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I profughi, ostilità, solidarietà, accoglienza - Di Maurizio Panizza

Non è il 2018, ma è la Prima Guerra Mondiale che finiva come oggi, esattamente 100 anni fa

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Il 24 maggio 1915, dieci mesi dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, l’Italia dichiara guerra all’Impero Austro-Ungarico tradendo per opportunismo politico il patto della Triplice Alleanza stretto sin dal 1882 con l’Impero transalpino e con la Germania.
Nello storico messaggio dell’Imperatore Franz Joseph, diffuso all’indomani della dichiarazione di guerra dell’Italia, il vecchio sovrano scrive: «Dopo un’alleanza durata oltre trent’anni, l’Italia ci ha abbandonato nell’ora del pericolo e con le bandiere al vento è passata nel campo dei nostri nemici.»
Lo stesso giorno del «tradimento» le truppe italiane varcano il confine di Primolano ed entrano in Austria attraverso la Valsugana.
 
È da questo momento che inizia l’esodo delle popolazioni trentine poste lungo la cosiddetta «zona nera» (Alta Val di Sole, Valli Giudicarie, Val di Ledro, Riva del Garda, Valle di Gresta, Mori, Rovereto, Altopiano di Folgaria, Valsugana), la «prima linea» dove i combattimenti sarebbero diventati di lì a poco i più violenti e sanguinosi.
Circa 75.000 civili sono così costretti a partire precipitosamente, caricati su treni diretti all’interno dell’Impero, in particolare in Austria superiore, in Boemia e Moravia, oggi regioni della Repubblica Ceca.
Lasciano le loro case obbedendo agli ordini di evacuazione per recarsi alle stazioni ferroviarie, portando con sé solo lo stretto necessario per il viaggio.
 
Don Giovanni Battista Panizza, deputato austriaco, nonché parroco di Lizzana di Rovereto, così descrive quei momenti.
«Il 26 maggio 1915 arriva all’improvviso l’ordine della partenza da eseguire entro le ore 10 del giorno successivo.
«La mattina del 27, all’alba, la chiesa è piena di gente. Celebro l’ultima messa davanti ai parrocchiani terrorizzati al pensiero della guerra e dell’abbandono del proprio paese.
«In una lunga, triste processione ci avviamo poi verso la stazione di Rovereto.
«In quelle ore si diceva che la guerra sarebbe durata poco, qualche settimana e non di più, e io per confortare la mia gente davo credito a quella voce e raccomandavo di essere forti, di portare pazienza.
«Ma dentro di me io sapevo che non sarebbe stato affatto così.»
Dopo un lungo viaggio in carri merci, molti di questi profughi sudtirolesi troveranno accoglienza nelle cosiddette «città di legno», campi di baracche costruiti appositamente per loro (tra i più conosciuti quelli di Braunau e di Mitterndorf), altri, invece, verranno distribuiti in villaggi sparsi sul territorio dell’Impero e affidati all’ospitalità di famiglie contadine che, talvolta (soprattutto all’inizio) si dimostreranno ostili con i nuovi arrivati, avendo già per conto loro enormi difficoltà a mantenersi.
 
E’ così che alcuni deputati trentini, fra cui gli stessi don Panizza e Alcide Degasperi, constatate ben presto le precarie condizioni in cui si sono venuti a trovare i nostri profughi, intervengono presso le autorità austriache affinché siano destinate adeguate risorse economiche e assistenza agli sfollati.
Il Governo, accogliendo la richiesta, stabilisce di assegnare un sussidio di 90 centesimi, poi 1,50 Corone e in seguito 2 Corone, per ogni singolo profugo, con l'aggiunta del rifornimento di materassi (sacconi), di vestiti, biancheria e scarpe.
 
L’importo assegnato, però, con i prezzi dei generi alimentari di prima necessità che continuano a salire è appena sufficiente per poter a malapena sopravvivere.
Per questo, sempre i medesimi deputati decidono di intervenire nuovamente per poter ottenere altri strumenti per seguire e sostenere da vicino i profughi trentini.
La richiesta va a buon fine e nel luglio del 1915 viene costituito il «Comitato Centrale per i profughi del Sud» presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri Max Vladimir von Beck e del quale vengono chiamati a far parte, oltre agli onorevoli Panizza, Degasperi e Delugan, anche il consigliere Bonfioli, il barone Mersi, il consigliere Tschopp e il conte Thun.
Il loro ruolo, essendo tutti personaggi politici di primo piano, è quello di visitare i vari distretti assegnati, verificare i bisogni dei profughi e far sentire la propria voce nelle sedi competenti in caso di bisogno.
 

 
All’on. Giovanni Battista Panizza è affidata la regione della Moravia dove in quei mesi molti concittadini della Vallagarina e del Basso Sarca hanno trovato rifugio.
Il deputato-sacerdote sente forte su di sé la responsabilità alla quale è stato chiamato e sin da subito avvia visite in ogni paese o villaggio in cui sono accolti i trentini.
Questi sopralluoghi, raccolti in dettagliate relazioni, sono testimonianze importanti perché inedite, ma anche perché probabilmente sono le uniche rimaste circa l’opera del Comitato in favore delle nostre popolazioni.
In una di tali relazioni risulta che dall’11 al 23 ottobre 1915 don Panizza visita ben 43 villaggi nel distretto politico di Boskovice, con 169 famiglie per complessive 684 persone.
 
Scrive sul suo diario: «Delle famiglie visitate, 29 si trovano convenientemente provvedute. 109 sono collocate passabilmente. 8 sono collocate male perché in locali mancanti di aria e di luce o malvolute dalla popolazione del luogo.»
Poi, fra altre situazioni, ne sottolinea alcune: «A Drbalovice tre poveri vecchi sopra i 70 anni non hanno dove riposarsi tra il giorno perché sono senza letto, oltre che senza sedie.
«La mattina devono mettere in un canto della cucina la poca paglia che ha loro servito da letto per la notte. Guai se si ammalasse qualcuno.»
 
Un po’ più avanti leggiamo: «Malissimo in tutti i sensi si trovano poi le famiglie Modena e Salvetti di Marco a Klemov, le famiglie Simoncelli (17 membri) a Lhota Rapotina, tutte in un sol locale impossibile con una cucina senza luce se non si tiene aperto l’uscio e con un focolare tutto rotto.
«È da meravigliarsi che tutti costoro siano ancora vivi. In simili locali non si dovrebbe collocare neppure le bestie più immonde!»
Poi don Panizza riassume i provvedimenti da lui presi: «Di tutti gli inconvenienti sopraesposti ho parlato in Capitanato a Boskovice e alla Gendarmeria, ed ai membri del Comitato locale, S.E. Contessa Kalnochi, Contessa Dafour, Conte di Cerna Hora e coi Capi Comuni.
«Da tutti ho ricevuto la promessa che si cercherà di rimediare tantosto. Per questo non ritengo necessario specificare per ora gli inconvenienti di minore entità, tanto più che dalla mia prima visita, fatta nello scorso luglio, in questa seconda ho trovato un sensibile miglioramento generale.»
 

 
Comunque, motivi di speranza ce ne sono molti e don Panizza ne dà conto: «Oltre all’I.R. Capitano, meritano una lode speciale per la loro bontà e premura i membri del Comitato locale e specialmente il Sig. Federman che con una pazienza e perseveranza eroica è l’anima intraprendente di tutti i provvedimenti in favore dei poveri evacuati.
«Distributore di buoni suggerimenti, consigli, si presta per ogni bisogno e ricerca in modo ammirabile; conoscendo egli la lingua italiana tutti lo chiamano «il nostro buon interprete.»
 
In questa visita e in quelle che puntualmente seguiranno, l’on. Panizza raccoglie bisogni, ma avanza anche soluzioni.
Nell’ottobre 1915 propone alle autorità, per i ragazzi in obbligo scolastico l’erezione di quattro scuole in altrettanti villaggi. Inoltre, premettendo «che diverse operaie della I.R. Fabbrica tabacchi di Sacco avrebbero desiderio di venire impiegate nuovamente quali zigherane in qualche fabbrica tabacchi delle Monarchia – suggerisce al Ministero competente (proposta che poi verrà accolta), – di assumere tali operaie e permettere che i famigliari delle medesime possano andare ad abitare vicino alle stesse.»
 
Entra poi anche in singoli bisogni come nel caso delle famiglie Scudiero e Tomasi che si trovano a Crudichromv, ai quali ritiene sia doveroso rifondere le spese sostenute di Corone 12 «per provvista di sacconi e quanto dovrebbero spendere per la paglia che si paga sempre a caro prezzo», ma non dimentica neppure l’aspetto dell’educazione religiosa dei profughi adulti e dei ragazzi, consigliando di «distribuire a ogni famiglia una copia del Catechismo e della Storia Sacra e altri libri di lettura amena che si potrebbero avere ben scelti e adatti dalla tipografia Artigianelli di Trento».
Aggiunge ancora, come avvertenza, che, nonostante tutto «negli evacuati visitati vi è una tale profonda avversione al concentramento nelle baracche che piuttosto che venirvi trasportati sono disposti anche ai più duri sacrifici.»
 

 
Nella visita successiva, effettuata dal 21 novembre al 4 dicembre 1915 nel distretto di Landskron, don Panizza raccoglie ulteriori richieste e di conseguenza provvede con determinazione nei confronti delle autorità per una soluzione.
Rileva scarsità di farina bianca e di pane, di patate e di latte, suggerisce un aiuto pecuniario speciale per le puerpere, provvede affinché in presenza della stagione fredda siano disponibili nei villaggi adeguate scorte di legna e di carbone.
 
Poi annota: «Con lodevole premura e convenienza si provvide per vestiario e calzature ed in generale si è contenti. Solo in qualche caso si ricevette scarpe troppo deboli, magari con suole di solo cartone, per cui chi ebbe tale avventura non può sortire di casa se non con scarpe altrui.»
E ancora: «Un provvedimento speciale bisogna prenderlo pei poveri ricoverati di Riva, che quanto prima verranno trasportati ad Hollabrunn.
«Sono n. 9 uomini e n. 4 ragazzi con n. 2 suore. Di questi n. 6 sono sopra gli anni 80, gli altri adulti sorpassano i 70, n. 3 fra questi sono anche scemi, altri esaltati.
«Soffersero fame non poca, freddo e privazioni di ogni genere. Quelle due suore fecero prodigi di carità.»
 
Poi don Panizza denuncia situazioni ancora più drammatiche che danno il senso di una situazione precaria non ancora stabilizzata dopo sei mesi dall’esodo: «A Riebrich, le famiglie di Bresciani Carlo e Martinelli Giovanni devono abitare in una stalla con poca luce e umidissima.
«Vi si legge in volto a tutti la più grande sofferenza. Si aggiunga che il Bresciani ha una figlioletta di 13 mesi presso la famiglia di certo Anesi Giuseppe che si trova a St. Veit, Austria Inferiore.
«L’Anesi vuole ritornargliela perché non avendo voluto andare nelle baracche di Braunau non piglia la sovvenzione neppure per la bambina.
«Il Bresciani non può andare a prendersela, tanto più che collocandola seco, in quella tana, la manderebbe presto alla morte.»
  

 
In qualche caso le giustificazioni delle autorità locali non convincono il deputato, tanto che non esita a scrivere al Ministro degli Interni, oppure alla Giunta Provinciale chiedendo, come ad esempio in questo caso, di «togliere quella mala voglia capitanale che cagiona tanta fame e tante amarezze».
Don Panizza continuerà le sue visite anche nel 1916, 1917 e 1918, portando conforto alla sua gente e risolvendo in molti casi situazioni di grande disagio. Nel gennaio del 1916 abbiamo la testimonianza diretta di una sua visita ai ricoverati in un ospedale militare di Vienna.
Chi scrive è Ezechiele Marzari di Volano che annota sul suo diario: «Il Molto Rev. Don Giovanni Panizza, ad ore 2 pomeridiane, è arrivato nell’ospedale a trovarmi, passando con me un’ora, restai molto soddisfatto delle sue parole di conforto, il mio presentimento era giolivo nel vedere dei miei compatrioti a ritrovarmi.»

Nel luglio del 1916, sarà invece don Panizza ad essere ricoverato per più di un mese in un altro ospedale della capitale causa un’«operazione d’ernia doppia, dove – scrive – mi pigliai un solenne gastricismo in causa dei cibi troppo unti e pessimi sotto ogni riguardo per un ammalato.
«Si pensi che il giorno dopo la cura dell’ernia mi volevano far mangiare crauti e patate fredde e lingua salata. A Vienna lasciai 12 kg. della mia carne.»
 

 
Nella primavera del 1918, ancora malfermo in salute, l’on. don Panizza in virtù del suo mandato politico ottiene dalle autorità governative il permesso di rientrare in Vallagarina dove trova ovunque distruzione.
Visita il paese di Lizzana e la canonica, che trova crollata sotto i bombardamenti. Fa recuperare quanto resta dell’archivio parrocchiale e lo porta a Trento presso la sede della Federazione dei Consorzi Cooperativi di cui è ancora Presidente.
Poi torna in Austria e continua a peregrinare nei territori dell’Impero per fare visita ai trentini.
Fra il 1914 e il 1918 più di 25 saranno i suoi rientri presso la Dieta (Giunta) provinciale di Innsbruck per via del suo ruolo di deputato, mentre una quindicina saranno i viaggi fatti a Vienna per perorare la causa dei suoi profughi.
 
La guerra finì nel novembre del 1918, ma l’esilio durò sino all’anno successivo allorché fu possibile organizzare dei convogli ferroviari per riportare in Trentino - ora diventata provincia italiana - quanti erano sopravvissuti (e anche nati) nelle comunità dei rifugiati.
Ai pianti della partenza ora faceva seguito la gioia del rientro e l’illusione di trovare intatta la propria casa.
Ma era un sogno che sarebbe durato solo il tempo del viaggio. Da lì in avanti, infatti, iniziava una durissima ricostruzione, dolorosa quasi quanto l’esodo degli anni precedenti.
 
Don Giovanni Battista Panizza, benemerito quanto misconosciuto artefice per un ventennio della Cooperazione trentina nonché padre carismatico di tanti profughi, anche dopo il 1919 sarà il mentore, la guida riconosciuta del suo popolo.
Ma il suo impegno, purtroppo, durerà ben poco. Agli inizi del 1923 si manifesteranno le prime avvisaglie di quel male che a 71 anni d’età in pochi mesi lo porterà a morte.

Maurizio Panizza - ©Cronista della Storia - maurizio@panizza.tn.it
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