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I vini fermi delle Tenute Lunelli, abbinati alla ricerca del gusto

Trentino Bianco DOC per il salmerino, Il Toscana Rosso per le tagliatelle, il Montefalco Sagrantino per la costoletta d’agnello e il Passito per il cioccolato

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Si sono presentati quasi tutti i trecento ospiti che la famiglia Lunelli aveva invitato per presentare, nella sede tutta speciale del Muse di Trento, le novità del Gruppo.
Novità che avevamo anticipato in un servizio pubblicato qualche giorno fa (vedi), consistente nel denominatore comune che la famiglia ha voluto dare alle proprie tenute: la denominazione, appunto, di Tenute Lunelli.
La famiglia, famosa nel mondo per le bollicine Ferrari, ha voluto legare l’immagine della nuova qualificazione ai vini fermi, prodotti in Trentino, in Toscana e in Umbria. Per scelta aziendale non sono molti, e facili da ricordare. Anzi, difficili da dimenticare.
I cugini Matteo e Marcello hanno illustrato la loro politica aziendale, riservandosi alla fine una elegante e suggestiva degustazione, svolta nei vari piani del MUSE, altro gioiello trentino.
Ma la giusta presentazione, però, è venuta nel modo più classico, quello di far assaggiare i vini alle portate più appropriate. Il che è avvenuto nel corso della colazione organizzata a Villa Margon (Villa, non Locanda Margon).
Poiché gli ospiti sono stati scelti in qualità di ambasciatori del gusto della famiglia Lunelli (in termini di marketing sarebbero influenti di secondo grado), ci pare giusto svolgere anche noi il nostro compito presentando i loro vini unitamente a ciò che ci hanno fatto assaggiare per gustare il giusto abbinamento.
Certi che i nostri lettori si faranno un’idea più puntuale dei vini fermi descrivendoli con il menù studiato dallo chef Alfio Ghezzi, eccolo qui di seguito per testo.
 


L’antipasto servito era il «Salmerino alpino in carpione», che è un classico della cucina trentina che ha recentemente recuperato una tradizione che stava scomparendo.
Il salmerino era cotto al vapore e adagiato su una base di polenta pasticciata, arricchita da una fettina di cipolla rossa e delle impagabili foglioline di crescione di ruscello.
Il vino abbinato era, va da sé, l’unico vino bianco delle tenute Lunelli, Il Trentino bianco Doc Villa Margon 2011, che è fatto per l’80% da uve chardonnay (il Trentino è il maggiore produttore di chardonnay d’Italia), arricchite da piccole parti di pinot bianco, sauvignon e incrocio Manzoni.
Si tratta dunque di uno Chardonnay quasi in purezza, nato da uve coltivate nel rispetto della viticoltura sostenibile di montagna nei vigneti di proprietà, attorno alla cinquecentesca Villa Margon, a 400 - 500 metri di altezza. Spicca, in questo vino, tutta l’espressività dello Chardonnay trentino esaltata da un’esperienza di lavorazione delle uve di oltre 110 anni, grazie all’intuito professionale di Mauro Lunelli.
È un bianco di grande complessità, fragrante e persistente, con note (al naso) di mela, pompelmo, fiori di mandorlo e agrumi. In bocca è strutturato, elegante, delicato e armonico.
È un vino in cui le note fruttate sono ulteriormente valorizzate da una piccola percentuale di vino elevato in legno.
 


Il primo piatto era costituito da tagliatelle con ceci e pancetta. I ceci erano praticamente una mousse con olio extravergine di oliva toscano e la pancetta era cotta in carta da forno, fettina per fettina, a 175 gradi.
Il risultato che è ne uscito è un piatto decisamente delizioso. La pancetta indimenticabile. I ceci straordinari.
Il vino proposto dallo chef Alfio Ghezzi era il Teuto Toscana Rosso Igt del 2009, che è formato per il 95% da Sangiovese e per il 5% da Merlot.
È tra le migliori espressioni del Sangiovese toscano, quasi in purezza, e nasce da uve coltivate nei vigneti Boscogrande e Ginestra di Podernovo, la Tenuta della famiglia Lunelli sulle Colline Pisane e dal 2012 certificata biologica.
Al naso esprime una vasta gamma di profumi eleganti e compositi di frutta che vanno da note di prugna, ciliegia, amarena sotto spirito a sentori di viola rifiniti da toni balsamici e speziati.
In bocca è ricco con una trama tannica elegante, di struttura equilibrata e dal finale lungo e di grande persistenza aromatica
 

 
La portata principale, il secondo piatto, era costituito da una costoletta di agnello, farcita alla norcina.
La cosa che più salta all’occhio è la quantità di carne che lo chef è riuscito a conservare attorno alla costoletta. La morbidezza e il grado di cottura che abbiamo potuto riscontrare gustandola ci hanno spinto a chiedere allo chef quale fosse il segreto.
«La carne di agnello per sé è asciutta, – ci ha risposto Alfio. – Il segreto è mantenerla irrorata senza modificare la sua naturale freschezza.»
Segreto che, ci è parso di capire, sta nell’involucro in cui è stata avvolta prima di entrare in forno. Una impalpabile quantità di salsiccia con tanto di budello.
Il vino suggerito è stato il Carapace Montefalco Sagrantino Docg del 2008.
Si tratta di sagrantino 100%, ottenuto dai migliori vigneti della tenuta, raccolte con vendemmia manuale nel mese di ottobre.
Espressione tipica di un vitigno unico nel panorama internazionale per potenza e longevità, il Sagrantino della Tenuta Castelbuono sorprende per la sua morbidezza, frutto del sapiente lavoro nel vigneto e del prolungato affinamento in grandi botti di legno.
Al naso è un trionfo di confettura di more e mirtillo, tipica della varietà, con piacevoli e intense note di ciliegia sotto spirito, carruba e petali di rosa. Note di liquirizia e cioccolata impreziosiscono il quadro organolettico dalla spiccata tipicità.
Al gusto si rivela cremoso, di grande potenza e suadenza insieme, lungo e persistente con tannino di cesellata fattura, di rara finezza, eleganza e gentilezza.
 

 
Il dessert servito era un cioccolato e piccoli frutti rossi, che non ha lasciato scampo. Nessuno si è tirato indietro.
Il vino suggerito, ovviamente, era il passito Montefalco Sagrantino.
Vino da meditazione ottenuto dall’appassimento dell’uva Sagrantino su graticci, si caratterizza per la concentrazione fine ed elegante di profumi e aromi tipici della varietà.
È la versione tradizionale del Montefalco Sagrantino, un tempo vinificato solo come vino dolce da utilizzare in occasione di cerimonie religiose, cui probabilmente deve il nome.
All’esame visivo affascina per il colore rosso rubino di ricca luminosità.
È splendido nei suoi profumi di mirtillo e more in confettura, con note di bergamotto ben accompagnate da ricordi di liquirizia e delicato infuso di erbe aromatiche. In bocca è pieno e armonico, scalpitante e ricco di sapori fruttati.
Deliziosamente dolce, è bilanciato da un intrigante finale tannico.
 

Sopra, Matteo Lunelli, sotto, Marcello Lunelli.

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