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Storie di donne, letteratura di genere/ 167 – Di Luciana Grillo

167 Ida Amlesù, Perdutamente – «Io amavo perdutamente quello che non avevo, quello che non avevo avuto, quello che non potevo avere…»

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Titolo: Perdutamente
Autrice: Ida Amlesù
 
Editore: Nottetempo 2017
Collana: Narrativa
 
Pagine: 133, Brossura
Prezzo di copertina: € 12
 
Per scrivere una recensione, cerco innanzi tutto di capire chi è l’autrice, poi leggo con attenzione il romanzo e segno a matita le pagine in cui trovo una o più frasi particolarmente significative, da inserire debitamente virgolettate.
Per quanto riguarda questo romanzo, che consta di 131 pagine, ho segnato ben 15 punti! Come dire che ci sono periodi così interessanti che non si possono non citare.
Ma la recensione non può essere un elenco di citazioni!
 
La protagonista ha un nome breve, che non ama.
Avrebbe preferito chiamarsi Christine, Serena, Eleonora, «poi mi accorsi che le mie compagne, quelle con i nomi lunghissimi che tanto amavo, se li facevano scioccamente abbreviare. Di colpo mi sentii intelligente e privilegiata».
Ha strani genitori, incontratisi per caso e comunque male assortiti: «sapevano essere spiacevoli… ricordo bene le grida…»; si sente sola, va bene a scuola, ma «in modo anonimo. Avevo troppa paura per brillare… Sfogliavo le pagine dei libri e cercavo me stessa».
 
Da adolescente comincia «a spiare il mondo fuori dalle inferriate… cercando altrove le tracce della vita vera», poi, come è naturale, si innamora: «L’amore era arrivato e se n’era andato, senza darmi il tempo di replicare. Come il postino, aveva suonato due volte, se non tre - e aveva portato solo bollette».
In tal modo procede Perdutamente, con un andamento per così dire onirico, in cui la protagonista interagisce ora con Marx che discute con Engels e «simile a un principe orientale, scuoteva il capo», ora con Fedor Pavlovic.
Quando trova «un lavoro che consisteva nel chiudere buste… non riuscivo in alcun modo a ricordare da che parte andasse il francobollo e dove invece l’indirizzo adesivo», lo lascia «sapendo che non ne avrei trovato un altro».
 
Per questa giovane donna «la cosa più difficile era vivere… L’inerzia mi era salita dagli alluci… Avevo molto tempo per leggere, perché restavo quasi sempre sola», in compagnia dei suoi fantasmi e di Volodia che «non era lui, non era più lui…», dopo aver scoperto «che i Volodia di questo mondo camminano con le mani in tasca, senza inquietudine, senza preoccupazioni».
 
Verso la conclusione di questa strana (auto)biografia, l’autrice si convince di non conoscersi: «Avevo mani per tessere e piedi per ballare, e mi accontentavo di seguire un passo noto, amato, per non decidere il mio passo - ignoto, spaventoso… e solo, sulla solitudine del selciato».
Con questi accenti di solitudine e MANCANZA di consapevolezza «io amavo perdutamente quello che non avevo, quello che non avevo avuto, quello che non potevo avere…» si arriva all’ultima pagina… e si potrebbe tornare alla prima per capire, o tentare di capire.
 
Luciana Grillo
(Precedenti recensioni)

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