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La crisi finanziaria dell' ISIS – DI Pierluigi Barberini

Secondo un recente rapporto del King’s College di Londra, a partire dal 2014 le entrate dello Stato Islamico si sono più che dimezzate


 
Nel corso degli ultimi mesi, nei teatri siriano e iracheno, lo Stato Islamico (IS o Daesh) ha perso diversi territori precedentemente sotto il suo controllo e attualmente si trova in seria difficoltà nel difendere le sue roccaforti, Raqqa in Siria e Mosul in Iraq.
La crisi militare di Daesh è strettamente connessa alla crisi che ha progressivamente colpito le finanze dell’organizzazione, sempre più in difficoltà anche sul piano economico.
Secondo un recente rapporto dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, a partire dal 2014 le entrate dello Stato Islamico si sono più che dimezzate, e se tale trend dovesse continuare, come sembrerebbe probabile, il modello di «business» dell’ISIS sarebbe avviato al fallimento.
Benché sia complesso stimare con precisione le risorse a disposizione di Daesh, sia per la natura clandestina dell’organizzazione sia per il fatto che agisce in una zona che presenta evidenti difficoltà nel reperire informazioni attendibili e in quantità sufficienti, si è comunque potuto operare una stima delle risorse finanziarie a disposizione di IS negli anni 2014-2016, ovvero a partire più o meno dalla proclamazione del Califfato.
 
Il dato più importante è rappresentato dal fatto che nel giro di circa due anni gli introiti si sono più che dimezzati, passando da un massimo di circa 1,0 miliardi di dollari nel 2014 ad un massimo di circa 870 milioni di dollari nel 2016.
Per comprendere quali sono le cause che hanno determinato un tale crollo è necessario dapprima analizzare le diverse fonti di guadagno di Daesh, le quali possono essere individuate nelle seguenti: tasse e imposte; vendita di petrolio; rapimenti a scopo di riscatto; vendita di beni archeologici; donazioni estere; razzie, confische e saccheggi.
Al pari di altre realtà statuali, anche lo Stato Islamico raccoglie imposte, dazi e tasse di diverse tipologie dalla popolazione che vive nei territori sotto il suo controllo.
Ad esempio, i camionisti devono pagare un dazio ogni qualvolta attraversano un checkpoint, mentre i contadini sono costretti a privarsi di una percentuale sulla vendita del raccolto.
Di vitale importanza si rivelano i centri urbani, dove si concentra la maggior parte delle persone, ed in primis la città di Mosul, la più grande fra quelle controllate da Daesh.
 
Se si considera come, a novembre 2016, l’organizzazione avesse perso il 62% del suo territorio in Iraq ed il 30% in Siria rispetto al punto di massima espansione nel 2014, e come attualmente rischi di perdere proprio la sua «capitale» irachena, Mosul, si può capire come le entrate relative a questa particolare fonte di reddito siano diminuite e potrebbero subire un ulteriore e drastico calo nei prossimi mesi.
In particolare, la riduzione degli introiti relativi a imposte e tasse è evidente dal confronto tra il 2015 (tra i 400 e gli 800 milioni di dollari) e il 2016 (tra i 200 e i 400).
La seconda principale fonte di approvvigionamento finanziario dell’ISIS è rappresentata dalla vendita al mercato nero di diverse risorse naturali, prima fra tutte il petrolio.
 
La conquista e lo sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni e siriani ha fruttato all’incirca 450-550 milioni di dollari nel 2015, che sono diminuiti fino ad un massimo di 250 milioni nel 2016 per due ragioni: la prima si ricollega a quanto detto prima, ovvero la perdita di territori e quindi di relative risorse subita da Daesh, mentre la seconda motivazione è legata agli esiti dell’operazione a guida statunitense Tidal Wave II, lanciata nell’ottobre del 2015 e avente come scopo primario quello di colpire e distruggere tutte le infrastrutture legate alla produzione, raffinazione, trasporto e vendita di petrolio sotto il controllo dell’ISIS.
Per quanto riguarda i rapimenti a scopo di estorsione, i casi più noti riguardano quelli di diversi giornalisti occidentali: mentre molti si sono conclusi con la macabra uccisione dell’ostaggio (con tanto di video diffuso poi sul web allo scopo di diffondere sia il terrore sia il messaggio propagandistico dell’ISIS), altri hanno portato al pagamento della somma richiesta, anche se è molto difficile fare delle stime accurate (si pensa che abbiano fruttato nel 2016 tra i 10 e i 30 milioni di dollari).
Negli ultimi mesi le vittime sono state per lo più gente locale, tra cui 260 cristiani assiri sequestrati e poi liberati nel 2016.
 
Ancor più difficile risulta quantificare i proventi legati al traffico di antichità. In realtà, più che vendere direttamente i reperti al mercato nero, lo Stato Islamico sembra imporre tasse e dazi sulle operazioni di scavo e di trasporto degli stessi.
Benché non si abbia alcuna stima dei proventi legati a tali attività, è probabile che rivestano comunque un ruolo marginale.
La voce relativa alle donazione estere viene ritenuta «insignificante». Infatti, se è vero che il gruppo è stato sostenuto da «benefattori» stranieri (inclusi attori statali) che intendevano servirsene per gli scopi più disparati, non vi sono tracce evidenti che l’ISIS sia tutt’ora finanziato attraverso tali canali, anche se non si può escludere che continui a ricevere piccole donazioni.
L’ultima voce riguarda infine le razzie, le rapine, i saccheggi e le confische di beni vari perpetrati dal gruppo.
A tal proposito bisogna ricordare il grosso bottino ricavato dal saccheggio della banca di Mosul, una volta conquistata la città nel 2014 (si pensa oltre 400 milioni di dollari).
Non avendo in seguito conquistato altre città di tale importanza, ed essendo contemporaneamente venuta meno l’iniziale e aggressiva espansione territoriale, costretto ora sulla difensiva, è fisiologico per Daesh che i proventi siano notevolmente diminuiti, passando da 500 milioni a miliardo di dollari nel 2014 a circa 190 milioni nel 2016.
 
Dall’analisi di questi dati emergono due trend significativi: il primo, come già detto, è il drastico calo delle entrate dello Stato Islamico dalla proclamazione del Califfato nel 2014, con una diminuzione di circa il 50% nell’arco di poco più di due anni.
Il secondo riguarda nello specifico le singole fonti di approvvigionamento dell’organizzazione: le tre principali voci di entrate (tasse, petrolio e saccheggi) sono in netto calo.
Quello che era stato il punto di forza di Daesh, ovvero il controllo di una vasta porzione di territorio da cui poter ricavare ingenti somme di denaro, autofinanziando in tal modo le proprie operazioni e divenendo indipendente da donazioni e contributi esterni, si sta ora rivelando il suo punto debole.
Meno città significa meno tasse e imposte, e meno territori implica un minor quantitativo di risorse da sfruttare.
Al declino finanziario dell’ISIS non hanno contribuito solo la controffensiva della coalizione internazionale e l’operazione Tidal Wave II: importanti sono state anche le misure adottate dal governo iracheno che nell’agosto del 2015 ha decretato il congelamento del pagamento dei salari degli impiegati pubblici che vivevano nei territori sotto il controllo del Califfato.
 
La crisi economica poi si connette strettamente a quella militare, di cui è contemporaneamente causa e conseguenza: difatti la perdita di terreno significa meno introiti per l’organizzazione, che si trova così in difficoltà nel finanziare le operazioni belliche, nel pagare i suoi miliziani e nel finanziare la sua rete di welfare, la vera «arma» strategica del Califfato, e questo si ripercuote a sua volta in modo negativo sugli esiti degli scontri militari.
In particolare, l’attenzione è posta ora sulla battaglia per la riconquista di Mosul: se lo Stato Islamico dovesse perdere la città irachena, sua «capitale commerciale», la situazione diventerebbe ancora più critica.
Tuttavia, le organizzazioni terroristiche o lo stesso Daesh in passato hanno dimostrato di saper reagire e superare le difficoltà economiche dovute a carenza di fondi e introiti.
Attraverso attività quali traffici illeciti, rapimenti, estorsioni, contrabbando, il “predecessore” dello Stato Islamico, Al-Qaeda in Iraq (AQI), ha dimostrato di essere in grado di organizzare attentati e attacchi di vario genere e di destabilizzare diverse zone del Paese, mettendo in difficoltà il governo centrale e rappresentando una seria minaccia anche a livello internazionale.
 
Se il trend negativo riguardante le finanze dell’ISIS dovesse continuare, questo non comporterà comunque la fine dell’organizzazione in quanto tale.
Lo Stato Islamico, anche e soprattutto in seguito alla perdita dei vari territori sotto il suo controllo, prima o poi non sarà più «Stato», se mai lo è stato davvero; tuttavia la capacità di organizzare e portare a termine attacchi terroristici tanto Medio Oriente quanto in Europa, e parallelamente la minaccia che rappresenta a livello internazionale, non verranno meno.
Gli attacchi organizzati da Daesh si caratterizzano infatti per il basso livello di sofisticazione e la loro relativa economicità: il gruppo potrebbe quindi tornare alle sue origini, riscoprendo la natura prettamente clandestina dell’organizzazione.
La strada per la sconfitta definitiva di IS è dunque ancora lunga.
 
Pierluigi Barberini
(Ce.S.I.)

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