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Orrore nella Rovereto del 1900 – Di Maurizio Panizza

Il delitto Florian Grossrubatscher e la cronaca dell’esecuzione scritta da Cesare Battisti

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Pubblichiamo un’altra inchiesta del nostro giornalista Maurizio Panizza.
È un lavoro durato parecchi mesi e che riprende peraltro una sua ricerca di alcuni anni fa, già pubblicata dall’Adigetto.it.
Stavolta, diversamente da allora, l’inchiesta ha potuto avvalersi dell’intero fascicolo giudiziale finalmente ritrovato negli scantinati dell’Archivio del Tribunale di Rovereto.
Raccogliere il meglio della vicenda e sintetizzare in poco spazio un dossier di oltre 170 pagine è stata l’impresa non comune che ora offriamo all’attenzione dei nostri lettori.

Un tremendo fatto di cronaca sconvolse nell’aprile del 1900 la tranquilla cittadina austriaca di Rovereto.
Il direttore del Liceo Ginnasio e sua nipote vennero trovati barbaramente uccisi nel loro appartamento di Corso Rosmini.
Il terribile avvenimento - che susciterà negli anni seguenti l’interesse del celebre scrittore Robert Musil - nel novembre di quello stesso anno coinvolgerà Cesare Battisti, il quale per conto del suo giornale «Il Popolo» seguirà da cronista l’esecuzione del condannato rimanendo scosso dalla crudeltà del boia, lo stesso che sedici anni dopo, a Trento, impiccherà pure lui per alto tradimento.
 
«Relativamente alla curiosità morbosa che eccita questo spettacolo orribile, non furono molte le richieste di biglietti d’invito. Per conto mio, se saprò affrontare il senso d’orrore che ispira tal scena, per poter dare relazione ai lettori del Popolo sarà questo il più grande sacrificio che abbia mai fatto per il dovere di pubblicista.»
Cesare Battisti (foto), direttore del giornale socialista Il Popolo, così annotava poco prima dell’esecuzione di Florian Grossrubatscher avvenuta la mattina di lunedì 19 novembre 1900 nel cortile del carcere di Rovereto.
«La forca è già pronta - proseguiva - e il boia Ignazio Lang è arrivato sabato sera da Vienna con i suoi aiutanti.»
In realtà il boia si chiamava Josep Lang, ma questo non toglie nulla alla cronaca del Battisti. Segnerà invece la sua fine il successivo incontro che lui - deputato austriaco - avrà con lo stesso Lang il 12 luglio 1916, quando il boia, arrivato anche allora appositamente da Vienna, gli infilerà un cappio al collo come «traditore dell’Austria», nello stesso modo in cui in quel piovigginoso mattino stava per succedere davanti ai suoi occhi al Grossrubatscher.
 
In effetti, la vicenda che stiamo per raccontare contiene in sé elementi quantomeno sorprendenti.
Il primo, quello di un atroce duplice omicidio consumato in una realtà sociale tranquilla e ordinata come la Rovereto tirolese del primo Novecento dove fatti analoghi non erano mai accaduti a memoria d’uomo.
Il secondo, che vede come vittime innocenti un mite direttore di Ginnasio (da poco trasferitosi da Vienna) e la giovane nipote, entrambi uccisi all’interno di un palazzo aristocratico sul centralissimo Corso Rosmini.
Il terzo, di cui abbiamo già accennato, che racconta del destino assurdo di un uomo che da giornalista descrive per i lettori la scena raccapricciante di un’impiccagione, scena che lui stesso vivrà nuovamente anni dopo, stavolta però nel ruolo di condannato a morte.
 

Un’immagine attuale di palazzo de Pasquali, in Via Savioli all’incrocio con Corso Rosmini.
Al secondo piano avvenne il duplice omicidio.
 
Qualcuno oggi avanza l’ipotesi che l’articolo di quel giorno non fu opera del Battisti, ma di un suo collaboratore. È da dire, però, che tutti i resoconti dei mesi precedenti riferiti al delitto, furono certamente curati dal redattore responsabile de Il Popolo, per cui, considerate anche molte analogie di scrittura, a nostro avviso è invece da avvalorare l’idea che fu proprio lui a descrivere le varie fasi dell’esecuzione.
Comunque sia, per spiegare l’epilogo di quel triste 19 novembre 1900 è importante tornare al 4 aprile dello stesso anno, quando la signora Lina Bertolasi, coinquilina del prof. Giovanni Battista Alton e di sua nipote Maria, non avendoli visti il giorno prima si insospettì di quella strana assenza e disponendo della chiave entrò nel loro appartamento al secondo piano di palazzo de Pasquali. Non appena varcò la porta, alla donna si presentò uno spettacolo terrificante.

La vittima, Maria Alton, in uno schizzo fatto a mano rinvenuto negli atti del processo presso il Tribunale di Rovereto.

All’interno del corposo dossier che abbiamo scoperto nell’archivio del Tribunale di Rovereto (e che si pensava fosse andato perduto), troviamo scritto: «La Commissione, avvertita alle 1 e mezza pomeridiana, entrata nel locale ad uso ripostiglio scorgeva il cadavere di una ragazza dall’apparente età d’anni 25 con un panno attorcigliato attorno al collo. In un altro locale, dietro l’uscio, sdraiato a terra in mezzo ad una larga macchia di sangue, il cadavere di un uomo. Messo lo stesso supino, si vede una ferita enorme alla regione del collo.»
Il resoconto è crudo, ma estremamente preciso e denota grande perizia d’indagine negli inquirenti.
Negli atti - più di 170 pagine manoscritte - si legge ancora: «Sul tavolo da Toilette si rinvengono un paio di polsini tutti lordi di sangue (…) che portano un solo occhiello ed all’interno la marca di fabbrica 6986 TRIESTE 28».
Un altro paio - osserveranno poi gli inquirenti - sembrerà mancare da un cassetto del professore rinvenuto aperto. Più tardi, questa dei polsini, si rivelerà una delle prove schiaccianti a carico del Grossrubatscher.
 
Ma andiamo con ordine e vediamo cosa è possibile scoprire analizzando le pagine del dossier catalogate secondo un rigoroso e dettagliato ordine asburgico.
Il sopralluogo dei locali da parte degli inquirenti, fornisce da subito l’ora del delitto. Si legge, infatti, nei particolari del verbale: «Sul focolajo economico si vedono un gran recipiente per l’acqua e i due cerchi della piastra di ferro sono levati via dal loro posto. Sull’acquaio si nota un recipiente di terra cotta con entro un pezzo di polmone ed un pezzo di cuore di vitello, immersi nell’acqua.» Poi la conclusione: «Da tutto il complesso si trae il convincimento che tutto era pronto per preparare il pasto quotidiano, che dovea venire acceso quanto prima il fuoco, ma che rimase tutto sospeso».
 
Non notando l’assenza di alcun oggetto di valore e considerato l’apparente ordine dell’appartamento, gli inquirenti esclusero da subito l’ipotesi di un delitto per rapina, puntando piuttosto alla strada di un motivo passionale o di vendetta.
Il giorno successivo - il 5 aprile - arrivò la prima svolta nelle indagini. L’eco della tragedia in città, fece sì che si presentassero alla polizia diversi testimoni che dichiararono di avere incrociato quella la mattina un giovane che chiedeva insistentemente dove abitasse il prof. Alton. E con essi giunse una sua descrizione molto dettagliata.
Così leggiamo nei verbali di polizia: «Ha l’età di circa 26 fino 30 anni, statura poco più che mediocre, tarchiato capelli lunghi circa 3 centimetri e diritti. Barba lunga circa un centimetro vicino agli orecchi del resto rasato da qualche giorno. Baffi debili corti biondo scuri colorito sano bruno. Cappello molle grigio scuro traente al verde con nastro verdastro al didietro piuma gallo sforzello panciotto verde scuro giubba e calzoni di eguale stoffa verde grigio (…). Parla bene tedesco poco italiano. Aspetto complessivo di classe migliore dei lavoratori.»

Il prof. Giovanni Alton.

Sulla base di tale descrizione, la Procura di Rovereto mandò immediatamente telegrammi segnaletici a Vienna (dove fino a pochi mesi prima aveva vissuto il prof. Alton) e ai porti di Genova, Marsiglia e di Le Havre con l’intento di scongiurare eventuali fughe oltremare dell’assassino.
Nel contempo le indagini proseguirono spedite andando a scavare nelle relazioni personali di Giovanni Alton e di sua nipote Maria. Lo stesso giorno, a sorpresa, sembrò che le indagini avessero imboccato la via giusta indirizzando forti sospetti su di un giovane boemo di nome Johann Kostial che Maria aveva iniziato da poco a frequentare nella capitale austriaca. Una relazione, peraltro, che lo zio aveva da subito ostacolato perché considerava il giovane non all’altezza della nipote.
Da Vienna, infatti, giunse un rapporto di polizia in cui si indicava il Kostial come «l’assassino quasi certo» degli Alton. In realtà, nel giro di poche ore la pista che sembrava decisiva si rivelò completamente sbagliata dopo che il Kostial riuscì a fornire agli inquirenti un alibi inattaccabile.
 
Nel frattempo, mentre la polizia proseguiva incessantemente il suo lavoro, il 6 aprile ebbero luogo a Rovereto i funerali delle due vittime.
Il giornale «Corriere del Leno», ricordando il prof. Alton, scriveva «che per le sue maniere affabili e gentili, per il suo trattare collegiale coi suoi professori, affettuoso e paterno cogli scolari, si era conquistato l’estimazione e l’amore di maestri e discepoli».
Dopo la benedizione, i feretri partirono alla volta di Colfosco, in Val Badia, paese natale delle due vittime, dove venne ripetuta la mesta cerimonia e tumulate le salme nel locale cimitero.
Nelle ore successive, quando sembrava che le indagini si fossero nuovamente arenate, giunse un nuovo colpo di scena a tenere sveglia l’attenzione degli inquirenti: alcuni testimoni, infatti, dichiararono di avere notato all’una e mezza pomeridiane del giorno della tragedia, un giovane corrispondente alla descrizione nei presso della stazione ferroviaria di Calliano.
Costui si era rivolto loro in tedesco chiedendo a che ora sarebbe passato un treno «per il Nord», ricevendo come risposta che il primo locale che faceva fermata era solo quello delle 16.08. Da subito, quindi, le indagini della polizia si concentrarono sulla linea ferroviaria, avendo appreso dai testimoni che l’individuo si era allontanato a piedi deciso a raggiungere la stazione di Mattarello, dove facevano fermata pure i treni diretti.
 
Quasi contemporaneamente giunse da Vienna un nuovo dispaccio telegrafico. In esso si diceva che il prof. Alton «riceveva frequenti visite da parte di tre soldati [suoi conterranei – NdR], Cacciatori di guarnigione a Vienna».
Riguardo poi alla vita che il professore conduceva nella Capitale, veniva aggiunta un’indiscrezione raccolta fra i pochi intimi e cioè che «il dr. Alton avrebbe avuto l’intenzione di sposare sua nipote Maria, ma che costei, dopo che egli ebbe a proibirle la pratica col Kostial, non dovrebbe più esser stata ben disposta verso di lui».
Dando credito a tale notizia, per un po’ si pensò pure a un omicidio suicidio.
Ciò che comunque parve decisivo agli inquirenti sud tirolesi fu un altro telegramma, giunto sempre dalla Direzione di Polizia di Vienna il giorno successivo. In esso si può leggere che uno dei tre soldati che frequentavano casa Alton, tale Floriano Grossrubatcher, 26 anni, di Stern (attuale La Villa in Badia), lontano parente del professore: «Ha rubato credibilmente nel maggio 1898 all’assassinato un importo in contanti di fiorini 120 dalla sua abitazione» - aggiungendo che - «il dr. Alton gli perdonò quest’azione, ma ne rese edotti i suoi conoscenti in Colfosco, cosicché il Grossrubatscher non trovò più lavoro in patria».

Florian Grossrubatscher.

Con questo prezioso indizio, la macchina della giustizia stava prendendo velocità e il cerchio delle indagini sembrava chiudersi attorno al giovane della Val Badia.
Infatti, il 7 aprile, in un rapporto di polizia trasmesso da Sant’Ulrico in Gardena, oltre alla conferma del furto troviamo pure scritto: «All’epoca della sua stanza in Vienna, il giovane riceveva da Alton frequenti regali in denaro. Non è escluso che il Grossrubatcher, il quale corrisponde ai connotati, abbia commesso l’assassinio, per cui s’unisce una sua fotografia del 1895.»
Dopo questa segnalazione, ormai tutte le polizie dell’Impero erano sulle tracce del presunto assassino.
Infatti, non passarono molti giorni che il 10 di aprile Florian Grossrubatscher venne arrestato a Bolzano (si veda l’eccezionale foto qui a fianco, mai pubblicata finora), dove in quel periodo lavorava come carrettiere presso il Mulino Rössler.
Perquisito il suo alloggio, furono subito trovati due polsini di marca identica a quelli rinvenuti sporchi di sangue sulla scena del delitto. Ma la prova schiacciante, quella che non potrà essere confutata dal giovane, fu il rinvenimento fra la sua biancheria di due altri polsini con ricamate le iniziali A. G. (Alton Giovanni), proprio quelli che erano stati asportati da un cassetto nella camera del povero professore.
 

Per la foto inedita dell’arresto di Florian Grossrubatscher si ringrazia il Museo della Cartolina di Isera.
 
Dopo il suo arresto, il Grossrubatscher venne tradotto nel carcere di Rovereto dove nelle aule dell’attiguo tribunale iniziò immediatamente l’istruttoria e la raccolta delle prove a suo carico. Ben 34 furono i testimoni interrogati, fra cui un certo Aleardo Gerosa, suo ex commilitone a Vienna, che la mattina della tragedia ebbe la ventura di incontrare il Grossrubatscher verso le 9 in Via Nuova [l’attuale Corso Bettini – NdR] e di scambiare con lui alcune parole.
In cella, l’accusato prima si chiuse in un mutismo assoluto, poi tentò addirittura di farsi passare per pazzo. Tuttavia, quando il 10 settembre iniziò il processo, il giovane, messo alle strette dalle tante prove prodotte dall’accusa, iniziò a confessare dichiarando di avere premeditato l’omicidio dell’Alton sia per vendetta che per rapina per via della necessità di procurarsi dei soldi avendo l’intenzione di sposarsi di lì a poco.
Si seppe, inoltre, che mesi prima dell’omicidio il Grossrubatcher aveva scritto al professore per farsi raccomandare per un posto di sorvegliante presso il manicomio di Hall in Tirol, richiesta che Alton aveva decisamente rifiutato.
«Da qui – scrisse il Procuratore di Stato, dr. Tecini – i conseguenti risentimenti che seminati nell’animo bieco e malvagio del Grossrubatscher maturarono in lui l’idea della vendetta.»
Pure il perito del Tribunale, dr. Bresadola, nel corso del dibattimento dichiarerà che «nell’accusato il senso umanitario è così nullo da renderlo un individuo sanguinario e brutale».
 
Dopo tre giorni ininterrotti di udienza, il 13 settembre si giunse così alla conclusione del processo. Il collegio giudicante, composto di dodici giurati, diede lettura del seguente verdetto: «In nome di Sua Maestà l’Imperatore, l’Imperial Regia Corte di giustizia delle assise in Rovereto condanna Floriano Grossrubatscher alla pena di morte da eseguirsi col capestro».
Nei verbali della condanna si legge inoltre: «L’omicida è persona assai mal descritta, è individuo pregiudicato e qualificato pericolosissimo alla sicurezza delle persone, come lo dimostrano ad evidenza i fatti, dei quali si rese in passato contabile ed in modo speciale le sevizie da lui commesse sui poveri dementi del manicomio di Hall. Egli è individuo non solo di animo crudele ma ben anche dotato di astuzia e di una eminente forza di volontà. Diffatti, egli si finse pazzo e per ben 50 giorni continuò a simulare. Inoltre tentò una fuga nel modo più ardito, e il secondino di guardia ebbe salva la vita solo per mero accidente.»
 
Data lettura del verdetto, il difensore dr. Brugnara chiese alla Corte «di proporre l’accusato per la grazia Sovrana con proposta di commutazione della pena capitale nella detenzione perpetua in vista delle mitiganti della confessione, trascurata educazione, natura impulsiva, buona condotta dell’accusato per lunghi anni della sua vita e del creduto torto subito.»
Nei giorni successivi «Il Popolo» di Cesare Battisti - molto spesso in polemica con il concorrente giornale liberale «Alto Adige» - trovò nuovamente il modo di attaccarlo, stavolta a riguardo della sentenza del Grossrubatscher e più in generale contro la pena di morte, accusando quei giornalisti di essere dei «forcaioli».
 
Nel frattempo, nonostante le gravissime accuse, i magistrati esaminarono la richiesta di grazia tenendo in considerazione alcune attenuanti a discarico del Grossrubatscher riguardanti «la sua negletta educazione, perché a 12 anni venne mandato fuori di casa e a 14 era già ladro».
Su tre giudici, tuttavia, due si dichiarano contrari alla domanda di grazia la quale venne comunque trasmessa come dovuto all’Imperatore Francesco Giuseppe.
Due mesi dopo, il 18 novembre, giunse da Vienna un dispaccio a informare che «S. M. l’Imperatore con suprema Risoluzione determina di lasciar libero corso alla giustizia e che l’esecuzione della pena di morte avverrà senz’altro nella giornata di domani 19 cm ad ore 7 ant.»
Su Il Popolo di quel pomeriggio (il giornale usciva alle tre pomeridiane), Cesare Battisti fece dell’esecuzione una cronaca talmente cruda, indugiando su particolari così barbari da apparire inspiegabilmente in contrasto con il rispetto per il condannato «gridato» appena poche settimana prima dalle pagine dello stesso giornale. Particolari gratuiti che qui, noi eviteremo comunque di riportare.

La lettera di perdono scritta dal condannato.

Il cronista de Il Popolo così scrisse fra l’altro nel suo lungo articolo: «Andare o non andare? (…) Eppure… andrò. Se ad assistere agli orrori della guerra fossero stati solo coloro che la considerano come il più nobile degli sport, non avremmo quelle descrizioni dei macelli militari che sollevano d’anno in anno di più la vibrata protesta contro la guerra.»
Quindi la descrizione della scena: «Si lavorò oggi a preparare il palco e il piazzale. La forca fu commessa al falegname Parmesani. L’orrendo strumento di morte consiste in un semplice piolo di 3 metri fornito di una traversa.»
«Sono le 7. L’aria è ancor bigia. Piove a dirotto. Nel cortiletto delle carceri sta disposta a semicerchio una cinquantina di soldati dirimpetto alla forca. Di lì ad un momento, accompagnato dai carcerieri e dal confessore, entra il condannato.»
Poi, proseguendo il dettagliato resoconto in prima persona, la cronaca prosegue: «Proprio in quell’istante mi sfugge l’occhio all’angolo del cortile dove è la forca. V’è il boia coi suoi due aiutanti, vestiti di nero, inguantati, impassibili come se si trattasse di macellai pronti ad accoppare un manzo. Il Grossrubatscher è pallidissimo, però si regge da sé. Sembra un allucinato».
 
Dopo essere stato condotto davanti alla Commissione Giudiziale, il Presidente chiese al condannato se avesse qualcosa da dire.
Secondo la cronaca che fece Il Popolo, lui rispose: «Sì. Io in questo momento vi domando perdono a tutti del mio delitto. Do un addio a tutti nel mondo e a mia madre. Affronterò contento la pena per espiazione di quanto ho fatto.»
Poi l’epilogo: «Il Presidente dice in tedesco al boia: signor carnefice compia la sua funzione».


«(…) Quindi il capo della Commissione consegnava il condannato al carnefice coll’incarico di fungere il suo ufficio. L’esecuzione avvenne senza alcun inconveniente. Chiuso e firmato: Iosef Lang.»

Nei giorni successivi, altri particolari orribili vennero pubblicati sui giornali.
«Il Raccoglitore», ad esempio, raccontò di come il Grossrubatscher, poco prima di venire impiccato, confessò di avere assassinato nella notte del 5 gennaio dell’anno prima, nei pressi di Innsbruck, pure una certa Maria Spann «a scopo di rapina, vibrandole sulla testa alcuni colpi con una piccola mannaia trovata nella cucina della vittima».
Il Popolo, dal canto suo, si premurò, invece, di scrivere che «le diverse versioni sulla sorte del cadavere del suppliziato dipendono dal fatto che i visceri vennero sepolti nel cimitero di S. Maria, e il resto del corpo venne spedito ad Innsbruck dove verrà spolpato, e lo scheletro verrà conservato nella raccolta dei gran delinquenti. Dicesi che il cranio sia stato imprestato al Lombroso».
 
Della fine di Florian Grossrubatscher e della tragica vicenda del prof. Alton e di sua nipote si parlò a lungo anche negli anni successivi.
Pare addirittura che molto tempo dopo, il caso Grossrubatscher abbia offerto ispirazione al celebre scrittore Robert Musil per il suo romanzo «Un uomo senza qualità», pietra miliare della letteratura mondiale. 

Il boia Josef Lang.

In effetti, Musil durante la Prima Guerra Mondiale, soggiornò in Trentino per alcuni mesi come ufficiale comandante e proprio qui potrebbe aver appreso del triste avvenimento di anni prima.
Lo stesso biografo di Musil - Carl Corino - secondo notizie, peraltro non più documentabili, sostenne che il misterioso Moosbrugger, pericoloso omicida di cui si narra nel romanzo, altro non fosse che la trasposizione letteraria dell’assassino della Val Badia.
 
Tornando all’inedito episodio di quell’inizio di secolo, scoperto per caso fra i polverosi scaffali del Tribunale di Rovereto, molte sono le notizie contenute nelle 172 pagine che compongono l’incartamento, ma una in particolare ci è parsa sorprendente e degna di essere menzionata.
È una nota del I.R. Tribunale di Rovereto del 31 ottobre 1901 - scritta sia in tedesco che in italiano - nella quale, a quasi un anno di distanza dall’esecuzione, viene dato riscontro a una richiesta del Tribunale Penale di Vienna. Scrive il Presidente dr. Angeli: «In evasione alla nota del 6 corr. m. riflettente la causa contro Florian Grossrubatscher si osserva che avanti molti mesi venia riferito che al carnefice Giuseppe Lang, furono liquidate in tutto Cor. 276.42 e che quest’ultimo si è dichiarato d’accordo colla retrodatazione delle Cor. 23.58 anticipategli in più da codesto i.r. Tribunale provinciale. Lo si ricerca perciò a voler fare ripetere da Lang questo importo reclamato dall’amministrazione di codesto penitenziario».
Premesso che quella fu una delle prime esecuzioni eseguite dal Lang (altre 38 seguiranno fino alla caduta dell’Impero), secondo le tabelle attuali di conversione, il potere d’acquisto della parcella pagata al boia, oggi equivarrebbe a circa 1.350 euro.
Poco o tanto che sia, fa specie comunque pensare che quella cifra servì allora per giustiziare il giovane assassino Grossrubatscher e che anni più tardi, a Trento, probabilmente altrettanto fu chiesto dal Lang per impiccare Cesare Battisti nella Fossa del Castello del Buonconsiglio.

Maurizio Panizza - ©Cronista della Storia - maurizio@panizza.tn.it
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, la pubblicazione e la distribuzione, totale o parziale, del testo e/o delle fotografie originali sono espressamente vietate in assenza di autorizzazione scritta. 

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