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Graziella, guerriera contro la disabilità – Di Maurizio Panizza

Ci ha lasciati e vogliamo ricordarla con l'intervista che ci rilasciò il 28 settembre 2017

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Graziella Anesi con l'autore di questa intervista.

È una storia bella che ci conviene conoscere, che ci aiuta, che ci fa sentire bene.
La «storia» è quella di Graziella Anesi, una donna fragile come una stalattite, ma forte e caparbia come un ariete.
Fragile fin dalla nascita il 3 luglio 1955, per chi ama gli oroscopi - a causa di una grave malattia delle ossa (nome scientifico «osteogenesi imperfetta») che già nei primi tre anni di vita la costrinse a essere ingessata per ben 23 volte.
Forte, per via di quella tempra incredibile che le difficoltà e il tempo hanno conferito al suo carattere.
Un ossimoro (fragile-forte) frutto probabilmente di una singolare compensazione di vita che comunque non è di tutti, che non è scontata perché necessita di carattere e di straordinaria forza d’animo.
 
Graziella, costretta a vivere in posizione semi-sdraiata, ci accoglie sorridente nell’ufficio di HandiCrea di Via San Martino, a Trento, mentre attorno a un grande tavolo sta gustando il caffè del pomeriggio con due giovani collaboratrici.
Dalla battuta decisa e immediata si sente subito che lei è una donna libera e autonoma, molto più di quello che si potrebbe immaginare, molto più (questo è il «miracolo») di molte altre donne che noi di solito consideriamo normali.
Comunque, che lei non sia «normale» pare evidente, ma, attenzione, non è come si può pensare.
 

 
Ribaltiamo il concetto: Graziella è speciale non perché le sue braccia e le sue gambe siano cresciute troppo poco, né perché per muoversi lei debba necessariamente usare una strano mezzo a metà strada fra una culla e una carrozzina.
No no, non è così. Questa donna non è «normale» - e qui sta la differenza fondamentale - proprio per quello che è riuscita a fare di sorprendente nella sua vita, pur con tutti i limiti impostigli dal destino.
 
«Devo il mio ottimismo e la mia forza di carattere alla mia famiglia, – ci confida, quasi a voler ridimensionare i propri meriti. – Una famiglia composta da persone semplici e sagge, capaci di affrontare la mia disabilità con tanto buon senso.
«Pensando a loro, a cosa hanno saputo fare per me – aggiunge – cerco di trasmettere alle mamme e ai papà che vivono con angoscia il dramma della disabilità dei loro figli, un approccio simile.»
In effetti, quando alla sua nascita i medici suggerirono di affidare Graziella a un istituto, i genitori rifiutarono la proposta e non esitarono a sfidare un futuro incerto, sicuramente irto di ostacoli e di sacrifici, data anche l’epoca non certo generosa nei confronti dei «diversi».
Fu così che a Baselga di Pinè, dove abitavano gli Anesi, lei iniziò a scoprire il mondo guardandolo dal poggiolo di casa.
Più tardi, quando i suoi coetanei iniziarono a frequentare la scuola elementare (scale anche qui in abbondanza!), Graziella trovò nella mamma la sua prima insegnante, mentre in seguito le sarebbe subentrata una maestra per due volte alla settimana.
 
«Sai cosa mi aprì la mente? Il fatto che casa nostra fosse aperta a chiunque, gente che mi spingeva a essere curiosa, a parlare, a capire, a mostrarmi senza timore.»
«Poi – rammenta – arrivò l’adolescenza e con essa giunse anche per me un malessere comune a molte altre ragazze: la non accettazione del proprio essere, il sentirmi a disagio in un corpo che non pareva appartenermi.»
E in quest’altra sfida, chi fu a salvarti la vita?
«Sempre la mia famiglia, per fortuna, mamma e papà e mio fratello Sergio [ex sindaco di Piné - NdR] che mi è sempre stato vicino e lo è tuttora assieme alla sua famiglia.
«E poi leggevo, leggevo tanto, mi tenevo informata, supplivo alla mia scarsa mobilità spostandomi con la fantasia e con la mente.
«È da lì, da quella fortunata congiunzione di affetti e di idee, che è nato, si può dire, il mio pensiero positivo.»
 

Graziella insieme al fratello Sergio.
 
La svolta decisiva nella sua vita autonoma arrivò, però, nel 1987.
Era lo stesso anno in cui, per la prima volta, una donna, Nilde Iotti, veniva eletta Presidente della Camera entrando così nella Storia come una delle tappe fondamentali per l’emancipazione femminile.
Nella storia di Graziella, invece, a gennaio entra una carrozzina a motore («una seconda nascita») e nell’autunno un amico di viaggio, anche lui portatore di handicap, che avrebbe cambiato i destini suoi e di tutti i disabili del Trentino: Natale Marzari.
 
«Con Natale, una delle persone più intelligenti e creative che abbia mai conosciuto, decidemmo di fondare la Siarta, una cooperativa di produzione che organizzava corsi di informatica per dare lavoro a persone disabili, ma non solo, anche a studenti e a disoccupati.
«I nostri mezzi – ci racconta Graziella – erano modestissimi, ma la voglia di rompere con il passato era tanta.
«Chi non ha mai provato cosa significa muoversi in carrozzina, non può capire come un marciapiede o un gradino siano ostacoli insormontabili alla vita di relazione, una barriera fisica e al contempo un muro di tremenda esclusione sociale.»
 
Infatti, la battaglia per l’abbattimento delle barriere architettoniche assunse ben presto per loro due la visione del primo orizzonte.
Le richieste inviate per adeguare marciapiedi e edifici si sprecavano, ma le risposte provenienti dal Comune di Trento e dagli enti pubblici erano sempre le stesse: silenzio assoluto.
Natale, sempre più esasperato, passò così dalle parole ai fatti diventando per i mass-media il «martellatore», quello che accumulava denunce su denunce per aver infranto gradini davanti agli edifici pubblici.
Graziella, suo malgrado, dovette assumere, invece, il ruolo più defilato, ma efficace, di «mediatrice» con le istituzioni.
«Attenti a quei due» era il passaparola che la loro azione produsse in quegli anni nell’opinione pubblica.
Un’azione dirompente per la tranquilla quotidianità dei trentini i quali – distratti, o meglio impreparati - pareva non volessero ammettere che anche per i disabili valevano i medesimi diritti universali sanciti dalla Costituzione.

Graziella Con Papa Francesco nel febbraio 2015.

«È vero, all’inizio fu molto dura far passare quel messaggio, ma finalmente gli handicappati erano usciti di casa. Certo, io cercavo di portare avanti i nostri diritti con altri sistemi, più dialoganti, ma non potrò mai dimenticare ciò che Natale fece per me, come sia stato d’insegnamento quel periodo e quanto bene abbia fatto alla mia formazione.»
E poi arrivò la seconda cooperativa?
«Già, era il 1994 quando lasciai la Siarta che chiuse definitivamente i battenti poco dopo. L’anno seguente, assieme ad altri 10 soci fondammo HandiCrea.
«Ora siamo 16 soci con cinque dipendenti, una mole di lavoro enorme, un ufficio che inizia a starci stretto, ma grandi soddisfazioni per tanti progetti realizzati.»
 
Per esempio?
«Beh, prima di tutto l’aver reso i disabili che si rivolgono a noi, consapevoli dei loro diritti e delle loro potenzialità. Poi, il fatto che familiari, operatori e tecnici ci cercano per migliorare la qualità di vita.
«Infine, giusto per dare una misura di grandezza del nostro impegno, possiamo dire che è stato raggiunto il 45% delle fermate del trasporto pubblico di città abilitate all’accesso con carrozzine.»
 
Ottimo! Ma quanto ti è costato in termini di battaglie?
«Se mi stai chiedendo quanto sono rompiscatole, ebbene sì, lo devo ammettere: sono una rompiballe, ma sempre per fini nobili» - sorride.
 
Un pregio, dunque. E difetti ne hai?
«Come no? A volte do troppa fiducia alle persone, pagandone le conseguenze. Poi, posso diventare pesante con i miei collaboratori (una petola, ci dice in buon trentino), soprattutto per via della responsabilità della Cooperativa che sento sulle spalle.»
 
E’ vero? Chiedo rivolgendomi alle due ragazze, poco distanti.
«No, non è proprio così, – risponde Elisabetta. – Il fatto è che Graziella punta sempre a far bene ogni cosa. E’ una perfezionista, ma sa trasmetterti il bello di ciò che ogni giorno facciamo.
«Per tale motivo ci si innamora di questo posto, qui è come essere in famiglia.»
Eleonora annuisce col capo e aggiunge: «E poi dice ciò che pensa: è genuina, vera. Insomma, è sincera.»
«Accidenti, sono quasi le cinque!»
Graziella mi richiama all’ordine: deve andare a prendere la corriera per tornare a Baselga.
Ancora due domande veloci? «Yes!»
 
Dimmi qualcosa del tuo nuovo ruolo di amministratore comunale.
«Presto detto. Alle ultime elezioni mi ero candidata in una lista civica, Piné Futura, ed ero stata la prima dei non eletti. Nei mesi scorsi un nostro consigliere si è dimesso e dunque, eccomi qui, investita di questo nuovo incarico di consigliera di minoranza.»
Conoscendoti, immagino che neppure qui starai con le mani in mano.
«Certo che no, altrimenti che ci sto a fare?»
 
Mancano alcuni minuti alle cinque. Graziella si prepara: spegne il computer, prende la sua borsetta, saluta affettuosamente le «sue» ragazze.
Poi assieme usciamo in strada. Percorriamo appaiati il marciapiede di Via San Martino, io a piedi che schivo pedoni e segnali stradali, lei a tutto gas in carrozzina.
Sempre chiacchierando (non le manca la parola, quella no), arriviamo al semaforo di Piazza Sanzio. Attraversiamo.
Io purtroppo devo andare in un’altra direzione. La saluto con un abbraccio. Penso: è veramente una bella persona. Lei mi sorride e poi riprende il tragitto.
 
Mi fermo un momento ad osservarla un po’ preoccupato nel vederla scaraccollare su e giù per i passi carrai e mi rendo conto di quanti progressi sono stati portati a termine grazie anche a lei, e quanti siano ancora da fare per la piena dignità e autonomia dei disabili.
«La speranza è un rischio da correre» lei ha scritto come massima in apertura della sua pagina Facebook.
È proprio così, me ne rendo conto.
La stazione delle corriere è ancora molto distante, ma lei prosegue sicura. La scorgo ancora per un po’, poi gli alberi di Via Torre Verde la nascondono alla vista.
Buon viaggio, piccola grande donna!

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