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In ricordo di Edo Benedetti, storico presidente dell'ITAS/ 2

Seconda parte: Primo dipendente della Regione autonoma del Trentino Alto Adige. Sindaco di Trento. L'alluvione del '66. Gli anni del '68

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In un momento così difficile per l’ITAS, società mutua di assicurazioni squisitamente trentina che affonda le radici a più di due secoli fa, che annovera più di 700 soci e una grande quantità di dipendenti e collaboratori in tutto il Paese, abbiamo deciso di spendere due parole per rinfrescare i ricordi che ne hanno costruito l’immagine.
E abbiamo pensato di farlo riproponendo ai nostri lettori l’intervista svolta in tre puntate allo storico presidente Edo Benedetti nel lontano 2008, quando gran parte degli obbiettivi oggi raggiunti erano solo dei progetti sulla carta.
Ieri, 16 aprile 2017, è stato il quinto anniversario della sua scomparsa e ci pare che questo sia il modo migliore per ricordarlo.
Di seguito la seconda puntata.

Dottor Benedetti, quando è tornato a casa dalla guerra aveva solo 23 anni. Cos'ha fatto?
«L'università Cattolica. Riuscii a recuperare, facendo 16 esami in un anno. Mi laureai e poi decisi di fare il magistrato.»
Voleva seguire la carriera del padre?
«A dir la verità, mio padre cercò di dissuadermi da tale decisione professionale.
E perché?
«Diceva che entrare in magistratura, in Italia, era come partecipare ad un funerale di quarta classe… Ma ho fatto il concorso e sono stato nominato aiuto Pretore ad Ascoli Piceno.»
Si allontanava nuovamente da casa… Come avvenne l'inversione di rotta verso il Trentino?
«Ad un certo punto, era il gennaio 1949, mi arrivò una lettera, scritta a mano, dall'avvocato Tullio Odorizzi, appena eletto presidente della regione Trentino Alto Adige.»
Il sogno di Degasperi si stava avverando…
«Il suo era un progetto, non un sogno…»
E cosa voleva Odorizzi da lei?
«Mi invitava a entrare quale primo collaboratore a livello operativo nel nuovo Istituto Regionale, voluto da Degasperi.»
La storia che bussa alla porta… - osservo.
«Già, come potevo dire di no?»
Mi guarda sorridendo, come per dire che le scelte della sua vita non avessero mai avuto alternative.

 Tullio Odorizzi
È stato il primo presidente della Ragione autonoma del Trentino Alto Adige, nato a Cles il 20 febbraio 1903.
Avvocato e uomo politico della Democrazia Cristiana, si laureò in giurisprudenza nel 1924, combatté nella Guerra d'Etiopia e d'Albania, fu deportato in Germania l'8 settembre 1943, tornò a casa nel 1945.
Uomo di cultura, fu eletto consigliere comunale il 26 settembre 1946, e il 14 dicembre di quel medesimo anno succedette al sindaco Luigi Battisti morto improvvisamente.
Costituita nel 1948 la Regione autonoma del Trentino-Alto Adige, Odorizzi fu il primo presidente dal 1949 al 1961 (tre legislature).
Nelle due successive legislature fu comunque eletto consigliere regionale.
Dal 1964 al '76, tra le altre cariche assunte, fu eletto Presidente della Federazione dei consorzi cooperativi.
Morì il 7 luglio 1991, aveva 88 anni.

E arriviamo agli anni '50, con tutto da fare.
«Insomma, in Regione ho dovuto cominciare con acquistare macchine da scrivere, carta, qualche mobile. Eravamo dove adesso c'è la sede della Provincia. Cominciarono i lavori della Regione in Piazza Dante. Ci vollero anni prima che potessimo entrarci, ma fu uno dei più bei progetti architettonici di Trento del dopoguerra, dovuto all'ingegno dell'architetto Libera, di origine trentina.»
Deve essere stato bello aver tutto da costruire, da inventare… Qualche passaggio in particolare di quegli anni che valga la pena ricordare?
Mi guarda soddisfatto.
«Un giorno il Presidente Odorizzi mi disse: Domani, si tenga pronto per una missione importante. Quale? Gli chiesi , ma non rispose.
«Con la FIAT 1400, unica macchina della Regione, andammo a Cortina, dove c'erano ad attenderci il Sindaco Rimoldi ed un avvocato di Venezia, i quali comunicarono che si era formalizzata una maggioranza popolare che voleva legarsi alla Regione Trentino Alto Adige. Anzi, per la precisione volevano integrare la comunità ladina nella Regione Trentino Alto Adige.»
Ah sì, ricordo. Ma perché si era fermato tutto? Era stato il governo Italiano?
«No, no. Qualche giorno dopo, Odorizzi ne aveva parlato con Magnago e Benedikter.»
E non andò proprio bene, vero? - Sorrido ironico.
«Bene? Non ne volle più parlare. Discorso chiuso sul nascere. Una grande occasione persa, che adesso ritorna alla ribalta. Anzi, perché adesso non diciamo noi di no?»
Lei è un "Regionalista" convinto, vero?
«Sì. Degasperi mi aveva toccato. Sono ancora un regionalista, ritengo che la Regione abbia ancora da giocare un ruolo importante nella nostra autonomia.»

 Fatti storici principali delle Autonomie
- Nel 1959 la Volkspartei esce dalla Giunta Regionale, lasciando solo un assessore a titolo di rappresentanza etnica.
- Alla fine di quello stesso anno, l'Austria presenta all'ONU un primo ricorso nel quale espone il problema della separazione del Tirolo del Nord da quello del Sud. Non ne esce nulla.
- Nel 1960 l'ONU si esprime su una seconda istanza presentata dall'Austria, deliberando stavolta che «Italia e Austria devono mettersi d'accordo». Può sembrare a prima vista una decisione salomonica, ma invece è una rivoluzione vera e propria, perché l'Alto Adige diventa finalmente un "problema di politica internazionale".
- Nulla accadendo, a fine giugno del 1961 scoppia quella che viene chiamata «la Notte dei fuochi»: vengono fatti saltare in aria una decina di tralicci dell'alta tensione. Nessun morto e nessun ferito, solo un «incentivo» a mettersi al tavolo della trattativa.
(Seguirà anche una stagione di attentati mortali)
- Nel 1961 il Presidente del consiglio Scelba istituisce finalmente la «Commissione dei 19», formata da Sudtorolesi e da Trentini.
- Nel 1964, alla fine delle trattative, i 19 redigono un rapporto finale che diventa la base sulla quale verrà poi elaborato il «Pacchetto Trentino Alto Adige». Verrà firmato da Saragat e Kreisky.
- A metà 1969, un congresso della Democrazia Cristiana trentina approva il Pacchetto.
- Alla fine di quel medesimo 1969, Magnago riesce a far approvare il Pacchetto dalla Volkspartei in un congresso difficile e tumultuoso. La maggioranza è appena sufficiente, ma c'è.
- Nel 1972, il Parlamento Italiano approva il Pacchetto, che modifica l'impianto costituzionale italiano dando vita alle due province autonome di Trento e di Bolzano, accomunate da una Regione destinata a perdere sempre più importanza.
- L'Austria darà l'imprimatur solo nel 1992, quando il Pacchetto oramai sarà quasi completamente attuato.
- Dal 2001 i cittadini di ogni provincia autonoma eleggono i propri Consiglieri Provinciali, che - radunati - vanno a formare il Consiglio Regionale. Prima venivano eletti Consiglieri Regionali che, ritirandosi nelle proprie opportune strutture, formavano il proprio Consiglio Provinciale.

Come è accaduto che diventasse sindaco di Trento?
«Ha detto bene: è accaduto. Io non ho mai cercato la strada da seguire, mi sono sempre trovato a percorrerla. A cominciare dal Consiglio Comunale di Rovereto.»
È stato consigliere a Rovereto?
«Sì, dal 1952 al 1956. E devo dire che c'era un ottimo rapporto tra maggioranza e minoranza. Il clima era costruttivo perché avevamo tutti un forte senso civico. Ricordo che al momento dell'approvazione del bilancio preventivo, pochi non lo approvavano se non per fondati motivi.»
E allora come ha fatto entrare nel Consiglio Comunale di Trento?
«Deve sapere che quando mi sono sposato con Ivana Maistri, nel 1951, sono venuto a vivere a Trento, dove lavoravo. A quel punto mi iscrissi al partito della Democrazia Cristiana, ma senza militare attivamente. Mi ero solo messo a disposizione, da indipendente. Mi sembrava un atto dovuto per la strada che avevo intrapreso al servizio del pubblico interesse. Mi fecero entrare nel Consiglio Comunale senza difficoltà.»
Che periodo?
«Dal 1956 al 1960.»
Il sindaco di allora era Nilo Piccoli. Com'era?
«Ebbe il difficile compito di amministrare una città con i problemi dell'immediato dopoguerra.»
Per quanto mi dicono, era piuttosto dispotico…
Sorride.
«Sì, io ero capogruppo e devo dire che non mi lasciava molto spazio… In poche parole, decideva cosa fare e poi mi diceva di farlo approvare. Proprio un podestà… he he»
Ha fatto benissimo. Allora doveva fare così…
«Piccoli aveva lasciato la poltrona di primo cittadino nel 1960, ma lei è diventato sindaco nel 1964.»
Se l'è presa comoda, eh?
«Esatto, dal 60 al 64 ho preferito seguire solo il mio lavoro in Regione.»
E nel 1964 cosa è successo?
«Un giorno è venuto nel mio ufficio Giorgio Grigolli, allora segretario della DC trentina, e mi ha detto: La direzione del Partito ha individuato in te il nuovo sindaco della città
E lei ha accettato subito?
«No, mi sono preso 24 ore per decidere, ma Grigolli è tornato alla direzione della DC per dire che avevo accettato. In effetti, io non mi sono mai tirato indietro…»
Una bella esperienza?
«Magnifica. Ma il problema era lo stesso di sempre: mancavano soldi. Credo di avere fatto centinaia di viaggi a Roma (allora si andava in treno) per bussare alla Cassa di Depositi e Prestiti…»
Guido Carli?
«Sì, un grande personaggio, uno dei padri della patria… Ma devo dire che con i fratelli Piccoli a Roma ho avuto sempre una corsia preferenziale con le istituzioni.»
E senza soldi, cosa è riuscito a fare per la città?
«Sono riuscito a fare un sacco di cose, grazie a Dio… Pensi che nel corso della mia amministrazione la città è passata dai 68.000 abitanti ai quasi 100.000…»
Incredibile… - ammetto. - Le enciclopedie riportano ancora la vecchia cifra.
«Già, perché se è vero che quell'aumento spropositato di contribuenti avrebbe portato in futuro maggiori entrate nelle casse del comune, i problemi che generavano erano da risolvere subito.»
E cosa ha fatto?
«Direi che il passo principale fu la vendita dello stabile delle scuole Verdi alla neonata Università di Sociologia.»
Ah, è lei che ha fatto fuori le mie scuole elementari?
«Ha ha! Anche lei se la prende con me per questo?»
E ride anche…
«Certo! Tanti si sono lamentati con me per questa scelta, ma è stata la madre di tutte le iniziative che sono riuscito a fare. Anzitutto va premesso che i bambini erano in calo e che metà dell'edificio era utilizzato per altre iniziative, come il Museo di Scienze. Ma poi deve provare a capire che per il Comune in quel momento incassare 800 milioni era un passo fondamentale…»
Quanto? 800 milioni? Ma corrisponderanno oggi a 20 milioni di euro!
«Forse di più in termini reali, visti i tempi.»
E cosa ne ha fatto?
«Beh, anzitutto ho costruito le nuove scuole Verdi, molto più piccole, prefabbricate e poco costose. Poi ho dato il via ai miei progetti.»
Quali?
«I programmi era quattro. Scuola, casa, imprenditoria e infrastrutture.»
Beh, la scuola l'ha risolta presto direi…
«La casa l'ho risolta meglio… He he… Ha presente i grattacieli di Madonna Bianca?»


I grattacieli di Madonna Bianca

È riuscito a farli con quegli 800 milioni?
«Ma neanche per idea! Io mi sono limitato ad acquistare i 16 ettari necessari, poi ho battuto cassa…»
…Alla Cassa Depositi e Prestiti…
«No, no, i tempi stavano cambiando. Sono andato da Kessler, il quale ha mosso l'istituto case popolari di allora e abbiamo dato via al più importante progetto trentino di case popolari. - Mi guarda ansioso. - Le piacciono i Grattacieli di Madonna Bianca?»
Devo dire che mi sono sempre piaciuti… Le sembrerà strano, ma mi ricordavano Manhattan…
«Non solo a lei… he he… Un giorno del lontano 1969 andai a prendere l'onorevole Fanfani all'aeroporto di Verona per portarlo al teatro Sociale a tenere un comizio. Quando l'automobile di rappresentanza passò davanti ai primi tre grattacieli di Man, disse "Ma chi è quell'… che ha pensato di fare dei grattacieli in un territorio di montagna?" e io, in totale imbarazzo provai a dire "Sa, presidente, il terreno in Trentino scarseggia e…" insomma, cambiai discorso. Se avesse saputo che ne sarebbero stati costruiti altri dieci…»
Quanta gente ha sistemato in quei "bellissimi" grattacieli?
«Quattromilaottocento persone.»
E per incentivare l'imprenditoria, cosa ha fatto?
«Conoscevo Borghi e l'ho convinto a portare qui una fabbrica della Ignis, quella che adesso è la Whirpool. Hanno trovato lavoro 1.400 dipendenti. Perlopiù sono scesi dalle Valli di Non e di Sole… Allora non erano ricchi come oggi, sa?»
Che infrastrutture ha avviato?
«La tangenziale di Trento.»
Però! È tuttora la struttura più importante…
«No, guardi che quella più importante non me l'hanno lasciata concludere…»
Cristo, e qual'era?
«L'autostrada della… Valdastico…»
È stata un'idea sua?
«Mia, del sindaco di Rovigo e di alcuni rappresentanti autorevoli delle Istituzioni venete. Altro che Pirubì (Piccoli, Rumor e Bisaglia). Entrambe le città avevano bisogno di ossigeno e quella era l'arteria ideale per fare risparmiare 70 chilometri ai turisti Veneti e per avvicinare Rovigo alle aree venete più ricche.»
E chi ha bloccato l'iniziativa?
«In effetti la Provincia di Trento, interprete della decisone l'allora Presidente Giorgio Grigolli. - dice con una certa severità. - Rimango convinto che prima o poi della Valdastico si dovrà portare a compimento il tratto finale, con Trento capolinea, dando così anche respiro al traffico nella Valsugana.»


Edo Benedetti con Andreotti. Edo Benedetti con Anna Proclemer.

Adesso parliamo di emergenze. A lei è toccato fare il sindaco della città quando è accaduta l'alluvione del 1966 e quando c'è stato il '68…
«Per fortuna le cose sono distinte. - sorride - La prima era una calamità naturale, l'altra una calamità voluta.»
Via, il '68 ha segnato un passo importante verso il futuro.
«Guardi che il futuro l'abbiamo raggiunto, e anche superato. Siamo a 40 anni esatti dal 1968…»
Sorrido anch'io. - Cominciamo dall'alluvione?
«Capita una volta in un secolo un fenomeno del genere… - ironizza. - Quantomeno non dovrò assistere a un altro evento come quello, anche se la vita mi sta riservando una longevità superiore alla media…»
Cosa ricorda di più?
«L'emergenza improvvisa e la totale inesperienza in merito. Non c'erano modelli ai quali attingere per affrontare la calamità. Ci si era dovuti affidare al buonsenso. Ognuno ha cercato di dare il meglio di sé. Abbiamo soccorso la gente per metterla in salvo e per nutrirla, ma il problema era in tutto il territorio provinciale e non solo a Trento. Ero stato in elicottero con Kessler (Presidente di una neonata Provincia ben lungi da assomigliare a quella attuale) a osservare dall'alto lo stato del territorio. Trento era allagata, ma il vero disastro lo abbiamo riscontrato In Valsugana. Ricorda la fabbrica di Scurelle sotto Castel Ivano? I massi che l'attraversavano? La statale spazzata via? I ponti travolti? La ferrovia con i binari contorti?»
Sì, - rispondo. - Ero studente e ci ero andato come soccorritore volontario… Ma per recuperare Trento, la sua città, cosa ha fatto?
«Fu provvidenziale l'intervento di alcune persone, fra queste l'ingegnere responsabile della diga di Santa Giustina che di sua iniziativa aveva ritardato l'apertura delle saracinesche, e l'ingegnere Tasin del Comune che si era ricordato come sotto il laghetto dei cigni di piazza Dante ci fosse una botola che dava sull'Adigetto sottostante. Il livello dell'Adige aveva preso a scendere, ma la città restava ancora allagata. Telefonai ad un amico sportivo di Riva del Garda che faceva il sub e lo invitai a venire a Trento per compiere l'intervento opportuno.
E lui venne?
«Non ci pensò neanche un minuto. Si mise la muta, indossò le bombole e andò dove l'ingegnere gli aveva indicato approssimativamente l'esistenza dell'apertura. La trovò e riuscì ad aprirla, senza neanche porsi il problema se il risucchio potesse inghiottirlo. L'acqua scese a vista d'occhio portando la normalizzazione, si fa per dire, in città.»


Alluvione del '66, Piazza Dante a Trento. Alluvione del '66, la fabbrica di Scurelle.

Del '68, perché ha un brutto ricordo?
«Io non avevo i vostri 20 anni…»
Lei a 20 anni si era fatto una guerra che era addirittura Mondiale… - butto lì con una certa ironia. - Perché non riconosceva le nostre istanze?»
«Noi? C'era anche lei?»
Il '68 l'ha fatto tutta la mia generazione. Poi le Sinistre lo fanno fatto proprio.
«Ah, ecco. Beh, di tutto il '68 ci sono alcune cose che non accetto di ricordare con piacere. La prima è stata la battaglia scatenata davanti al Tribunale. Una cosa è la politica, un'altra sono le Istituzioni. Non si possono mettere in discussione istituzioni così fondanti e sacre per la vita civile di una nazione…»
Ma suo padre non diceva che la carriera in magistratura era un "funerale di quarta classe"…?» - lo punzecchio.
«Non scherzi, la prego!»
Cos'altro era accaduto?
«Lo sconcio della sfilata del Consigliere Mitolo, che venne portato in giro per la città legato e con un braccio rotto, solo perché era esponente autorevole del Movimento Sociale Italiano.»
Sì, purtroppo, lo ricordo anch'io con vergogna. È stata proprio una vergogna.
«No, era stato un grave atto di violenza! Ma lo sa che il corteo era sorvegliato dai miei vigili urbani e dalle nostre forze di Polizia?»
Sì, - ammetto, - ricordo anche questo.»
«Quando l'ho visto, in Via Belenzani, ho telefonato al comandante dei vigili urbani Colombaro ed al Comandante dei Carabinieri colonnello Campanini, intimando: Se non fermate il corteo" scendo io in strada per oppormi a quella vergogna
 
È di quel periodo la visita a Trento di Saragat?
«Sì, e ho un aneddoto da raccontare. Io e Giuseppe Saragat eravamo sull'auto presidenziale che percorreva Via Manci. - Mi mostra la foto che si vede qui di lato. - Stavamo entrambi in piedi a goderci gli applausi della gente, quando d'un tratto balzarono fuori da Galleria Garbari dei giovinastri vestiti in modo bizzarro, con degli striscioni riportanti scritte che oltraggiavano pesantemente il presidente. Vennero prontamente fermati dal servizio d'ordine, ma Saragat mi chiese chi fossero e cosa volessero. Io gli ho risposto che erano dei ragazzi che non sapevano trattenete il proprio entusiasmo nei suoi confronti…»
Sorride soddisfatto.
Altro sul '68?
«Ci sarebbe molto da dire, citando i vari Curcio e i suoi compagni di università, le iniziative da questi assunte in diverse circostanze, spalleggiati da alcuni sindacalisti trentini e provocando un continuo stato di tensione in città. Ma tutto è stato accantonato dalla storia e ormai trasferito nell'alveo dei ricordi.»

Guido de Mozzi
(2/3 - Fine della seconda parte)

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