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Quando l’Adige in piena non era cattivo» – Di Maurizio Panizza»

C’era un tempo in cui le piene dell’Adige non facevano paura, bensì erano attese con grande trepidazione dalle popolazioni del fondovalle

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C’era un tempo in cui le piene dell’Adige erano attese con grande trepidazione dalle popolazioni del fondovalle.
Non parliamo ovviamente di fenomeni disastrosi come quelli ai quali abbiamo assistito purtroppo nei giorni scorsi, ma delle consuete piene stagionali causate da un rapido ingrossamento degli affluenti minori.
Questi corsi d’acqua, trascinavano a valle materiali di ogni genere, in particolare piante sradicate, rami, scarti di lavorazione delle segherie e molto altro ancora.
Un ben di Dio, da un certo punto di vista, perché portava direttamente al piano (cioè vicino a casa) del legname altrimenti reperibile solo con faticosi tagli del bosco e trasporto a valle con carri e animali.
 
In effetti, chi non aveva queste possibilità si sarebbe trovato in estrema difficoltà ad approntare la legna per l’inverno.
Dunque, in molti paesi si attendevano le piene dell’Adige quasi come gli egiziani attendevano quelle del Nilo.
In Vallagarina l’operazione di recupero di questo legname era comunemente chiamata «ciapar» (prendere - catturare) «bosegher», una parola che neppure l’antico «Vocabolario Vernacolo» dell’Azzolini sa spiegarne l’origine, ma che forse potrebbe collegarsi al tedesco «böse» che significa «cattivo», riferito in questo caso, ovviamente, alle condizioni del fiume.
 
Alle prime abbondanti piogge autunnali, quando l’Adige iniziava a cambiare colore e da un verde chiaro passava a un marrone sempre più scuro, gli uomini tiravano fuori dalle cantine gli attrezzi del mestiere e subito dopo iniziava l’opera di recupero.
Importante era il luogo in cui disporsi, sempre comunque all’esterno di un’ansa del fiume dove in pratica il legname, spinto dalla forza centrifuga, si avvicinava maggiormente alla riva.
Per gli abitanti di Volano, ad esempio, il posto ideale era poco a valle del ponte di Nomi, di qua del confine comunale per evitare contestazioni con i «raccoglitori» del paese vicino.
 

 
Gli attrezzi si chiamavano con nomi strani: il langhèr, il musarol, il rampim. Erano strumenti auto-costruiti sulla base dell’esperienza.
Il langhèr consisteva in una lunga asta di legno della lunghezza di 4-5 metri, con alla sommità un ferro a forma di fiocina.
Esso serviva in genere per il legname più consistente. Di solito - avvertito per tempo dagli avvistatori che stavano un centinaio di metri più su - l’operatore cercava di tirare a riva il legno appigliandosi ai rami, oppure conficcando la fiocina nel tronco.
 
Avvicinato il materiale alla riva, c’era poi sempre un compagno che tirava sull’argine il pescato, accumulandolo in grandi cataste.
Il musarol, invece, molto simile a una museruola era costruito in robusto filo di ferro intrecciato e anch’esso era issato su di un’asta lunga parecchi metri.
Diversamente dal langhèr, esso serviva per il recupero di materiale piuttosto minuto, utile anch’esso per le necessità familiari, in particolare per attizzare il fuoco della fornela o nel fogolar.
 
Riempito il musarol e roteando il lungo manico verso riva, quanto raccolto era gettato sulla parte più alta dell’argine per evitare che la corrente potesse riportarselo via.
Il terzo attrezzo era il rampim consistente in un manico di legno di 70 - 80 centimetri con in cima un arpione a quattro denti ricurvi, simili a grossi ami da pesca, quasi una piccola àncora. Al manico era legata una corda leggera ma robusta, lunga una decina di metri, la quale veniva fissata al polso. 
 
L’uso del rampim era sicuramente il momento più spettacolare. Come un mandriano della pampa argentina usa il lazo per catturare un animale, così l’uomo del bosegher tentava di catturare la sua preda, prendendo la mira e lanciando l’arpione nel bel mezzo del fiume per cercare di agganciarla.
Vi era pure un’attrezzatura permanente, la quale raccoglieva da sé il materiale minuto che la corrente portava verso riva. Si chiamava tenda e consisteva in un grande rastrello di circa tre metri di lunghezza per uno di altezza. Un'estremità era fissata saldamente all’argine mentre l’altra veniva trattenuta da una lunga cima, dando così la possibilità a tale attrezzatura di potersi dispiegare a 90° rispetto alla riva.
Una sorta di pettine che steso lungo il corso del fiume era in grado di fare da diga al legname galleggiante.
Lo si lasciava in acqua anche per molti giorni e di frequente lo si scaricava del suo prezioso carico usando una forca e ammassando il materiale sulla riva.
 

 
Ricordo bene i visi e i nomi di coloro che erano considerati i più audaci raccoglitori di bosegher sempre in prima fila ad aprire la caccia non appena l’Adige iniziava a promettere il materiale tanto atteso.
Era il 1966, l’anno dell’alluvione. Quella mattina il fiume era particolarmente minaccioso. Pioveva ininterrottamente da più giorni e si iniziava a temere l’esondazione del fiume nelle campagne. Tuttavia, da sempre, era questa una delle migliori condizioni per i recuperanti di legname.
La corrente del fiume, infatti, mescolava fra le proprie acque qualsiasi cosa. Non solo alberi e tronchi passavano sotto il ponte di ferro di Nomi, dove era assiepata una folla di curiosi, ma pure assi, bidoni, bottiglie, oltre ad un’infinità di mele che galleggiavano sul filo dell’acqua, strappate dagli alberi molto più a nord, visto che nella Valle dell’Adige e in Vallagarina, a quell’epoca non si coltivavano ancora meli.
 
Fra gli uomini assiepati lungo gli argini vi era molta concitazione. I passaggi del legname erano talmente numerosi da incrociare pericolosamente i continui lanci e i recuperi. I ruoli degli uomini che si affannavano ai bordi dell’acqua, erano complementari allo scopo: uno arpionava, altri immediatamente recuperavano la legna e la accatastavano sull’argine.
 
Pare che a un certo punto, per troppa sicurezza o per un errore di valutazione, uno degli uomini avesse agganciato con il rampim un tronco che galleggiava molto lontano appena al di sotto della superficie.
Evidentemente non ne aveva calcolato le dimensioni, se è vero che a cordino teso e legato attorno al polso, non servì neppure il correre in suo aiuto degli uomini più vicini.
L’uomo, urlando, era già in acqua sino alle ginocchia e stava per essere strappato via dalla corrente.
A salvarlo fu il sangue freddo del fratello che tolse rapido dalla cintura la roncola e con un colpo netto tagliò la corda. Un forte brivido, tutti si fermarono per un attimo: l’uomo, fradicio e bianco come un cencio, sanguinava dal polso mentre l’enorme tronco in mezzo al fiume, indisturbato proseguiva placidamente il suo viaggio verso il mare. Pochi momenti di paura, un grande sospiro di sollievo fra i presenti, poi gli uomini ripresero come prima le loro operazioni di recupero.
Tutti quanti nuovamente all’opera. Il bosegher, infatti, la ricchezza dei poveri, una volta passato non sarebbe più tornato indietro.

 
Articolo parzialmente tratto dal libro 
«Antiche strade. Storie, luoghi, tradizioni e personaggi del Trentino che rischiano di scomparire per sempre»
Di Flavio e Maurizio Panizza 
Editore Osiride 2011 
Pagine 244, brossura illustrata.
 
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