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«Strategie difensive nel mondo animale» – Di Daniela Larentis

John L. Cloudsley-Thompson analizza le multiformi strategie di difesa nel mondo animale nel saggio «La zanna e l’artiglio»

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John L. Cloudsley-Thompson, aracnologo ed erpetologo di fama internazionale, scomparso qualche anno fa, era insegnante di Zoologia presso il Birkbeck College dell’Università di Londra.
Aveva combattuto in Africa durante la Seconda guerra mondiale, dove poi aveva condotto diverse spedizioni di ricerca, venendo a contatto con numerose specie animali.
Suo il saggio edito da Bollati Boringhieri dal titolo «La zanna e l’artiglio – Strategie difensive nel mondo animale», traduzione di Maria Teresa Pilla, nel quale analizza le multiformi strategie difensive degli invertebrati e vertebrati che partecipano alla grande lotta per la vita, sottolineando talvolta le analogie con le arti della guerra perfezionate dagli uomini.
 
Nel mondo animale si può facilmente osservare come una specie invulnerabile nei confronti di un certo nemico poi possa risultare indifesa di fronte all’attacco di un altro.
Nel libro viene citato l’esempio del cobra reale, il più pericoloso dei serpenti velenosi grazie alla sua mole, ai denti aguzzi e all’aggressività che lo contraddistingue, oltre, naturalmente, alla quantità e pericolosità del veleno che può inoculare.
Si dice che possa uccidere un elefante e che sia perfettamente in grado di difendersi da carnivori come per la tigre. Tuttavia, questo pericolosissimo e temutissimo serpente, di fronte alla piccola mangusta può rivelarsi debole. 

Le manguste sono agili e, anche se dotate di una certa resistenza al veleno, è grazie all’arruffamento del lungo pelo che riescono per lo più a difendersi dai morsi del rettile.
L’autore fa inoltre presente che i meccanismi di difesa degli animali si sono sviluppati nel corso della loro evoluzione, come tutti gli altri caratteri ereditari, mediante una selezione naturale. In ambienti di un certo tipo lo sviluppo di una corazza possente può essere utile alla sopravvivenza, si pensi a luoghi come le isole tropicali, in altri è necessario un guscio più sottile per sopravvivere.
 

 
Come viene ribadito, nel regno animale si verificano molto spesso casi di evoluzione parallela, di cui l’autore fa moltissimi esempi.
In diversi capitoli, infatti, vengono citati casi riguardanti un qualche sistema difensivo sfruttato da animali differenti che vivono in ambienti diversi.
Gli armadilli rispondono all’attacco dei nemici arrotolandosi e lo stesso fanno gli animali dotati di aculei difensivi.
Il porcospino quando è irritato rizza gli aculei, servendosene all’occorrenza per provocare ferite a volte gravi. I tenrec del Madagascar come i porcospini utilizzano per difesa le spine rigide che si trovano sui fianchi e sul dorso.
L’echidna o tachiglosso australiano, imparentato con l’ornitorinco, è anche dotato di aculei e in caso di pericolo si arrotola su se stesso.
 
Non solo porcospini, istrici e altre specie di mammiferi sono dotati di peli e aculei difensivi. Fra i vari esempi riportati, l’autore cita i bruchi degli arctidi, i quali vengono evitati dalla maggior parte degli uccelli insettivori.
Scrive nel capitolo dedicato a barbigli e aculei: «È noto fin dai tempi di Plinio che i peli urticanti di alcuni bruchi di lepidotteri non solo costituiscono un’ottima difesa contro altri artropodi, ma possono anche causare reazioni cutanee nell’uomo e negli animali più grossi. L’effetto di questi peli non è esclusivamente meccanico, ma è dovuto anche a una secrezione velenosa in essa contenuta».
 
Anche molti pesci di mare sono protetti da spine velenose, perfino lo sgombro è dotato di un piccolo sperone che può provocare, in caso di puntura, una ferita purulenta.
Leggiamo più avanti: «Sono stati registrati casi di persone affette da scompensi cardiaci che sono morte pochi minuti dopo essere state punte dal trachino minore e si suppone che il potente veleno di questo pesce sia stato responsabile di molti annegamenti altrimenti inspiegabili, in Inghilterra.
«Un dolore lancinante, seguito da shock, edema, paralisi e perdita della sensibilità è il segno caratteristico della puntura di moltissimi pesci velenosi […]».

 

Altri animali si servono per difendersi di ghiandole speciali, le cui secrezioni chimiche sono talmente repellenti che quasi nessun predatore osa avvicinarsi a chi le possiede.
Nel libro è riportato l’esempio degli scarafaggi dell’America settentrionale, i quali producono una secrezione puzzolente e irritante che contiene benzochinoni.
Informa l’autore nel capitolo dedicato alle difese chimiche: «La prima sostanza tossica isolata da un insetto è stata l’acido formico. Prodotto dalle formiche, esso fu analizzato chimicamente nel diciassettesimo secolo.
«Chiunque abbia disturbato un formicaio di formiche rosse avrà notato la secrezione acre spruzzata da questi insetti. La seconda tossina è stata la cantaridina, secreta dai cantaridi e isolata per la prima volta nel 1810: ma la maggior parte delle nostre conoscenze in fatto di veleni secreti dagli artropodi si è formata negli ultimi venti o trent’anni.»
 
Spiega inoltre: «Tra gli animali terrestri, non esistono altri gruppi più dotati di armi chimiche per la difesa che gli artropodi, i quali possiedono due tipi principali di sostanze chimiche: quelle elaborate da ghiandole speciali e altre contenute nel sangue, nelle viscere o in qualunque altro punto interno o esterno del corpo».
Fa l’esempio dei bruchi delle farfalle della famiglia dei papilionidi, genere Parnassius, dotati di una ghiandola difensiva nascosta dietro il capo. In caso di pericolo detta ghiandola può fuoriuscire secernendo uno sgradevole odore.
Alcuni pesci, invece, hanno una caratteristica che li rende unici, ossia la possibilità di provocare scosse elettriche. Ben 250 specie, viene evidenziato, possiedono organi elettrici.   



Fra queste ricordiamo le torpedini, le lucerne, le razze, i batoidei dei mari tropicali, ma anche i «pesci elefanti» dell’Africa e le anguille elettriche dell’America meridionale.
Fa notare l’autore che non appena un animale perfeziona un particolare meccanismo di difesa in risposta a un dato comportamento predatorio, poi i predatori modificano le loro tecniche di avvistamento e di caccia: «Ne consegue che nella preda si generano ulteriori mutamenti dovuti al cambiamento dei criteri selettivi.
«E si va avanti così, attraverso una serie inesauribile di reazioni e interazioni tra gli animali e i vari aspetti dell’ambiente in cui essi vivono».
 
Abbiamo trovato particolarmente interessante l’argomento trattato nel capitolo in cui si parla di interazioni predatori-preda, rilevando l’analogia con la guerra.
Nell’evoluzione degli animali la predazione e le difese antipredatore si influenzano a vicenda, come attacco e difesa nelle guerre degli uomini. Per prima cosa la preda si specializza nella sua reazione contro i predatori più temibili.
A quel punto il predatore può o attaccare diversamente oppure trovarsi qualcosa di diverso da mangiare.
Sottolinea l’autore: «In guerra, tutte le forme di difesa particolarmente efficaci finiscono per sollecitare la creazione di qualche nuovo strumento di attacco.
«Le mitragliatrici nascoste nelle trincee e il filo spinato mantennero il predominio sui campi di battaglia delle Fiandre fino a quando i carri armati ripresero i loro spostamenti in direzione del fronte.
«A sua volta, la nuova arma sollecitò l’impiego di artiglieria anticarro ad alta velocità e, in seguito, di bazooka, razzi anticarro che potevano essere lanciati dai caccia e una miriade di altri strumenti di difesa tra cui missili guidati [...]».
 
In ogni parte del mondo sono operanti intricanti meccanismi di difesa, alcuni di essi spariranno quando gli animali che li adottano si estingueranno.
 
Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it


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