era finita: Manny Larsen era stato fatto sparire ed inserito in un programma speciale di protezione, con i disagi e i costi di conseguenza.
Restò a guardarmi per un po' in silenzio. Quell'omaccione nero stava cercando di infondermi una certa fiducia, quasi lo sentisse un dovere nei confronti di Jill, ma dava l'impressione di non avere argomenti.
"Penso" - disse invece, dopo aver riflettuto, - "che dovremmo scambiare due parole a quattr'occhi, io e lei."
"E' per questo che l'ho chiamata al telefono."
"Glielo aveva dato Jill?"
"Che cosa?"
"Il mio numero di telefono."
"No. L'avevo impresso nella memoria del mio portatile. Avevo capito che di logica doveva essere il suo numero diretto.
"Non male. Senta," - disse a questo punto. - "Jill mi aveva chiesto assicurazioni perché lei e la sua famiglia veniste protetti anche in un'eventualità come... come questa."
"Jill."
"Ci sono due strade da percorrere. O attiviamo un programma protezione che vi faccia virtualmente scomparire dalla faccia della Terra..."
Prese il fiato per vedere la mia reazione.
"Oppure mi dà una mano ancora una volta. Se rifiuta la comprendo perfettamente, ma se..."
"Lo devo alla mia famiglia," - risposi - "quindi lo devo a Jill." - Mi disposi ad ascoltarlo.

A una settimana dall'attentato mi ritrovavo trasferito in una camera dell'ospedale militare di Washington. Mia moglie e mio figlio stavano con me, ed io riprendevo rapidamente le forze tanto che parlavamo di far tornare a casa mio figlio.
Il proiettile, mi aveva spiegato il dottore, era un 7 mm. Mauser ed era stato sparato da oltre 350 metri di distanza. Aveva trapassato il giubbino antiproiettili e il torace di Jill che mi aveva fatto scudo col suo corpo, ferendola a morte. Quasi tutti gli organi della sua gabbia toracica erano stati stressati a morte dall'impatto. Era spirata in ambulanza. Il proiettile aveva proseguito la corsa passando il suo giubbino in uscita e il mio in entrata, fermando la sua corsa nel mio polmone destro dopo aver rotto un paio di costole e incrinato lo sterno. Il proiettile era stato estratto da lì, tra la pleura e il polmone.
Il medico mi disse, in un inglese un po' colorito, che avevo avuto qualcosa che da noi si potrebbe tradurre in «culo come un paiolo». Sia perché ormai il proiettile aveva perso la sua forza d'impatto grazie alle barriere che aveva superato, sia perché avrebbe potuto lo stesso provocare danni ben più seri.
"Eccolo." - Mi aveva detto il dottore facendomelo vedere in una bustina di nailon. - "Ma non potrà metterlo in cornice per ricordo. I Federali lo vogliono come corpo del reato e mi hanno autorizzato solo a farglielo vedere. I feriti da arma da fuoco vogliono vedere sempre il proiettile che li ha colpiti. Non avevo ancora visto un colpo del genere. Due persone con un colpo solo. Hole in one! Ha Ha! Lei gioca a golf, vero?"
"Che risate!" - Faceva lo stronzo per sdrammatizzare. Guardai il proiettile. Un 7 mm. intatto.
"E' sicuro che un proiettile così possa aver fatto tanti danni?" - Gli chiesi dubbioso. - "Un proiettile che trapassa un camoscio si attorciglia fino a prendere la forma un un piccolo fungo. Questo ha passato tre pareti di tessuto anti proiettile, un torace e mezzo, ed è ancora come uscito dalla fabbrica."
"E' blindato. Non è da caccia, è da guerra. Me lo hanno detto i Federali, ma le dirò che non è il primo che vedo, purtroppo. La distanza invece mi lascia un po' perplesso... Dicono 350 metri! Bisognerebbe essere Batman per fare centro da quella distanza."
"No, questo glielo posso assicurare io. I cacciatori, da noi in Trentino, sparano mediamente da 5-600 metri di distanza. Un giorno ho visto entrare nell'armeria Mayr di Trento, un cacciatore che chiedeva di tarare il congegno di puntamento perché gli aveva fatto sbagliare un cervo da 700 metri!"

Ormai migliorato, avevo spiegato ai miei che cosa era successo in quella frenetica settimana, anche se bene o male lo sapevano già. Mio figlio convenne con sua madre che non potevo proprio essere lasciato da solo neanche un momento. Di solito sono i padri che lo dicono ai figli. I tempi cambiano.
"I due poliziotti che sono alla porta, ti stanno proteggendo o custodendo?" - Chiese Alessandro.
"Non hai rispetto per un povero padre ferito in una missione segreta?"
In quel momento entrarono, bussando ma senza attendere risposta, Black & White, Flit e Growe.
"Possiamo stare soli?" - Chiese Growe ai presenti con un sorriso.
"No." - Rispose mia moglie. Rimasero interdetti.
"Signora..." - Disse Jeff Flit. - "Non possiamo parlare davanti a suo figlio."
"E allora state zitti."
"Senti." - Mi disse mio figlio indifferente. - "Secondo il medico, ne hai ancora per una settimana almeno di ospedale, e poi dovresti farne un'altra di convalescenza. Pensavamo che non sarebbe stato male farti trasportare al Broward Hospital di Fort Lauderdale. Che ne dici?"
"Non se ne parla neanche." - Intervenne come sempre tempestivo e zelante Growe. - "Avremmo troppe precauzioni da prendere."
Mi rivolsi a mia moglie facendo finta di nulla.
"Hai trovato della sabbia in due sacchetti di nailon?"
"Sì. Li ho messi nella tua cartella. Ce n'era già un altro. Di che posto sono?"
"La sabbia rossa è del fiume Miami di Deyton, quella bianca è di Bimini. Quella che era in cartella è del Pentagono."
"Bel ricordo!"
"E la cartella dov'è ora?"
"Nell'armadio."
"Il beauty?"
"In bagno."
"Me lo puoi mettere nella poltroncina? Contiene il telefonino."
"Capo," - dissi a Flit mentre mia moglie andava in bagno. - "Io non resterò un giorno di più qui. Mi farò portare oggi stesso a Fort Lauderdale."
"Non può farlo." - Rispose Growe.
"E perché?"
"Per tre ragioni. Primo, lei non è in grado di muoversi. Secondo, lei ha bisogno di una scorta e di un ospedale di tutta sicurezza. Terzo, lei non ci ha ancora parlato dei risultati della ricerca."
"Ecco. L'unico credibile dei suoi motivi è quest'ultimo. Quindi, datemi la possibilità di guarire in Florida, a casa mia, dopo di che potremo parlarne."
Si guardarono e Jeff Flit disse che tutto sommato non aveva nulla in contrario.

L'indomani mattina un C130 militare atterrò sulla pista executive dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e da lì un elicottero ci prelevò per deporci sul tetto del Broward Hospital di Fort Lauderdale. Erano le 11 di mattina. Il viaggio mi aveva stancato più del previsto, e non vedevo l'ora di mettermi a dormire. Mi diedero una suite e sistemarono un poliziotto in divisa alla porta.
Mi lasciai mettere a letto e pregai i miei di andare a casa perché dovevano essere molto stanchi anche loro. Mi diedero un sedativo e mi addormentai nonostante i dolori.
Il giorno dopo mi svegliai trovando la suite molto luminosa e piacevole da vedere. La Florida.
Un paio di infermiere, una bella e una bestia come sempre, mi cambiarono la fasciatura con delicatezza. Mi dissero che procedevo bene, anche se mi lamentavo che le costole facevano un male cane. Chiesi quando avrei potuto entrare in una Jacuzzi, e mi dissero che tra un paio di giorni avrei iniziato la kiroterapia e che se tutto andava bene, tra una settimana avrei potuto entrare anche in una piscina. Chiesi di fare la pipì, e naturalmente mi aiutò la bestia.

Mia moglie venne a sistemare le cose che mi aveva portato da casa e mio figlio mi informò che aveva trovato un volo per Verona, via Roma, ancora quel pomeriggio. Se non avevo obiezioni, lui sarebbe tornato a casa. - "Sei in buone mani." - Disse indicando il poliziotto alla porta.
Chiesi a mia moglie se c'era qualcuno che poteva stargli vicino durante la nostra assenza. Lei mi rispose di sì, ovviamente, e con la scorta di due carabinieri altrimenti non lo avrebbe lasciato andare. Forse era il caso di rilassarmi un po'.
E mi rilassai; in fondo non stavo male. Mi spiaceva incredibilmente di non poter giocare a Golf. Anzi, quando venne il dottore, gli chiesi previsioni in merito.
"Tra un mese." - Ipotizzò.
"Dio mio. Cosa faccio nel frattempo?"
"Giochi a bridge."
"Ma un mese è troppo!"
"Un mese di bridge? Sì, è troppo... Beh, io giocherò a golf domenica. Lei faccia quello che vuole. Anzi, già che c'è, giochi pure a golf e mi faccia sapere come è andata, così al prossimo ferito d'arma da fuoco al petto potrò rispondere con maggiore precisione."
"Ha l'impressione che mi farebbe male?"
"No, il problema è che giocherebbe male."

Nel pomeriggio mia moglie andò a Miami a portare Alessandro all'aeroporto internazionale, poi tornò direttamente a casa. Mi fecero cenare alle 6, quindi mi chiesero se volevo un sedativo, ma lo rifiutai. In America ti danno sempre volentieri un sedativo. Probabilmente non hanno voglia di sentire la gente lamentarsi di notte.
Ma io avevo altri programmi. Tanto vero che avevo cercato di dormire il più possibile di giorno. Rimasi sveglio tutta la notte, ma non accadde nulla.

Mi addormentai solo la mattina del giorno dopo e cercai nuovamente di dormire per tutta la giornata. Cosa che mi riuscì, grazie ai sedativi, nonostante le medicazioni di routine, la pipì e le visite. Mia moglie venne a trovarmi nel pomeriggio, come d'accordo, e rimase con me un paio d'ore. Era molto nervosa e mi chiese come mi sentivo. Non le risposi.
Parlò col medico quando venne a visitarmi, il quale le annunciò che, se lo avessi voluto, sarei potuto tornare a casa anche il giorno dopo.
"C'è un bel servizio a domicilio qui a Fort Lauderdale per i nostri ammalati." - Disse soddisfatto il dottore.
"Lo so. L'aeroporto di Fort Lauderdale è lo scalo più importante del Mondo per la spedizione di salme." - Era una cattiveria, ma anche la pura verità. C'è da precisare che si tratta mediamente di ultranovantenni che vengono qui a passare meglio i loro ultimi vent'anni, ma il dottore, per quanto questo lo sapesse, non apprezzò la battuta.
"Volevo dire, dottor Barbini, che può avere la stessa assistenza di qui anche a casa sua, dato che non necessita di particolari attrezzature. Può fare un contratto specifico con la nostra Amministrazione, se vuole, senza che le costi un solo dollaro in più."
"Sì, grazie, lo so. Semmai costerà meno. Ma ho una buona assicurazione per il ricovero ospedaliero e francamente non mi può importare di meno."
Il medico la prese male ma, si sa, i medici americani sono anche ragionieri. - "Se mi sarà possibile, ci andrò anche domani." - Gli dissi per cortesia. - "Nel qual caso, glielo farò sapere per tempo."
La sera dopocena, alle 7, accettai il sedativo in capsula e lo misi in un bicchiere di carta. Dormii solo fino a mezzanotte, quando una sveglietta elettronica mi ricordò quello che avevo da fare. Come la notte precedente, aprii il beauty a fianco del letto e presi quanto mi serviva, quindi vi misi il bicchierino contenente il sedativo. Sistemai tutto in dieci minuti, poi attesi che passasse la notte.
Dovetti attendere quasi le tre perché succedesse qualcosa. Mi ero mantenuto sveglio grazie alla sveglietta che regolavo di volta in volta ogni cinque minuti. E alla fine accadde tutto, puntuale come la cartella delle tasse. Alle 3, sentii un impercettibile fruscio alla maniglia della porta.
Com'era prevedibile, venni assalito da un incontrollabile batticuore dovuto alla paura, che mi provocò un gran male alle ferite del petto. Uno sconosciuto era riuscito a passare i controlli ed entrare furtivamente nella mia camera. Mi si avvicinò e si guardò in giro per verificare se stavo dormendo e se ero solo. Il rumore del cuore poteva tradirmi perché batteva all'impazzata. Estrasse un revolver ed iniziò ad avvitarvi lentamente un silenziatore. Mi chiesi perché non lo avesse fatto prima di entrare, forse per l'ingombro. Questo pensiero mi ridusse la tensione.
"Perché non accendi la luce?" - Chiesi in italiano, cercando di non spezzare la voce.
Lui sobbalzò ma, non avendo ancora finito di applicare il silenziatore, si fermò e tornò alla porta per chiuderla a chiave dall'interno. Quindi attese di abituarsi alla luce notturna di sicurezza, finché un po' alla volta non riuscimmo a vederci in faccia.
Lo guardai e lui mi si avvicinò finendo di avvitare.
"Vieni." - Gli dissi. - "Prima facciamo due chiacchiere."
Rimase perplesso, ma mi si avvicinò con l'arma puntata.
"E abbassa quell'arma, altrimenti non riesco a concentrarmi."
Da quando avevo aperto bocca, la mia paura se ne era andata e adesso ero lucido con la presuntuosa sensazione di tenere la situazione sotto controllo.
Ci fu una pausa durata almeno 30 secondi. Forse si stava domandando se non fosse meglio spararmi subito. Poi però abbassò il revolver.
"Mi aspettavi?" - Disse con voce roca.
"Io sì. Nessuno ha voluto credermi, ma io ne ero certo. Siediti. E' da tempo che volevo parlare con te. Alla fine potrai fare quello che vuoi."
Ci pensò ancora un po', poi venne a sedersi nella poltroncina. Mi lasciò parlare.
"Sei del SISDE, vero?" - Ora non mi avrebbe più ucciso finché non avesse saputo cosa avevo da dirgli. Tuttavia mi puntò la pistola.
"E tu che ne sai?"
"E' semplice. So tutto di voi.."
"Tutto?" - Ironizzò.
"Tutto." - Confermai.
"Ridicolo." - Tagliò corto. - "Se così fosse, non saresti venuto qui a fare casino."
"E' una tradizione di famiglia mettere il culo nelle pedate."
"Chiamale pedate!" - Mosse l'arma per spiegarsi meglio.
"Intanto sono riuscito ad incontrarti."
"E chi sarei io, secondo te?"
"Tu sei Glauco Daidda, di fu Raffaele Daidda, fascista fin dagli anni Venti. Un figlio d'arte. Sicario del SISDE."
Trattenne lo stupore e contrattaccò ignorando i suoi riferimenti personali.
"Il SISDE?" - Rise. - "Il SISDE sono migliaia e migliaia di persone raccomandate dai politici di 50 anni di storia della Repubblica."
"Non solo di questa repubblica."
Avevo fatto centro. Rimase ad ascoltarmi.
Chissà se anche lui era al corrente di quanto sapevo oppure se era semplicemente un agente dei reparti operativi che si limitava ad eseguire ordini.
"Mi riferisco a quella parte di agenti che risale all'organizzazione fascista segreta che era stata messa in piedi fin dall'inizio della Seconda guerra per preparare il territorio all'eventualità di un'invasione nemica. Quella parte di cittadini italiani che alla fine, cinicamente, passavano agli alleati gli obiettivi tattici dei bombardamenti."
"Tuo padre era fascista."
"Infatti, mio padre sapeva. Indignato, avvilito, offeso, aveva abbandonato il partito dal 2 settembre del '43. Alla fine della guerra aveva messo per iscritto tutto." - Continuai. - "L'organizzazione si chiamava Sumergible. Sottomarino detto in lingua spagnola, perché aveva la responsabilità della missione finale, quella di portare il Duce ed altri gerarchi fascisti in Spagna con un sottomarino, se si fosse presentata la necessità."
Breve pausa, poi farfugliò alcune parole.
"Sbagliato, perché non lo portò in Spagna."
"Fu il Duce a non voler andare in Spagna, nonostante le vostre insistenze. Lui aveva chiuso."
"E tu come faresti a saperlo?"
Non risposi, e continuai il filo del mio discorso. Prima o poi avrebbe parlato, ammesso che sapesse qualcosa di più.
"Eravate riusciti così bene a legare con gli alleati, che non vi fu difficile far sì che i vostri agenti migliori, sparsi un po' in tutto il Paese, alla fine della guerra facessero carriera all'interno delle nuove Istituzioni. Neppure Giorgio Almirante aveva mai saputo nulla di voi."
"Lui aveva intuito qualcosa." - Forse riuscivo a farlo parlare. - "Provò anche a prendere contatto con noi perché avvertiva la presenza di una quinta colonna che lo seguiva in tutti i suoi passi. Ma giungemmo ben presto alla conclusione che anche i Missini avevano tradito."
"Come fate a reclutare nuovi collaboratori?"
"Una volta scelti, vengono infiltrati... Prima col Sid, poi nel Sifar, infine il Sisde. Abbiamo sempre avuto buone raccomandazioni..."
"E il SISMI?"
"No. Quelli sono Carabinieri. Non c'è da fidarsi. Rispondono all'Arma, e l'Arma non ha ideali."
Sapevo anche questo; ecco perché avevo voluto chiedere a Jill chi sorvegliava casa mia. - "Quanti siete?" - Continuai.
"Non molti." - Sorrise. - "Ne bastano pochi per controllare un Servizio non controllato... L'importante è avere gente assolutamente affidabile. C'è altro che vuoi sapere, ficcanaso?" - Sbatté l'arma sul palmo della mano con voluta impazienza.
"Gladio, l'avevate fatta saltare voi?"
"No. Neanche noi sapevamo nulla di Gladio. Gladio era stata un'idea esattamente uguale alla nostra: un'organizzazione segreta Stay-Behind. Preparare una rete di persone assolutamente affidabili e sulle quali poter contare in caso di invasione nemica del Paese. Erano dei grandi professionisti anche quelli di Gladio, devo ammetterlo, perché neanche noi avevamo sospettato assolutamente nulla in oltre trent'anni di vita di Gladio. Poi, però, qualcuno ai vertici della Prima Repubblica che stava attraversando un momento particolarmente delicato, non aveva trovato niente di meglio da fare che distrarre l'opinione pubblica dando in pasto alla stampa l'esistenza di Gladio, compresi i file degli iscritti. In pochi mesi Gladio venne fatta a pezzi dalla sua stessa gente. Il genio che l'aveva tradita, però, si era parato il culo. Cose che succedono nella democrazia."
"Gladio sapeva di voi. Vi teneva sotto controllo."
Azzittì. Ora potevo rompergli le balle anch'io.
"Ti dirò di più. Tra un po' non solo verranno pubblicati i vostri nomi, ma verrete anche arrestati uno per uno."
"E con quale imputazione?" - Ghignava. - "Per ricostituzione del Partito Fascista?"
"Per peculato. Per distrazione di fondi dello Stato. Avete commesso anche voi un errore. Quello di cedere all'avidità. Avete avuto a disposizione una quantità illimitata di denaro pubblico, del quale non dovevate rispondere a nessuno in quanto appannaggio di un Servizio Segreto che non deve rendere conto al Comitato Parlamentare.
"Una logica perfetta." - Proseguii. -"Senonché il Paese oggi ha talmente bisogno di fondi che ha messo in piedi un altro Servizio Segreto, il GICO. Fa riferimento al Ministero delle Finanze, ed è nato per inseguire gli immensi fondi neri amministrati dalla Mafia. Vi hanno individuato per caso, proprio nell'ambito di queste indagini. Ormai avete i giorni contati."
Non rideva più ora, anzi, doveva inserire dei filtri per capire se e quanto mentivo.
"Se le cose stessero così, tu saresti l'ultimo a saperlo."
"Tu però saprai di sicuro per quali progetti ho lavorato al Ministero degli Interni e degli Esteri." - Dissi sornione.
"Ma non a quello delle Finanze."
"Il Comandante Generale della Guardia di Finanza siede al Consiglio di Sicurezza permanente presso il Ministero degli Interni, insieme con il Capo della Polizia e il Comandante dei Carabinieri, generalmente sotto la presidenza del Sottosegretario agli Interni con delega alla Polizia di Stato, col quale fra l'altro non siete mai riusciti ad avere rapporti."
"Se così fosse, anche noi ne saremmo venuti a conoscenza. Anche i Servizi siedono nel Comitato di Sicurezza".
"Non in quello ristretto" - precisai.
Fece un'altra pausa. Ero soddisfatto ed eccitato. Forse avevo parlato troppo anch'io, ma lui mi stava dicendo più di quello che avrei mai sperato di sentire. Se non tiravo troppo la corda...
"Da quanto mi stai seguendo?" - Gli chiesi a bruciapelo.
"Da quando hai deciso di venire in USA." - Era evidente che in questo argomento si sentiva molto più sicuro. - "Stavamo seguendo un uomo che conduceva una pista ben diversa dalla tua stronzata, quando l'FBI ce l'ha tolto dalla circolazione arrestandolo. Ma per individuare chi lo stava fiancheggiando pensarono bene di utilizzare te, che in qualche modo avresti dovuto addirittura depistarci. Roba da non credere!
"All'Hotel Carlton io ti avevo addirittura lasciato un recapito telefonico per farti mettere in contatto con me e convincerti, diciamo istituzionalmente, a lasciar perdere..."
"E come?"
"Facendo leva sul tuo senso civico."
"E se non accettavo?"
"Facendo leva sulla tua famiglia. Ma tu non hai telefonato. Loro, però, avevano abboccato..."
"Loro chi?"
"L'FBI. Si misero in contatto con noi al numero di telefono che dovevi usare tu, e noi ci eravamo presentati per quello che siamo, cioè Agenti del SISDE. E così ci hanno messo al corrente su di te e sulle tue mosse per tutta la tua ricerca del cazzo. Da Washington a Deyton, da Deyton a Fort Lauderdale, da Fort Lauderdale all'appartamento dell'FBI."
"Hai ucciso tu Manny Larsen, il capo dell'ufficio storico dell'USAF?"
"Lo stronzo che amava i barboni? Lui era davvero uno storico, non un cazzone come te, ed era autore di una teoria ben precisa sulla nostra esistenza. Aveva capito più o meno tutto, o stava per arrivarci. Lui era partito dalla Sicilia, dove avevamo operato in maniera molto particolare. Per traslato, grazie a te era arrivato all'idea che anche nel Trentino-Alto Adige, dove invece il nemico per oltre un anno e mezzo era rappresentato dagli alleati tedeschi, la nostra organizzazione dovesse aver avuto una vita molto particolare. E aveva ragione. Siamo praticamente nati là, grazie al tradimento dei tedeschi."
E dire che i tedeschi ci danno ancora dei traditori per aver voltato loro le spalle quell'8 settembre...
"Tenevamo sotto controllo il suo telefono portatile." - Continuò. - "Non so quanto ci fosse andato vicino, ma dopo il tuo intervento si sentiva improvvisamente certo di tutto."
"Aveva capito cosa stavo cercando?"
"Aveva trovato cosa stavi cercando. Lui non era una cachetta come te. Gli era bastato sapere due parole su di te da Levitan, che subito aveva tratto conclusioni frettolose quanto pericolose. Era stato un personaggio tosto sia come ufficiale del SIO prima, che come storico d'archivio poi. Per fortuna ne aveva parlato al telefono."
"C'entra qualcosa il nuovo Presidente USA?"
"Sì, perché aveva annunciato che avrebbe tolto il Segreto di Stato dai fascicoli della Seconda Guerra Mondiale non appena eletto Presidente."
"E con questo, cosa volevate, condizionare nientemeno che la Presidenza degli USA? Roba da matti."
"Potevamo quantomeno condizionare qualcuno che gli stava vicino. Purché l'avessimo fatto prima che Clinton si insediasse alla casa Bianca."
"Cioè nel periodo dei due Presidenti."
"Esatto. Se non si fosse messo di mezzo l'aristocratico figlio di un fascista traditore."
"Era stato Sumergible a dirigere i bombardamenti su Trento?"
"Sì." - Si vantò con un ghigno. - "E' ormai una leggenda, perché il 2 settembre '43 fu una prova generale. I Liberator divennero presto una nostra arma strategica, mentre Pippo era la nostra arma terroristica. Lo facevamo partire da Bogliaco dove c'era un campo da golf, un gioco da pescatori anglosassoni. In Trentino aveva fatto 15 incursioni mirate..."
"Ed ora sei venuto a chiudere la partita, eh?"
"Esatto, perché tu ora hai chiuso. E morirai cosciente che nessuno saprà mai che eravamo noi a fornire gli obiettivi alla maggior parte dei bombardamenti alleati. La cosa ci renderebbe impopolari... Ha ha! Imbecille!" - Fece poi, minacciosamente serio. - "Era per salvare le Istituzioni..., Dio ci liberi dai dilettanti! Nessuno conoscerà mai la verità. Tuo padre non ha mai parlato perché aveva paura e ora queste cazzate le conosci solo tu. Le avessi anche raccontate a quella troia che per farti parlare ti faceva le pompe, beh non è vissuta abbastanza. Quanto a te, l'hai scampata già alcune volte di troppo, culo rotto, ora basta!"
Sentendo offendere mio padre e Jill, non volli parlare più. Ne avevo saputo abbastanza e avevo chiuso.
Uno sparo esplose soffocato nella notte, seguito da un altro, poi da un altro e un altro ancora in rapida successione.
La mia copertina bianca era annerita e ridotta a brandelli, mentre la pelle del ventre sentiva ancora il calore delle vampate esplose da sotto le lenzuola. L'avevo centrato alla gola con tutti quattro i colpi della 22. L'uomo era stato sbalzato indietro fino a rovesciare la poltrona e cadere in terra con la testa quasi staccata dal collo.

In pochi secondi entrarono Flit e Growe, seguiti da altri 7 agenti in borghese mentre altri in divisa si erano appostati subito alla porta. In tutto avevano mosso una trentina di persone. Un secco gracidare convulso di radio ricetrasmittenti mi impedì di parlare, di dire la mia. Avevo bisogno di urlare, di saltare. Non sono mica un professionista, grazie a Dio.
Flit mi tolse da sotto le coperte un paio di piccoli registratori, ancora funzionanti, e due trasmittenti collegate ad altri registratori presenti nella sala operativa che Chittum aveva allestito nella suite di fronte.
Flit mi ringraziò per la collaborazione.
"Grazie, Jeff." - Gli dissi a mia volta. - "Aveva ragione lei."
"Grazie a Dio lei ha accettato." - Rispose. "Dovevamo farlo venire allo scoperto. Solo così lei e la sua famiglia sareste stati tranquilli."
Parlò anche Growe. Prima però mi tolse l'arma di mano. Era la Beretta 22 che mi aveva lasciato Jill.
"Io, di questa non ne sapevo niente." - L'intervento di Growe suonava da rimprovero, ma Jeff Flit la tolse di mano anche a lui.
"Questa è della NSA, e lui aveva la mia autorizzazione." - Mentì. - "Ci siamo giocati troppa gente, Caro Growe, e non ero più disposto a rischiare la vita di nessuno."
Flit evidentemente sapeva che una Beretta di Jill mancava all'appello, ma non l'aveva fatta cercare dove sarebbe stato possibile trovarla, nel mio incredibile Beauty.
Ma Growe non era del tutto convinto.
"Nulla per cui uccidere e nulla per cui morire, vero?" - Disse infatti con un certo sarcasmo. - "Proprio un tipico esponente della Beat Generation."
"Sono un sognatore, diceva Lennon, ma non sono il solo."
"Mi spiace." - Aggiunse allora Growe con imprevedibile umanità. - "Spero che non si sia fatto una brutta opinione del Bureau."
"Scherza?" - Gli dissi. - "Potrò raccontare ai miei nipotini che io e l'FBI abbiamo cavalcato insieme."
Growe trattenne malamente l'inconfondibile rutto del facocero, a denti stretti e con le labbra che non riuscivano a frenare i gas di emissione.

La sera prima il bastardo non c'era cascato, ma stavolta era andata bene. Avevano fatto smontare a mezzanotte gli agenti alla porta, ed io mi ero preparato esattamente come si era concordato. Grazie a Dio era andato tutto bene.
Mia moglie non sapeva ancora nulla di preciso. Aveva accettato di fidarsi dell'Organizzazione. L'indomani gli avrei dato la notizia.
Intervennero degli infermieri che mi portarono via in fretta, in un'altra stanza. Non me ne ero accorto, ma stavo tremando come un foglia. Il calo della tensione o chissà cos'altro, sta di fatto che stavolta avevo davvero bisogno dei loro sedativi. Ma non dovetti chiederli; appena sistemato nella nuova stanza mi bucarono il braccio e mi lasciarono lì a dormire, senza troppi complimenti.
Cercai di addormentarmi provando a decidere se avrei pubblicato o no il libro di mio padre. E pensando a papà mi addormentai serenamente.

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