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Cento anni fa la battaglia di Gasr Bu Hàdi in Libia

Il 28 aprile 1915 l’Italia subì la peggiore disfatta coloniale della sua storia, peggio di Adua

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Pochi conoscono questo terribile episodio della Guerra di Libia che avvenne a meno di un mese dall’entrata in guerra dell’Italia nella Grande Guerra contro gli Imperi Centrali. Eppure fu la peggiore disfatta mai subita dal nostro paese non solo in Libia ma in tutte le sue guerre coloniali.
Il 26 aprile il nostro governo aveva firmato l’impegno di scendere in guerra a fianco dell’Intesa e da quel momento qualsiasi problema militare che non riguardasse la mobilitazione generale, non veniva neppure preso in considerazione dal Governo Salandra. L’Italia non era in grado di entrare in guerra contro l’Austria, figuriamoci se qualcuno avrebbe mai mandato rinforzi in Libia.
La Libia era stata assegnata all’Italia dopo la guerra Italo-Turca del 1911, ma questo non significava che il paese fosse conquistato. Anzi, tre problemi andavano risolti, volenti o nolenti.
Il primo era gigantesco: qualsiasi pezzo di terra non occupato dall’Italia era ostile. Mentre l’odiata Turchia aveva quantomeno in comune alle bande libiche la lingua e la religione, l’Italia non era ben vista e la guerra santa trovò presto terreno fertile. Ma come si poteva pensare di occupare un paese grande come l’Europa centrale, quando si disponeva solo di 3.000 uomini, senza autocarri né aerei da ricongiunzione?
Il secondo era legato al primo. Come si poteva dire di possedere una colonia di cui non controllavamo neppure la metà?
Il terzo era di carattere istituzionale diplomatico, perché non eravamo in grado di tracciare un confine con la vicina colonia francese dell'Algeria.
 
Non è il tema di questo articolo, ma è necessario conoscere l’antefatto.
Nel 1913 il colonnello Antonio Miani aveva conquistato il Fezzan, che sarebbe una grandissima parte del territorio che dalla Sirte si porta verso sud nel deserto libico.
Miani aveva un curriculum di assoluto rispetto in tema di guerre coloniali, basti pensare che ad Adua c’era anche lui e sostenne la ritirata di Baratieri. Conquistò il Fezzan con una serie di fortunate campagne compiute con abilità e con una certa disponibilità di materiale bellico.
Purtroppo però, l’occupazione del Fezzan non venne consolidata per mancanza di mezzi e un po’ alla volta le bande ribelli si ripresero il maltolto.
Miani tornò in Italia, ma venne richiamato poco dopo per metterlo alla guida di una spedizione volta riprendere il controllo del Fezzan.
E qui comincia la vicenda il cui centesimo anniversario decorre oggi.
 

 
Nel primo pomeriggio del 28 aprile 1915 usciva dal campo trincerato di Sirte la più grande carovana che la Tripolitania non avesse mai visto.
Il corpo di spedizione contava 84 ufficiali, 900 soldati di truppa italiani, 2.175 regolari indigeni, 3.000 ausiliari libici, 12 cannoni da montagna e due sezioni di mitragliatrici.
Apriva la marcia la cavalleria con compiti di esplorazione. Seguivano quattro bande di irregolari, predoni al soldo degli italiani. A mezzo chilometro di distanza marciavano le truppe regolari.
Seguiva una carovana di 2.000 cammelli e chiudeva un battaglione libico. Secondo gli osservatori storici, la sola quantità di cammelli concentrati in una pista era un boccone che avrebbe mosso un po’ tutte le tribù per impossessarsene.
Secondo l’intelligence, di fronte alla spedizione di Miani si trovavano solo 1.500 ribelli. In realtà, però, si trovava di fronte a seimila o forse più nemici. Inoltre gli irregolari erano attirati in maniera irresistibile dai cammelli della nostra carovana. E di questo insano appetito il colonnello Miani ne era al corrente.
Inoltre era intervenuto un fatto nuovo, che Miani poteva solo immaginare. Sapendo che l’Italia sarebbe scesa in guerra contro gli Imperi centrali, la Turchia aveva armato, grazie alla alleata Germania, i ribelli di ottime armi individuali e di reparto.
 
All’alba del 29 aprile le avanguardie di Miani segnalavano la presenza del nemico in forze.
In attesa di conoscere meglio la situazione, il comandante italiano dispose che le truppe si sistemassero su un rilievo, al di là del quale c’era il centro abitato di Gasr bu Hàdi.
A metà mattina cominciarono le prime scaramucce. Miani diede ordini precisi per affrontare il nemico frontalmente e con l’assistenza della cavalleria ai fianchi. Ma qui accaddero i primi problemi. Un comandante fraintese gli ordini, mentre le bande di Tarhuna si rifiutarono bellamente di combatere.
Questo portò confusione un po’ a tutto il corpo di spedizione e le bande di irregolari saccheggiarono la colonna dei rifornimenti di viveri, acqua e munizioni. Con i predoni se ne andarono un po’ tutti gli indigeni e in breve tempo si trovarono a combattere praticamente da soli e senza rifornimenti i bersaglieri, i fanti e gli artiglier italianii.
La situazione divenne tragica in breve tempo. Caddero molti ufficiali e lo stesso Miani venne ferito due volte. Fino a quel momento la colpa non era del comandante italiano, il quale commise però l’errore di non ordinare l’immediata ritirata.
Verso le 13.30 le truppe si trovarono praticamente prive di munizioni e dovettero ripiegare in disordine. E qui avvenne il disastro.
Nel corso della ritirata vennero abbandonati tutti i cannoni meno uno, tutte le mitragliatrici e gli autocarri. La fuga si arrestò solo a pochi chilometri da Sirte, da dove erano giunti alcuni autocarri con munizioni e altri rifornimenti. Ma ormai il disastro si era consumato.
Su 84 ufficiali, 19 erano morti e 23 feriti. Dei 900 soldati nazionali i caduti erano 237 e 127 i feriti. Dei 2.174 ascari, 242 erano stati uccisi e 290 feriti.
Pesantissime le perdite di materiali: 5.000 fucili di ricambio, alcuni milioni di munizioni, tutte le mitragliatrici, 6 sezioni di artiglieria, l’intero convoglio di viveri e perfino la cassa…
I superstiti, rientrati nel campo trincerato di Sirte ebbero qualche problema e si registrarono sparatorie. Seguirono vendette ma anche processi sommari, impiccagioni e fucilazioni, come che con il colonnello Miani non erano mai accadute.
 
Miani venne rimpatriato e, come nel caso di Baratieri, vennero addossate solo a lui le responsabilità.
Scomparso Miani, il più esperto militare italiano in Libia, accadde di tutto. Visto che il Governo italiano aveva impegnato l’esercito solo al fronte del Nordest della Grande Guerra, non fu inviato un solo uomo a rinforzare la giovane colonia.
Le perdite della sconfitta di Gasr Bu Hàdi costò più della disfatta di Adua. Erano morti 5.600 uomini e alcune migliaia furono feriti. I prigionieri furono 2.000.
Gli Italiani vennero praticamente ristretti alle città sulle coste e solo a guerra finita Badoglio e Graziani riconquistarono il Fezzan, ma grazie alla stragrande forza militare non più impiegata nella Grande guerra e a fronte di repressioni sanguinose.
 
G.de Mozzi.
 
Si ringrazia Angelo del Boca perché è stato grazie al suo libro «La disfatta di Gasr Bu Hàdi», edito da Mondadori nel 2004 e tuttora disponibile, abbiamo potuto apprendere i dettagli che abbiamo riportato in questo breve articolo.

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