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«Grand Central dream. Viaggio nella stazione di New York…»

Gli autori Stella Cervasio e Alessandro Vaccaro riportano i lettori a New York e li fanno attraversare il Grand Central Terminal in punta di piedi

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Titolo: Grand Central dream. Viaggio nella stazione di
            New York tra arte, cinema e letteratura

 
Autori: Stella Cervasio, Alessandro Vaccaro
Editore: Francesco D'Amato 2021
 
Pagine: 172, Brossura
Prezzo di copertina: € 14
 
Due giornalisti decidono di descrivere il Grand Central Terminal di New York, la stazione al centro della metropoli, di cui «è una riproduzione in piccolo… incapsulata tra le mega-torri dei nuovi uffici».
Questa costruzione e il suo destino hanno in qualche modo «svegliato» gli americani e li hanno sensibilizzati sulla opportunità e la necessità di conservare il fabbricato, invece di abbatterlo per costruire qualcosa di più spettacolare.
«Perché se è vero che un quadro di un Old Master si mette in un museo e ci resta a pieno titolo, può capitare che un edificio, che relativamente al suo scopo si ritrova all’improvviso sul viale del tramonto, finisca nel mirino di chi vorrebbe buttarlo giù».
 
E la stazione ha rischiato molto, più volte è stata ricostruita, ampliata; si è tentato di renderla più moderna, la si è circondata di grattacieli che continuamente ridefiniscono lo skyline di New York.
Anche Jacqueline Kennedy, nel 1975, chiese al sindaco Beame se non fosse «atroce lasciar morire un po’ per volta New York, privandola dei monumenti di cui può essere fiera, finché non resterà più nulla della sua storia e della sua bellezza che possa ispirare i nostri figli».
Nei grandi spazi, affollati, decorati, rumorosi, secondo gli autori «ciascuno può trovare se stesso… un luogo dove riconoscersi e unirsi».
 
Era un ambiente pubblico con un certo mistero: il binario 61 venne concesso in forma privata al generale della Grande Guerra Pershing e al Presidente Roosevelt per accedere senza essere visti all’hotel Waldorf Astoria.
Oggi questo binario è una piattaforma ferroviaria non più utilizzata, ma ha ospitato nel 1965 The Underground Party, organizzato da Andy Warhol.
Finalmente negli anni Settanta del secolo scorso, nella lotta tra arte ed economia, l’arte ha avuto la prevalenza.
Cervasio e Vaccaro ci dicono che «Grand Central è una sopravvivenza del passato, tra i continui cambi in corsa di Manhattan» e in qualche modo ricorda la Public Library di New York, l’Ecole Nationale Supérieure de Beaux-Arts, il Museo d’Orsay e il Trocadero di Parigi e la Borsa di Amsterdam: addirittura sembra riprendere, nei suoi vari livelli, i disegni di Leonardo da Vinci che, per allontanare il pericolo della peste, ipotizzò una città ideale a due livelli e può ricordarci, con i suoi percorsi labirintici, il mito classico di Orfeo ed Euridice.
 
Di capitolo in capitolo, accompagnati da suggestioni musicali – da Gershwin a Dionne Warwick, da Bruce Springsteen e da Miles Davis ai Pink Floyd, da David Bowie a Sting – come è giusto che accada in una stazione, entriamo nel mito, conosciamo alcune storie, osserviamo opere d’arte, riviviamo scene di grandi film e rileggiamo pagine indimenticabili. Insomma, viaggiamo…
Tony Hiss racconta che «quando si usciva dalla metropolitana e dal percorso sotterraneo si emergeva nel Main Concourse, con il suo cielo stellato dipinto sul soffitto, il respiro si fermava per un attimo… Centinaia di persone, provenienti da ogni parte, si muovono l’una vicina all’altra… Quello spazio incoraggia la cooperazione, la condivisione sulla quale New York è fondata», quello spazio può rendere i visitatori vittime della sindrome di Stendhal, può dare fama a Cornelius Vanderbilt, «il tycoon delle ferrovie» che consentì la realizzazione di Grand Central Depot, inaugurato nel 1871, può far riconoscere un marmo italiano, il Botticino Classico, che si trova quando dal Main Concourse si va verso le biglietterie e l’ufficio informazioni, può far penetrare nel sottosuolo, ancora più in basso della Federal Reserve Bank.
 
Anche un artista italiano è presente in questa straordinaria stazione: «la Boiler House ricorda i disegni di matrice futurista di Fortunato Depero», richiama i colori amati dal pittore futurista, mentre due statue di aquile rimarcano il simbolo stesso degli USA.
Napoli, la stazione di Mergellina, i Campi Flegrei si trovano sul 41° parallelo, come New York, e in qualche modo la scelta dell’architetto Costa che progettò Mergellina «consente un ardito accostamento a Grand Central»; così anche il Crystal Palace di Londra che ebbe al suo interno la prima Esposizione universale, manifestazioni sportive e studi televisivi, esattamente come la costruzione newyorkese, costruita per il piacere degli occhi, che ha ospitato gli eventi più diversi, esposizioni di auto e missili, sfilate di moda, mostre d’arte e il gigantesco colorama della Kodak.
 
Alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti erano ricchi, tutto avveniva all’insegna del lusso e si diffondeva l’amore per l’arte: quando nel 1913 fu inaugurato il Grand Central Terminal, per le strade le suffragette reclamavano il diritto di voto, gli operai scioperavano per conquistare la tutela sindacale, fu costruito il grattacielo più alto del mondo – il Woolworth Building – e la nuova arte europea fu esposta al Regiment Armory, sulla stessa strada di Grand Central, colpendo l’immaginazione dei newyorkesi con i dipinti provocatori di Matisse e Duchamp, seguiti da quelli di Hopper, americano ma grande conoscitore dell’Europa, che diventò il caposcuola del realismo americano.
«L’opera di Hopper è stata una miniera per il cinema: i suoi dipinti sono inquadrature che appaiono sempre come attraverso uno schermo.»
Intanto all’interno di Grand Central si aprì una scuola d’arte che funzionò per venti anni, situata nell’ala est della stazione, e ospitò fino a 900 studenti.
 
Oltre che sulle copertine delle riviste più prestigiose, mi piace citare la rilettura di una vecchia fotografia realizzata nel 2020 da Eric Drooker: «con i finestroni del Main Concourse che proiettano come riflettori la luce del giorno sul pavimento: un’immagine che fa pensare a Grand Central come a una sorta di Stonhenge… Sembra un’estasi mistica barocca… Drooker ha azzerato nella sua copertina i pendolari e i turisti che occupavano l’atrio, confinati nelle loro abitazioni a causa della pandemia da Covid-19: l’uomo delle pulizie trascina lo spazzolone davanti all’orologio degli appuntamenti, come in una triste danza solitaria.»
Grand Central non può essere immaginato vuoto, privo di vita, deve tornare ad essere luogo di passaggio, di incontro; «la stazione, come la strada, è una scorciatoia per conoscere il mondo migliore e quello peggiore».
 
La nota autrice canadese Elizabeth Smart in un’opera ha dato un ruolo significativo a Grand Central: Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto.
Due scrittori italiani ne hanno parlato, Natalia Ginzburg e Cesare Garboli, ne hanno apprezzato gusto e sensibilità, sofferenza e tenerezza, è bello perciò leggere l’epilogo della storia di Smart:
Il dolore era intollerabile, ma non volevo che finisse: aveva una sua grandezza melodrammatica. Illuminava Grand Central come il Giorno del Giudizio.
Insieme a Elizabeth Smart, Cervasio e Vaccaro citano anche Leò Szilàrd e Paul Auster, le dieci autrici che hanno scritto un racconto ambientato «nella stazione come luogo di incontro di chi ha dovuto lasciare il proprio paese dopo la Seconda guerra mondiale o dei militari che tornano a casa dal fronte» in un giorno particolare, il 21 settembre 1945 e Michael Ringering che racconta la stazione come un luogo in cui si possono persino incontrare dei fantasmi.
 
L’ultimo capitolo, Hollywood, accompagnato dalla musica di Thelonius Monk, ci porta nel mondo del cinema, dove la stazione è molto spesso presente, sia che si tratti di film o di cortometraggi o documentari: si va da «Cleopatra» a «Il padrino - parte II», da «La stangata» a «Io ti salverò» e «Intrigo internazionale», entrambi di Hitchcok, fino a «Gli intoccabili» e persino al cartone animato «Fantasia» di Disney e al più recente «Madagascar».
Non posso chiudere questa lunga recensione senza citare il meraviglioso film di Sergio Leone, «C’era una volta in America», che a Parigi ricreò Grand Central, ormai troppo cambiato, e il professore-homeless Robin Williams, che cerca spazio fra improbabili ballerini per ritrovare la donna dei suoi sogni nell’indimenticabile «La leggenda del Re Pescatore».

Un grazie sentito agli autori che riportano noi lettrici e lettori a New York e ci fanno attraversare il Grand Central Terminal in punta di piedi.

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