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Ubriacarsi a Carnevale – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Una volta all’anno è concesso fare pazzie, ma il dilagante permissivismo degli educatori finisce per far credere ai ragazzi che tutto sia possibile e consentito

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Fanno ogni volta irritare, ma anche spaventare, quelle performance giovanili che non solo creano problemi di ordine pubblico ma mettono in pericolo la vita stessa dei ragazzi. Immagino però che quegli adolescenti di Terlano, alcuni ubriachi fino al coma etilico e molti provocatori come lo sono tutti a quel l’età, ma tutti eccessivi al punto da riuscire a bloccare il traffico ferroviario e alterare la festa di carnevale di un intero paese, non fossero dei sovversivi, quanto ragazzi e ragazze «fuori di testa» come dicono loro stessi che avevano perso alla lettera il detto latino «semel in anno licet insanire» ovvero “una volta all’anno è concesso fare pazzie”.
 
Il problema vero è che purtroppo questa follia non accade una sola volta all’anno ed è cecità pura se ce ne accorgiamo unicamente in queste occasioni. E non si tratta di premeditata voglia di finire all’ospedale in coma, come qualcuno degli organizzatori sembra aver detto pubblicamente.
Se vogliamo puntare il dito su di loro, potremmo dire che mancano del senso del limite.
Questo sì, ma glielo abbiamo insegnato? Possiamo aggiungere che sono incapaci di autocontrollo e hanno una ridotta percezione del rischio.
Ma che dire di quel dilagante permissivismo degli educatori che finisce per far credere a loro che tutto sia possibile e consentito?
 
Di certo i fatti accaduti sono gravi, ma ancor più grave è non vedere che tutto questo accade nei fine settimana e ogni qualvolta i teenager si ritrovano tra di loro o partecipano a feste e raduni piccoli o grandi che siano.
Solo che fa più notizia il carnevale disturbato, le sirene dell’ambulanza, la stazione bloccata.
Non meritano viceversa più di tanta attenzione quei minori che, in un giorno qualsiasi, li vedi andare in giro con bottiglie di alcolici in mano e che da lì a poco consumeranno insieme ad altri.
Non li noti più di tanto. O meglio li vedi e fai finta di niente.
Verrebbe da dire allora «Cosa fanno gli adulti?» - «Perché non intervengono?» - «Sanno di questi comportamenti e lasciano correre?»
Se è così è un pianto inutile quello che sgorga quando un certo numero di ragazzini la combina grossa.
 
Chiediamoci, prima e non dopo, perché gli adolescenti oggi superano così spesso il confine del consentito, perché sono impermeabili alle nostre indicazioni o per quale motivo il nostro lavoro educativo non sta funzionando.
Interroghiamoci sulla validità dei progetti di prevenzione che magari troppo spesso abbiamo confezionato come spot informativi dai toni terroristici, di solito inefficaci per trasformare i comportamenti. Altrimenti il fenomeno dell’alcolismo in età adulta si sarebbe ridimensionato.
Domandiamoci quanto sia strabico e più ancora contraddittorio il modello adulto che condanna l’abuso di alcol e poi, alle feste campestri e di ogni tipo, permette che circolino fiumi di birra e vino!
Chiediamoci se, prima ancora di essere genitori o insegnanti, non apparteniamo tutti a una comunità sempre più indifferente e distratta, che preferisce farsi I fatti suoi, piuttosto che intervenire nel processo educativo.
 
Perché appare in espansione la società degli adultescenti che collude con i minori e mostra difficoltà a fornire contenimento alle loro esuberanze.
Non di rado ha timore di dire al bambino un po’ il bulletto del vicino «Adesso basta, smettila!» oppure «questo non si fa» o al ragazzino che incontriamo sull’autobus intento a messaggiare col suo smartphone «Alzati a fai sedere la signora!».
E invece credo che bisognerebbe ritornare a fare comunità educante che sa proteggere e controllare ma che pure, quando c’è bisogno, sa manifestare riprovazione collettiva per quei comportamenti quotidiani, comuni, comunissimi ma inaccettabili dei minori, senza aspettare fatti e fattacci.

Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia delle età della vita - Università di Trento
www.officina-benessere.it

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