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Il «phubbing», la nuova trascuratezza – Di G. Maiolo, psicanalista

Distrarsi mentre si conversa non è mai stato sinonimo di patologia. Oggi però i dispositivi per comunicare stanno modificando il nostro modo di stare con gli altri

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A tutti sarà capitato almeno una volta di stare di fronte a una persona, amico o familiare, che mentre noi parliamo guarda il cellulare, risponde ad una mail o interagisce sul suo social.
È un comportamento che molti definiscono irritante e altri lo considerano come l’esito della maleducazione imperante.
Tecnicamente però questo fenomeno si chiama «Phubbing». Un termine inglese che coniuga il vocabolo «phone» con il termine «sonbbing» e sta a indicare come che il telefonino ci sta portando a ridurre l’interazione con gli altri, a snobbarli e ignorarli.
 
Distrarsi temporaneamente mentre si conversa, spostare lo sguardo o allentare l’attenzione dalla persona con cui sei in relazione, non è mai stato sinonimo di patologia.
Oggi però la diffusione massiccia dei dispositivi per comunicare, in particolare il telefonino o il tablet, stanno modificando radicalmente il nostro modo di agire e di stare insieme agli altri.
O parliamo tanto, forse troppo, e ci ascoltiamo poco o nulla, oppure ce ne stiamo in silenzio assorti nei videogiochi e presi dai social.
 
Di fatto ci guardiamo sempre meno negli occhi mentre, paradossalmente, ci osservano di più gli animali domestici guardandoci direttamente in volto.
Catturati dal magico display dei dispositivi stiamo diventando latitanti sul piano delle relazioni personali.
Digitiamo ovunque e in qualsiasi momento, da soli e in compagnia mentre facciamo qualsiasi cosa. Lo smartphone sta sempre nelle nostre mani e determina il flusso della nostra attenzione al mondo.
Anche a prescindere dal rischio che molti corrono di sbattere contro un ostacolo non visto che ha già spinto alcune amministrazioni comunali d'Inghilterra a foderare i pali della luce, il «phubbing» è la premessa per tanti disturbi che hanno a che fare con la comunicazione e con il disagio relazionale che si chiamano depressione o isolamento sociale.
 
Di certo lo possiamo considerare una nuova forma di trascuratezza. Perché a volte si tratta di vera e propria disattenzione ai bisogni dell'altro che quando è totale produce vuoto di partecipazione emotiva e empatia.
Gli studi stanno confermando l’allarme: da qualche anno sono in aumento le nuove dipendenze dagli strumenti di comunicazione e dalla rete, ma è in vertiginosa crescita l'isolamento per la prevalenza del mondo virtuale anche all'interno delle relazioni di coppia e in quelle familiari o professionali.
Vittime del phubbing quindi stiamo diventando tutti, ma senza rendercene conto tutti siamo anche dei «phubber», perché alla fine ci comportiamo tutti allo stesso modo.
 
Una ricerca del 2014 fatta da Terre des Hommes e dal CISMAI ha messo in evidenza che tra le forme di maltrattamento dei minori la trascuratezza materiale e affettiva è in preoccupante aumento.
Il 52,7% dei casi presi in carico dai servizi sociali e psicologici di un campione di 31 Comuni italiani è proprio per gli esiti, in alcuni casi gravi, della trascuratezza che spesso si manifesta nel contesto familiare e educativo.
I danni sono consistenti quando i bambini si sentono ignorati e il malessere facilmente si può trasformare in patologia.
Questo spiega il perché sono già partite un po’ ovunque ma soprattutto nei paesi anglosassoni campagne volte a fermare il phubbing.
 
In Italia questo termine è ancora sconosciuto ai più e poco o nulla si fa, soprattutto sul piano educativo, per pervenire il fenomeno e aiutare i nativi digitali ad un uso corretto dei vari dispositivi di comunicazione.
 Prima di tutto però è necessario ricordare che in educazione, come sempre, quello che conta è l’esempio.
 
Giuseppe Maiolo
www.officina-benessere.it

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