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L'incognita Libia, le richieste internazionali e gli interessi reali

La richiesta di un contingente italiano di 5.000 uomini è troppo impegnativa, costosa e pericolosa

Abbiamo sempre detto che l’Italia, se mai dovesse impegnarsi militarmente per combattere l’ISIS, dovrebbe occuparsi della Libia, che si trova esattamente sull’altra sponda del Mediterraneo.
Qualsiasi intervento in altri teatri, come la Siria o l’Iraq dove peraltro ci siamo già, dovrebbe essere limitato all’istruzione di altri reparti militari.
Come si sa, il comando operazioni dell’Esercito è stato incaricato da tempo a studiare un piano per un eventuale intervento in Libia. È così che funziona, dato che un’operazione militare che impieghi qualche migliaio di uomini non può essere improvvisata dalla mattina alla sera.
E il piano è stato approntato ormai da mesi, nella speranza che rimanesse nel cassetto, in previsione di mobilitare 3.000 uomini.
Adesso si chiede sempre più insistentemente un intervento militare italiano in Libia che impieghi qualcosa come 5.000 uomini. Tenendo conto che in Afghanistan, nel momento del nostro massimo impegno, avevano 3.000 uomini, la cifra ipotizzata sarebbe certamente troppo impegnativa. E costosa.
Ma al di là dei numeri, l’aspetto che più ci preoccupa è la situazione in cui il nostro corpo di spedizione dovrebbe trovarsi a operare.
Sul territorio libico ci sono già forze armate straniere (inglesi, francesi e americane) che stanno operando secondo piani propri, localizzati e non coordinati. Il coordinamento, secondo gli americani, dovrebbe venire dall’Italia.
Per dire come stanno le cose, i tre paesi che hanno voluto abbattere Geddafi, destabilizzando completamente l’area, adesso vorrebbero che l’Italia si impegnasse per riportare l’ordine.
 
Ma la Libia è sostanzialmente un insieme di tribù, per cui un accordo di governo potrebbe non risultare valido per l’intera popolazione libica che è distribuita in un territorio grande come l’Europa centrale.
Infatti la condizione che il nostro governo ha sempre posto per avallare un eventuale intervento militare è che i governi di Tripoli e di Tobruk trovino un accordo unitario  e che l’invito provenga da questa nuova realtà politica. Al momento tale governo di unità nazionale non esiste ancora.
L’interesse dell’Italia inoltre sarebbe volto alla realizzazione di un’enclave sulla costa mediterranea della Libia, dove accogliere i profughi che adesso attraversano il Canale di Sicilia e operare sul posto le verifiche degli aventi diritto dell’asilo politico.
Sarebbe un’opera di prevenzione strategica da appoggiare a tutti i livelli, perché ne uscirebbe bene anche l’Europa.
Le forze armate servirebbero per difendere l’enclave perché si tratterebbe di decine di migliaia di profughi. E, qualora necessario, i militari italiani potrebbero compiere anche interventi mirati ove richiesti dal governo di unità nazionale libica.
Altre opzioni porterebbero a una terza guerra di Libia, con incognite imprevedibili e costi insostenibili.
La Libia è un partner importantissimo per l’Italia e tutto possiamo rischiare fuorché diventare nemici.
 
GdM

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