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Educa 2018: «Scuola e impresa ancora lontane»

Nei prossimi anni la domanda di lavoro qualificato crescerà del 5%, mentre scenderà di due punti la domanda di lavoro non qualificato

C’è un problema di domanda e di offerta nel mercato del lavoro, ma soprattutto c’è un problema di come interpretare il cambiamento che il mercato del lavoro richiede.
Così accade il paradosso che oggi un quarto delle domande di lavoro non viene soddisfatta perché non si trovano i profili ricercati.
C’è chi cerca un comunicatore digitale e non lo trova, e chi non riesce a coprire un posto di aiuto cuoco, tanto che gli svedesi vengono da noi a ricercare profili di operatori del turismo.
Eppure non è il mercato che è impazzito. Piuttosto, è la società che è cambiata, e i modelli di organizzazione del lavoro.
Se ne è parlato ieri a Educa in un dialogo – moderato dal direttore delle testate Corriere del Trentino, dell’Alto Adige e di Bologna Enrico Franco – con un ricercatore, Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt fondata da Marco Biagi, e un giornalista esperto di innovazione, Edoardo Segantini del Corriere della Sera, autore, tra l’altro del recente volume «La nuova chiave a stella - storie di persone nella fabbrica del futuro».
 
Un dibattito introdotto da Alessandro Ceschi, direttore generale della Federazione trentina della cooperazione.
«Innanzitutto – ha esordito Ceschi – occorre sfatare il mito dell’innovazione fine a se stessa. La persona sta al centro di qualsiasi processo innovativo, necessario quindi il cambiamento in termini di organizzazione, sia dei fattori produttivi sia del lavoro. La personalizzazione del prodotto e l’immediatezza sono diventati fattori fondamentali.»
Nei prossimi anni crescerà del 5% la domanda di lavoro qualificato, mentre scenderanno di 2 punti percentuali le figure non qualificate.
«Molti dei ragazzi che cercano lavoro – ha detto Ceschi – non hanno la preparazione necessaria per poterlo trovare.
«Le aziende sono messe nelle condizioni di orientare i profili formativi per renderli coerenti alle necessità? La scuola è in grado di preparare adeguatamente i nostri ragazzi? E le famiglie cosa fanno?
«Oggi abbiamo numerosi giovani che pur laureati tornano a lavorare la terra, con un bagaglio di conoscenze tecniche, giuridiche o finanziarie importanti.»
 
Come si colloca la cooperazione? Ci sono punte di assoluta eccellenza, come l’organizzazione di Melinda che della flessibilità nel consegnare in temi brevissimi un prodotto personalizzato ai propri clienti ha fatto un importante fattore competitivo.
«La cooperazione – ha affermato Ceschi - deve guardare con grande attenzione a questi cambiamenti che caratterizzano il mercato del lavoro. I dati che arrivano dal territorio ci confermano l’esigenza di rafforzare il collegamento tra scuola e impresa per rendere maggiormente coerenti i percorsi scolastici con quello che il mercato chiede.»
 
«Il problema è che oggi – ha argomentato Francesco Seghezzi – ancora non siamo pienamente usciti dalla prima rivoluzione industriale, cioè da quell’organizzazione del lavoro introdotta da Henry Ford in cui l’operaio faceva cose minime e ripetitive, e dalla catena di montaggio usciva una unica vettura, uguale a tutte le altre, ma a costi significativamente minori di qualsiasi altro precedente.
«Successivamente è arrivata la personalizzazione dei giapponesi e la rivoluzione tecnologica (ancora) americana, ma la mentalità fordista continua a vivere sullo sfondo anche dei modelli organizzativi di oggi.»
Non abbiamo costruito un nuovo modello di lavoro, siamo ancora a metà strada, l’organizzazione del lavoro si basa sul possesso dei mezzi di produzione, e quindi sull’orario e sul luogo.
 
«La quarta rivoluzione industriale (internet delle cose, l’azienda connessa con i fornitori e con i clienti) ha delle potenzialità per superare definitivamente il modello fondista. Oggi c’è tanta tecnologia e tanti modelli di business che possono consentirlo.»
Oggi finalmente la tecnologia consente la personalizzazione dei prodotti, ma il nuovo rapporto con i consumatori richiede una flessibilità organizzativa incredibile. Il lavoratore ha sempre più un ruolo da protagonista.
La formazione è sempre più centrale. C’è un problema di formazione in ingresso, ma c’è anche il problema enorme della formazione continua. La tecnologia va gestita, in un contesto aziendale dove i lavoratori sono sempre più anziani.
In Germania il 30% degli addetti è costantemente in aggiornamento professionale, in Italia l’8%.
La parola chiave oggi è la trasformazione, la gestione di processi. E l’impatto della demografia e della tecnologia sul lavoro è un tema prettamente politico.
 
Edoardo Segantini ha scritto un libro che racconta 14 storie di giovani con percorsi formativi molto originali.
Non siamo davanti all’apocalisse dei robot, dice Segantini, in una ricerca curata dal Politecnico di Milano e dalla Cisl un campione significativo di aziende esaminate davanti all’innovazione tecnologica hanno aumentato i volumi, che si sono tradotti o in aumento delle esportazioni, o in crescita nella varietà dei prodotti.
Noi abbiamo una industria del Made in Italy che è una industria formidabile, e che è altamente innovativa.
Sulla formazione l’Italia si sta muovendo nel senso giusto ma troppo lentamente.
«Quello di cui abbiamo bisogno – prosegue Segantini – è avere gente con la mente aperta, che venga fuori da una scuola che non insegni solo nozioni ma che sia aperta ai cambiamenti e alle trasformazioni, che insegni a lavorare in gruppo, a mettere a confronto teste e idee diverse.»

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