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Dedicato al monumento a Dante di Trento

Giosuè Carducci: «Ed or s'è fermo, e par ch'aspetti, a Trento»

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Giosuè Carducci
Per il monumento di Dante a Trento
(da Rime e Ritmi)
 
Súbito scosso de le membra sue
lo spirito volò: sovr'esso il mare,
oltre la terra, al sacro monte fue.

A traverso il baglior crepuscolare
vide, o gli parve riveder, la porta
di san Pietro nel monte vaneggiare.

- Aprite - disse. - Coscïenza porta
il mio volere, e tra i superbi io vegno,
ben che la stanza mia qui sarà corta.

E passerò nel benedetto regno
a riveder le note forme sante,
ché Dio e il canto mio me ne fa degno -

Voce da l'alto gli rispose - Dante,
ció che vedesti fu e non è: vanío
con la tua visïon, mondo raggiante.

Ne gl'inni umani de la vostra Clio:
dal profondo universo unico regna
e solitario sopra i fati Dio.

Italia Dio in tua balía consegna
sí che tu vegli spirito su lei
mentre perfezïon di tempi vegna.

Va', batti, caccia tutti falsi dèi,
fin ch'egli seco ti richiami in alto
a ciò che novo paradiso crei -

Cosí di tempi e genti in vario assalto
Dante si spazia da ben cinquecento
anni de l'Alpi sul tremendo spalto.

Ed or s'è fermo, e par ch'aspetti, a Trento.

(20 Settembre 1896)

Oggi, giovedì 4 febbraio alle ore 17 Massimo Parolini presenterà con l'Associazione Rosmini di Trento il secondo appuntamento del ciclo «Dante Alighieri 1265-1321» dal titolo Ed or s’è fermo, e par ch’aspetti, a Trento: la genesi del monumento a Dante di Trento.

L’11 ottobre 1896 veniva inaugurato a Trento il monumento a Dante Alighieri realizzato dallo scultore fiorentino Cesare Zocchi.
Podestà era al tempo Antonio Tambosi, irredentista e futuro presidente della Lega nazionale, al quale si deve, tra le molte opere urbanistiche, la sistemazione a giardino di piazza Dante.
L’idea di erigere un monumento al padre della lingua italiana era venuta all’avvocato Guglielmo Ranzi (consigliere comunale di Trento, membro della Direzione e presidente della Sat nel periodo 1897-1898, consigliere dell'Associazione Lega nazionale e fiduciario della società nazionale Dante Alighieri, che ispirò in gran parte anche le figure del progetto finale) già nel 1886 all’interno della Pro Patria (che sarà sciolta dagli austriaci quattro anni dopo).
 
Il progetto fu poi ripreso nel dicembre del 1889, dopo che a Bolzano fu eretto il monumento al poeta tedesco medievale Walther von der Vogelweide, simbolo della civiltà germanica contro l’avanzata della lingua e cultura italiane in Alto-Adige.
Venne quindi costituito un comitato di 48 membri, presieduto dall’avvocato Carlo Dordi (deputato liberale e strenuo autonomista), responsabile della raccolta fondi e del concorso necessari per l’opera.
L’allora podestà Paolo Oss Mazzurana propose al consiglio comunale di donare gratuitamente il suolo per l’erezione dell’opera. La cifra raccolta fu (traducendo in lire) di L. 219.745,37.
 
Don Giuseppe Grazioli (che riuscì a portare dal Giappone il seme di baco resistente alla pebrina che aveva messo in ginocchio la bachicoltura trentina) sarà tra i primi finanziatori del progetto acconsentendo a farvi devolvere il fondo di 11.582,35 che aveva messo a disposizione del Comune di Trento per l’isolamento del Duomo (morirà nel 1891, senza poter vedere il monumento).
La cifra fu quindi il risultato delle offerte dei comuni del Trentino, di trentini residenti altrove, delle altre province italiane soggette all’Austria e delle vecchie province austriache (Lombardia, Veneto, etc.).
Il comitato esecutivo bandì a quel punto un concorso per un progetto dell’opera dal tema «Dante, considerato quale Genio tutelare della lingua e della civiltà italiana nel Trentino».
 
Furono presentati 42 bozzetti, fra i quali la commissione giudicatrice scelse una prima rosa comprendente i bozzetti degli scultori Giuseppe Grandi di Milano, Ettore Ximenes di Palermo e Cesare Zocchi di Firenze invitandoli a ripresentare i loro progetti entro il marzo del 1892 con alcune modifiche suggerite dalla commissione.
Ad altri quattro artisti non ammessi (Andrea Malfatti di Mori, Emilio Marsili di Venezia, Paolo Troubetzkoj e Luigi Conconi di Milano) furono assegnati dei primi in denaro. Al secondo concorso la giuria scelse per l’esecuzione il progetto di Cesare Zocchi.
Seguirono aspre polemiche da parte soprattutto dello scultore Andrea Malfatti (a lui si devono le fontane di Piazza Erbe e quella di Piazza Pasi a Trento oltre a varie sculture sepolcrali) e del pittore solandro Bartolomeo Bezzi (membro della giuria).
 

 
Malfatti, spalleggiato da un comitato di trentini a suo favore, sosteneva che il monumento dovesse essere l’opera di uno scultore trentino e fece un’esposizione pubblica dei propri bozzetti; Bezzi sosteneva invece che l’arte italiana non potesse essere degnamente rappresentata a Trento che da un’opera dello scultore Giuseppe Grandi (tra i più famosi e quotati al tempo in Italia, che non fu scelto perché il secondo progetto, diverso dal primo, prevedeva una spesa di molto superiore a quella fissata e che morirà nel 1894) e promosse una violenta campagna di denigrazione contro i trentini sulla stampa milanese.
Prendendo la penna tra asti e veleni, Guglielmo Ranzi scrisse a Giuseppe Verdi una lettera il 16 novembre 1893 pregandolo di musicare per il giorno dell’inaugurazione del Monumento dei versi d’occasione.
 
Verdi declinò l’offerta adducendovi i suoi ottant’anni e il suo non aver «mai scritto pezzi così detti di circostanza» tranne per la prima Esposizione di Londra e di essersene poi pentito.
Poco male: ci penserà Giosuè Carducci, il poeta della terza Italia, a ricordare il monumento in terzine dantesche in una poesia poi inserita nella raccolta «Rime e ritmi» (1889-1898). All’inaugurazione dell’11 ottobre 1896 Ranzi pronunciò un discorso memorabile che fu definito da Carducci stesso «la miglior pagina di prosa italiana dell’ultimo ventennio, degna di figurare in ogni antologia delle scuole medie italiane».
 
Vogliamo ricordarne un breve passo.
«O fratelli, questa mole superba di bronzo e di granito, che il soffio dell'arte avviva, fu composta con gran sacrificio da un piccolo e povero popolo.
«Fra mille e mille che portarono l'obolo, pochi erano i ricchi e i dotti, molti i poveri e gli umili; popolani, contadini, montanari di villaggi sperduti ne' recessi delle Alpi.
«Altri udia mentovare per la prima volta Dante Alighieri: altri forse lo conosceva, ma come una grandezza lontana e velata di mistero. Ma non era la prima volta che udissero mentovare la Patria, la Lingua, la Civiltà che Dante rigenerava…».
 
Il bassorilievo bronzeo su stele marmorea dedicato dal Museo del Risorgimento nel 1934 a Guglielmo Ranzi (Trento, 15 dicembre 1859 - 24 aprile 1932), si tiene umilmente in disparte, sconosciuto ai più, dietro il monumento al sommo poeta: un segno anche questo, forse, dello sfacelo ideale che la nostra società sta attraversando.
Speriamo che nel 150° della sua nascita il comune di Trento si ricordi di lui, appena saranno sgomberati i sacchi e le polemiche. (Massimo Parolini)

 Descrizione  
Il monumento è formato da scultore bronzee e granito: in alto Dante tiene la mano destra alzata verso nord, in basso il giudice infernale Minosse seduto su di un drago tiene la mano sul mento attendendo le anime; per il Ranzi egli pronunciava «la sentenza contro i traditori della lingua materna» (lettera allo Zocchi); sopra di lui il gruppo purgatoriale con Sordello che si rivolge a Dante e Virgilio (considerato già da Ranzi la parte più riuscita, quella dei «trentini in pena») e sul tergo il gruppo della Liberata («la Madre redenta – disse Ranzi nel discorso del 3 novembre del 1919 – che implora la stessa grazia per i figli in catene»).

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