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La Libia è vicina: ci separano solo 250 miglia di mare

Le possibili soluzioni alla crisi libica – Di Marco Di Liddo e Gabriele Iacovino

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La recente avanzata su Sirte delle milizie dell’autoproclamato califfato di Bayda e la decapitazione dei 21 cristiani coopti egiziani, rapiti lo scorso 1 gennaio, hanno definitivamente portato allo scoperto l’entità della minaccia jihadista in Libia.
Per quanto gli eventi avvenuti in Cirenaica abbiano scosso l’attenzione mediatica mondiale, la diffusione e la crescita del radicalismo islamico libico rappresentano un fenomeno antico, precedente alla caduta di Gheddafi nel 2011 nonché distinto ed originale rispetto al network e all’agenda di al-Qaeda.
Tuttavia, gli eventi successivi alla Rivoluzione del 17 febbraio, lo scoppio della guerra civile tra laici e islamisti, l’estrema frammentazione del quadro politico, tribale e sociale del Paese e la drammatica situazione economica hanno contribuito a creare le condizioni ideali per la propagazione dell’agenda jihadista.
 
Per la Libia, il 2014 è stato l’anno della segmentazione della guerra civile in due fronti, quello laico del nasseriano Generale Haftar e del governo di Tobruk, e quello islamista del governo di Tripoli, affiancato da una galassia di milizie locali, alcune delle quali con pericolose attiguità jihadiste.
Tuttavia, tale divisione appare come un escamotage politico per differenziare le fazioni in lotta e non rispecchia la realtà politica e militare del campo di battaglia, fatta di alleanze a geometria variabile e una rete di accordi magmatica e flessibile.
Uno dei dati più preoccupanti è che nessuna delle due fazioni pare possedere la forza necessaria per prevalere sull’altra e, soprattutto, i governi di Tobrouk e Tripoli appaiono ancora lontanissimi da una qualsivoglia forma di dialogo o confronto.
Appare difficile che, in futuro, tale situazione possa migliorare senza l’intervento incisivo della Comunità Internazionale.
 
In questa situazione anarchica e ingovernabile, negli ultimi mesi si è allungata l’ombra oscura di IS e del Califfato.
Infatti, nel novembre 2014, la proclamazione, avvenuta a Derna, della nascita del califfato e il successivo giuramento di fedeltà allo Stato Islamico e al suo leader Abu Bakr al-Baghdadi hanno inserito nel mosaico libico un nuovo tassello.
La nascita del califfato in Libia, chiamato «Bayda» in onore del vecchio nome arabo della Cirenaica, non rappresenta un avvenimento estemporaneo, bensì un risultato frutto dei fenomeni politici interni libici e delle attuali contingenze internazionali.
Derna è sempre stata uno dei maggiori poli salafiti della Libia anche se mai legata strettamente ad al-Qaeda, come testimoniato da diversi fattori: le rivolte islamiste contro Gheddafi negli anni ’80 e ’90 nonché il continuo flusso di miliziani partiti per combattere sia il jihad anti-americano in Iraq nel 2003 che la rivolta in Siria e Iraq dal 2012 ad oggi. 
 
La scorsa primavera, alcuni miliziani salafiti di Derna, detti il «Gruppo Battar», che avevano combattuto al fianco dello Stato Islamico, sono tornati in patria, costituendo il Consiglio della Shura della Gioventù Islamica (CSGI). Tale formazione, pur senza entrare a far parte né di Ansar al-Sharia né del Consiglio dei Rivoluzionari di Bengasi, formazione ombrello che raccoglie diverse milizie islamiste libiche della Cirenaica, ha combattuto al loro fianco contro le milizie rivali e successivamente contro le forze di Haftar.
A settembre, con l’arrivo di al-Azdi, il CSGI ha intensificato la propria azione di proselitismo e propaganda nell’area di Derna, soprattutto nelle aree rurali attigue alla città poiché il nucleo urbano era controllato dai rivali della Brigata dei Martiri di Abu Salim.
Ad oggi, con la dichiarazione della nascita del califfato, i reduci libici della guerra siro-irachena pongono una nuova e imprevedibile sfida alla inconsistente architettura politica e di sicurezza nazionale.
Infatti, se da un lato la Comunità Internazionale cercherà di favorire il dialogo tra Tobruk e Tripoli per facilitare la formazione di un fronte moderato e sosterrà le azioni di Haftar, dall’altro l’esperienza e l’assertività del CSGI proverà a compattare e riunire sotto la bandiera dello Stato Islamico libico le formazioni jihadiste.
Dunque, la Libia rischia non solo di continuare ad essere dilaniata dalla guerra civile e dalla polarizzazione del panorama politico, ma di trasformarsi, in caso di inefficacia dell’azione internazionale, in un santuario salafita a due passi dalle coste italiane.
 
Appare possibile che, nei prossimi mesi, le attività del nuovo califfato di Bayda si intensifichino e che la minaccia jihadista passi da essere locale a nazionale e infine internazionale.
La creazione di una realtà para-statale di matrice terrorista alle porte dell’Europa, purtroppo, rende concreto il rischio che la Libia si trasformi in una fucina di miliziani pronti a colpire non soltanto in Africa, ma anche nel Vecchio Continente.
La chiave del successo delle reti jihadiste è costituita dalla cooptazione delle reti tribali e dalla capacità di stringere alleanze con le milizie locali.
Anche in questo caso, gli eventi di Sirte sono esemplificativi della strategia del Califfato Bayda, capace di sostituirsi alla famiglia Senussi, l’antica casata reale libica, quale attore egemone nella città, integrando all’interno dei propri ranghi alcune bande armate precedentemente inquadrate in Ansar al-Sharia.
 
La nascita del Califfato costringe indubbiamente i Paesi europei a rivendere la propria strategia di politica estera e di difesa.
La diplomazia italiana, in linea con la tendenza già emersa nel 2014, dovrebbe continuare il processo di creazione di un fronte unitario per la stabilizzazione della Libia.
Negli ultimi mesi dello scorso anno, in occasione dei vertici NATO e G8 il governo aveva aperto un importante canale negoziale con il Regno Unito, per poi proseguire intensi colloqui con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due dei principali attori arabi impegnati nel contrasto alle milizie islamiche radicali libiche.
Essendo la Libia, infatti, un teatro dove numerosi attori del palcoscenico mediorientale stanno sviluppando un proprio ruolo, la ricerca di una stabilizzazione passa anche attraverso un fitto dialogo con queste realtà.
Il governo italiano ha dimostrato di comprendere a pieno queste dinamiche anche grazie alla propria posizione diplomatica.
Le relazioni tra Roma e Abu Dhabi, ad esempio, sono cresciute di intensità negli ultimi anni e oggi gli Emirati Arabi rappresentano uno dei partner italiani più importanti dell’intera regione.
In più, l’attitudine del governo italiano nei confronti del nuovo corso egiziano, con il Premier Renzi che è stato uno dei primi leader europei a dare supporto al Presidente Sisi, rende agevole il dialogo anche con Il Cairo, sempre più esposto nella sua azione di influenza in Libia.
Tutto questo alla luce del fatto che, grazie al suo ruolo nella diplomazia internazionale, l’Italia potrebbe avere la forza di coinvolgere in un eventuale processo diplomatico anche il Qatar, che in questo momento sta supportando con fermezza le realtà islamiste libiche, in contrasto alle forze laiche, che ricevono l’aiuto di Emirati ed Egitto.
Il coinvolgimento di Doha nella ricerca di un compromesso per la stabilizzazione libica sembra in questo momento inevitabile per il ruolo svolto dalle autorità qatariote e per la necessità di trovare un compromesso, o almeno alcuni punti di contatto, tra tutti i protagonisti attuali della Libia.
In questo contesto, il ruolo di negoziatore dell’Italia  risulterebbe di fondamentale importanza con possibili effettive ricadute positive nel futuro.
 
Lo sviluppo di un’agenda comune dovrebbe essere perseguito anche attraverso un’opera di pressione e lobby all’interno delle Nazioni Unite, l’unica istituzione internazionale in grado di elargire la legittimità politica e giuridica necessaria per intraprendere un’azione più incisiva in Libia.
In questo senso, il 2015 potrebbe essere l’anno in cui all’interno del Palazzo di Vetro si cominci a prendere in considerazione l’ipotesi di una missione umanitaria o di stabilizzazione.
Tuttavia, occorre sottolineare i rischi operativi di una simile evenienza. Infatti, le milizie di Derna, pesantemente armate grazie ai canali del mercato nero e al saccheggio degli arsenali gheddafiani, sono pronte ad affrontare l’arrivo di un dispositivo militare convenzionale, rispetto al quale potrebbero essere in grado di massimizzare le loro tecniche asimmetriche (attentati, esplosivi improvvisati, guerriglia, imboscate).
Dunque, qualsiasi ipotetico impegno militare dovrà necessariamente mettere in conto possibili pesanti costi umani, economici e politici.
 
Naturalmente, come accennato in precedenza, non è possibile immaginare alcuna iniziativa che preveda l’uso della forza senza avere una precisa strategia politica e una road map per il dialogo nazionale.
Nonostante le mal celate simpatie di una parte della Comunità Internazionale e di molte Cancellerie europee per il Generale Haftar e per il governo di Tobrouk, non è possibile pensare ad un qualsivoglia processo di dialogo politico libico internazionalmente riconosciuto che non includa i rappresentanti dei due parlamenti, i leader miliziani moderati e i leader tribali del sud del Paese, soprattutto quelli appartenenti ai gruppi Tuareg e Toubou, indispensabili per la pacificazione dei territori centrali e meridionali del Paese.
In questo senso, il coinvolgimento delle tribù e dei poteri locali appare imprescindibile, poiché avrebbe l’obbiettivo di privare il network jihadista legato allo Stato Islamico di quel supporto sociale indispensabile per la conduzione delle proprie operazioni.
In questo senso, la Comunità Internazionale potrebbe ispirarsi alla strategia della formazione dei Consigli del Risveglio in Iraq nel 2005.
In quell’occasione, con una felice intuizione, il Generale Petraeus, Comandante della coalizione multinazionale in Iraq, favorì la formazione di una rete di milizie sunnite, alleate alle forze occidentali, in opposizione ad al-Qaeda in Iraq.
 
Tali analisi e prospettive tendono ad escludere categoricamente l’ipotesi di un governo libico in esilio che, da qualche illustre sede all’estero, cerchi di stabilizzare il Paese senza alcun rapporto con le forze in campo e a centinaia di km di distanza. In questo senso, il rischio più grande sarebbe ripetere l’errore fatto, a suo tempo, con l’opposizione siriana ad Assad, riconosciuta come «la vera voce del popolo libero», ma confinata in un anonimo ufficio in Turchia, senza alcun peso politico rilevante.
Infine, ponendo l’accento sul rischio jihadista e sulla situazione a Derna, un eventuale accordo con le comunità Tuareg e Toubou priverebbe le milizie legate ad IS di quel sostegno tribale, sia in termini di miliziani che in termini di sfruttamento della rete criminale e finanziaria legata ai traffici illegali, che costituirebbe la spina dorsale di qualsiasi iniziativa ostile dal respiro nazionale. 
 
Marco Di Liddo e Gabriele Iacovino
(CeSI)

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