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«Assegno unico», in cosa consiste – Di Daniele M. Bornancin

Una novità per le famiglie e un ampliamento degli aiuti sociali, una misura unica in Italia che può diventare sperimentazione d’innovazione sociale

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In questi giorni nelle sedi delle Comunità di Valle è iniziata la presentazione dell’«assegno unico» da parte dell’Assessore all’economia e lavoro della Provincia Alessandro Olivi e dei dirigenti dell’Agenzia del Lavoro.
Questo nuovo strumento, il primo a livello nazionale, ha creato interesse e aspettative importanti, sia nel mondo sociale, sia nelle organizzazioni sindacali e nei rappresentanti delle categorie economiche.
Sarà attivo dal gennaio 2018 con uno stanziamento di ben 75 milioni di euro, già inseriti nel progetto del bilancio del prossimo anno e potrà interessare circa 32 nuclei familiari con prole, pari a più della metà delle famiglie trentine. A tutt’oggi sono già state inoltrate circa 20 mila domande.
Una realtà giuridico–amministrativa che scompone le precedenti procedure e i diversi criteri, che variavano in base alle tipologie di categoria.
Un sostegno alle persone e alle famiglie in difficoltà, a rischio povertà, che va a interessare i nuclei con minori, le persone con disabilità, che migliora l’accesso ai servizi della prima infanzia, che riduce gli oneri per chi è con un lavoro precario o se viene a mancare una fonte di reddito.
 

 
È previsto inoltre un rafforzamento dell’aiuto provinciale dal secondo figlio. Quest’assegno unico unisce tre obiettivi principali: il sostegno alle famiglie, il contrasto alla povertà, l’aiuto all’invalidità, a prescindere dalla situazione economica.
Gli incontri/confronti sul territorio sono serviti agli ideatori di questa tipologia di aiuti, per ottenere contributi e idee, per giungere a un lavoro condiviso, che ha portato alla recente approvazione da parte della Giunta provinciale dei criteri di attuazione di questo nuovo sistema, nell’ambito sociale trentino.
Un percorso di universalità, perché non è categoriale, ma interessa tutti quelli che manifestano particolari situazioni di bisogno, di equità, per meglio incidere sulle nuove forme di diseguaglianza, di generalità per i casi di precarietà delle condizioni lavorative, di efficacia, perché deve incoraggiare le persone a migliorare la propria posizione senza adagiarsi sull’esistente, di semplificazione sia per le persone interessate che per l’Amministrazione, che deve di volta in volta valutare le varie situazioni reali ed erogare gli aiuti e i servizi previsti dalle norme attuative.
Non è quindi un semplice intervento di assistenza proposto continuativamente, perché i beneficiari devono sottoscrivere un patto/accordo di servizio, che prevede percorsi anche formativi per l’inserimento o per il reinserimento nel mondo del lavoro, ma anche progetti realizzabili sotto forma di cittadinanza attiva, sui profili delle persone interessate, ai giovani disoccupati, alle donne che hanno perso il lavoro dopo la maternità e ad altri soggetti in difficoltà.
 
È stato individuato un unico indicatore ICEF con soglie diverse in base agli obiettivi definiti: lo 0,16 per il sostegno al reddito o alle entrate da parziale occupazione, lo 0,30 per il sostegno alle famiglie con figli, lo 0,40 per gli interventi per i servizi come gli asili nido. Non più quindi punteggi in base al numero dei minori, alle persone con disabilità, o per il reddito.
Una trasformazione che ha individuato un unico indicatore d’ingresso, può ridurre le spese ad esempio per gli asili nido o per altri servizi alle persone e può ampliare gli aiuti sociali.
Anche la Prof. Chiara Saraceno, nota docente di sociologia della famiglia, prima all’Università di Trento poi a Padova, componente di diverse commissioni ministeriali che hanno operato per molti anni nel campo del sociale, durante il primo incontro di presentazione di questa possibilità per la comunità trentina ha messo in luce alcune interessanti considerazioni.
 

 
In primo luogo è emerso che si tratta di una fondamentale innovazione che non ha precedenti, che riduce la frammentazione degli interventi oggi esistenti, e che concentra in poche azioni amministrative le richieste delle necessità.
La docente non ha mancato, come di consueto nei suoi interventi, di proporre qualche suggerimento per migliorare così l’impianto di questo processo riformatore, ossia: la necessità di porre una maggior attenzione al tema dei figli, indipendentemente dall’età, perché i minori sono uno dei soggetti a rischio povertà più esposti, poi anche la necessità di uno sforzo in più di valutazione per i nuclei familiari mono reddito da lavoro, dove spesso l’entrata non è sufficiente a coprire tutte le spese e i bisogni dei componenti la famiglia e quindi vi è l’intervento dei genitori pensionati, una povertà nonostante la presenza del lavoro.
Tutto questo perché dalla crisi del 2008 ad oggi, dopo quasi 10 anni, la povertà è raddoppiata e ha raggiunto i 4 milioni di poveri assoluti in Itala, di questi 500mila sono anziani e circa un milione sono minori, un’altra quota che supera il milione è data dai giovani, spesso scolarizzati, di un’età compresa tra i 20 e 35 anni.
 
Intercettare queste problematiche, come ha fatto il Trentino con quest’assegno unico, ma anche con la disponibilità finanziaria a copertura dell’attuazione di questo percorso, significa cercare di apportare innovazione nel sistema amministrativo e nel campo sociale, vuol dire anche rischiare nell’affrontare sperimentazioni che per ora non è dato sapere se funzioneranno o no.
Certo è una sfida per tutti, che ha posto le basi per passare da una forma di assistenzialismo con criteri spesso generali, ad un cammino condiviso e di responsabilità tra le parti, per un miglioramento reale delle posizioni e dello status delle singole persone.
Ora, non resta che attendere i primi risultati di questa importante operazione, se del caso poi può essere modificato il percorso amministrativo, per migliorare la qualità dei servizi, tenendo ben presente che si tratta comunque di persone in difficoltà, in una società in declino.
Ecco perché è necessario che vi sia una maggior convinzione comune nell’affrontare le nuove realtà sociali, perché oggi più che in passato, la nostra comunità ha bisogno di azioni che possano sfociare in una nuova cultura, che si basi non sulla tranquillità finanziaria, ma che sprigioni: entusiasmo, voglia di fare, lealtà, concretezza, coraggio, visione futura per una vera rinascita del trentino tutto.
 
Daniele Maurizio Bornancin

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CRISTINA 04/12/2017
BRAVO SEMPRE AVANTI CON OTTIMISMO
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