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Le elezioni più incerte della storia della Nigeria – Di Marco Cochi

Tra due settimane quasi 69 milioni di nigeriani si recheranno alle urne, mentre si intensifica l’offensiva del gruppo islamista Boko Haram



Il prossimo 14 febbraio 68 milioni e 835.476 nigeriani si recheranno alle urne per le elezioni presidenziali e legislative, mentre il loro Paese sta attraversando una fase delicata in un quadro complessivo di sicurezza estremamente critico e in continua evoluzione, dovuto all’intensificarsi nel nord-est dell’offensiva del gruppo islamista Boko Haram.
L’escalation degli attacchi della setta religiosa islamica è ben documentata nel recente rapporto «Nigeria: multiple displacement crises overshadowed by Boko Haram» elaborato dall’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), in cui è riportato il quadro di una situazione devastante, nella quale gli  attacchi dei fondamentalisti sono aumentatati drammaticamente in numero, intensità e ferocia a partire da metà 2014.
L’insurrezione dei fanatici islamisti ha costretto 1,5 milioni di persone a fuggire in altre parti della Nigeria e almeno altri 150mila si sono rifugiati nei vicini Ciad, Niger e Camerun, minacciati ed infiltrati a loro volta da Boko Haram, i quali, di fronte alla disfatta e alla ritirata dell’esercito di Abuja, si rifiutano di intervenire in Nigeria e chiedono un’azione internazionale per fermare la minaccia qaedista in tutto il Sahel.
 
Appare evidente che tutto ciò possa influire anche sulle imminenti elezioni, come sostiene Zacharias Pieri, ricercatore del centro studi Global Institute on Civil Society Conflict e membro della rete internazionale Nigeria Security Network, secondo cui Boko Haram sarà in grado di condizionare le più incerte e problematiche elezioni nigeriane di sempre.
Questo perché, nonostante stragi e rapimenti di massa, il movimento jihadista riesce a diffondere il suo messaggio e garantire sicurezza e servizi sociali agli abitanti del califfato che ha istituito nello Stato del Bono, in modo molto più efficiente di quello statale.
Ryan Cummings, analista politico, esperto dei fattori di rischio per la sicurezza africana e autore di numerose pubblicazioni sull’organizzazione terroristica nigeriana, ritiene che nel corso dei prossimi giorni potrebbe registrarsi un nuovo incremento del già elevato livello di violenza.
Una polarizzazione che, secondo Cummings, deve essere letta alla luce delle prossime elezioni oltre che di altri fattori.
 
La Nigeria, infatti, è afflitta da diversi problemi che non sembrano suscettibili di un’imminente soluzione e che stanno generando rinnovata incertezza sulla stabilità a lungo termine della nazione più grande e più popolosa dell’Africa, ulteriormente minata dalla crescente incertezza economica, dovuta alla vorticosa caduta dei prezzi del petrolio, su cui il Paese africano ha fondato la sua crescita degli ultimi anni.
Altro problema, non di poco conto, è quello dei profughi interni, causati dai conflitti inter-comunitari e dagli sgomberi forzati degli ultimi quindici anni, che hanno prodotto un enorme spostamento interno.
A riguardo, il sopracitato rapporto Idmc sottolinea che «gli sforzi da parte dei governi nazionali e statali per affrontare le esigenze di questi sfollati sono incoerenti, l’accessibilità ed il sostegno da parte delle agenzie internazionali è scarso, mentre anche quello della società civile nigeriana è limitato».
«Le persone che vivono nell’area dei campi ricevono qualche aiuto, ma spesso non è sufficiente a soddisfare il loro bisogno di cibo e altre necessità di base.»
 
Non è nemmeno chiaro quale sia l’impatto dei profughi interni sul gigante multietnico africano, perché i dati disponibili sono spesso frammentati e relativi a crisi su larga scala. 
Tutto questo, perché sia le autorità nigeriane che la comunità internazionale si sono concentrate in modo sproporzionato nel nord-est della Nigeria, con interventi di emergenza sul breve termine.
Eppure, nel maggio 2012, Abuja ha ratificato la «African Union Convention for the Protection and Assistance of Internally Displaced Persons in Africa», nota come Convenzione di Kampala.
Il quadro dell’emergenza nigeriana è completato dalle frequenti inondazioni, che nell’ottobre 2012 hanno portato al secondo più grande spostamento di popolazione a livello mondiale causato da un disastro naturale (due milioni di persone nelle pianure dei fiumi Benue e Niger e dei loro affluenti in 33 dei 36 Stati federali del Paese), mentre lo scorso anno le alluvioni hanno colpito 26 Stati.
Sempre di recente le autorità di undici Stati settentrionali hanno riconosciuto che migliaia di persone sono state sfollate a causa della desertificazione.
Senza dimenticare, il conflitto petrolifero ancora in atto nel Delta del Niger.
 
In questo scenario, l’esito delle elezioni presidenziali non è per niente certo.
Tuttavia, con l’avvicinarsi del 14 febbraio, le probabilità di una sfida all’ultimo voto sono in aumento e se l’attuale presidente Goodluck Jonathan dovesse vincere di stretta misura sul suo rivale Muhammadu Buhari, con un margine di voti inferiore al numero degli aventi diritto sfollati nel Nord, che sotto la minaccia di Boko Haram non potranno esprimere la loro preferenza, il principale partito di opposizione ha più volte avvertito che la consultazione elettorale non potrà considerarsi valida.
Sembra comunque evidente che, a prescindere da chi sarà il nuovo presidente, con l’avanzata degli islamisti e tutti gli altri gravi problemi che incombono sul Paese, tenere a galla questo gigante coi piedi d’argilla non sarà impresa semplice.

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