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La storia di Aldo Baroni, l’uomo che vede con il cuore

Da quando è cieco ha fatto della sua vita un cantiere di idee e di progetti – Di Maurizio Panizza

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Aldo Baroni con la moglie Cesira.
 
Potrebbe sembrare fin troppo scontato il ricorso alle parole della volpe nel «Piccolo principe» di Antoine de Saint-Exupéry. Già, potrebbe apparire retorico, ma invece è molto utile per introdurre ciò di cui stiamo per raccontare.
«Gli uomini – disse la volpe – non hanno più tempo per conoscere. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.»
Fu così, allora, che il piccolo principe addomesticò la volpe e divenne suo amico e quando la partenza fu vicina arrivò il momento del commiato: «Addio, – disse la volpe. – Ti lascio il mio segreto, è molto semplice: ricordati, non si vede bene che con il cuore perché l’essenziale è invisibile agli occhi»
 
Bello, no? Gli occhi, il cuore, la saggezza, l’amicizia… un’immagine molto suggestiva. Se non che non è esattamente così per coloro che sono per davvero sprovvisti della vista, anche se molto di vero, comunque, c’è negli insegnamenti del «Piccolo principe».
Aldo Baroni, lui che il bene della vista l’ha perduto nel 1993, all’età di 49 anni, è uno di questi «romantici sognatori».
Per lui, il cuore e l’amicizia oggi sono molto più importanti di quanto lo fossero 26 anni fa, e certamente molto più preziosi di come possono apparire agli occhi di qualsiasi persona che può vedere senza rendersi conto, però, di quanto sia grande quel bene.
Grande sì, ma non essenziale, a quanto pare. Possibile? Il paradosso ce lo spiega lo stesso Aldo in un’intervista che abbiamo raccolto recentemente a casa sua, a Tenno, nella quale vive da quando, nel 1977, si è sposato con la simpatica signora Cesira.
 

Con il cane Omero, sua fedele guida per 10 anni.

«Pensa - esordisce – che sono riuscito a realizzare più cose da quando sono cieco, rispetto a quando ci vedevo bene.
«È stata dura, sia ben chiaro, ma l’ho fatto con l’entusiasmo di chi scopre, di chi impara, di chi ha da conoscere ancora tante cose e tanta gente, partendo innanzitutto da se stesso.»
In effetti, da quanto ci racconta Aldo, è fondamentale accettare la propria disabilità.
È la vera impresa della vita in particolare per chi a un certo punto sprofonda definitivamente nel buio dopo avere conosciuto la realtà del mondo con tutti e cinque i sensi, vista compresa.
Lui la “retinite pigmentosa”, però, la conosceva da tanti anni, fin da poco dopo il matrimonio, dal momento in cui i medici avevano sentenziato l’evoluzione del male che avrebbe via via ridotto sempre di più il campo visivo fino a giungere alla cecità totale. E così accadde.
 
Nel 1993, in una tiepida sera di primavera, mentre Aldo stava lavorando nell’orto di casa gli sfuggì di mano la vanga che cadde a terra.
Piegò subito lo sguardo verso il basso ma non fu in grado di distinguerla fra il terreno. Né, da allora in poi, riuscì più a vedere il sorgere del sole, i tramonti, le persone care, se stesso allo specchio...
«Furono necessari due, tre anni per accettare la nuova condizione – ci racconta Aldo – perché questo significa dover affrontare ostacoli di tutti i generi, materiali, culturali, familiari e mentali.
«Ovviamente dissi addio al mio lavoro di tecnico di laboratorio presso l’Ospedale di Arco – continua – e dopo il primo disorientamento decisi di smetterla di piangermi addosso e volli riprendere in mano la mia vita.»
 

La gioia con dei bambini bielorussi.

In effetti, dopo un po’, Aldo si guardò attorno (in senso metaforico) e iniziò, per così dire, ad affinare gli altri sensi, compreso uno poco considerato che passa sotto il nome di «intelligenza emotiva», quello che gli esperti definiscono intelligenza del cuore. Un «unicum» responsabile delle emozioni che coinvolgono il nostro autocontrollo, la nostra adattabilità sociale, l’empatia, la sensibilità verso gli altri.
Da qui, da questi nobili sentimenti, ebbe inizio nel 1993 la «storia» di Aldo nel buio della cecità.
Una storia che contemplava, fra l’altro, pure un corso di mobilità autonoma organizzato gratuitamente dall’Unione Italiana Ciechi per apprendere sia l’uso del bastone, che, soprattutto, la capacità di interpretare l’ambiente e sapersi orientare.
 
A questo punto del racconto il nostro protagonista, al quale non è mancato mai il buon umore, ci svela una scenetta divertente accaduta in occasione della sua prima uscita.
«Ero a Riva del Garda, in Viale dei Tigli. Il compito che mi aveva assegnato la mia guida era quello di girare attorno a uno stabile e ritornare al punto di partenza.
«Dotato di un bastone bianco con all’estremità una punta sferica di colore rosso, fatti i primi passi dovevo procedere da solo lungo il perimetro del palazzo, ovviamente osservato più avanti dall’operatore.
«Fu proprio lui – continua Aldo – a raccontarmi successivamente la scena. Io procedevo con prudenza muovendo a destra e a sinistra il bastone in cerca di eventuali ostacoli. Mi fermavo, ascoltavo, cercavo di immaginarmi ciò che avevo di fronte, mentre una coppia di anziani a una certa distanza mi stava osservando.»
 

Una dimostrazione di massaggio all'aperto.

La donna diceva: «Guarda quello, è cieco». «Macché cieco – rispondeva il marito, – sei ammattita? Non vedi come si muove con attenzione? Si capisce bene che sta cercando qualcosa.
«Quello è il tecnico dell’AGS [l’azienda municipalizzata – Ndr] e ciò che tiene in mano è un bastone speciale che usano loro, con all’estremità uno strumento per rilevare le fughe di gas.»
Sorride, Aldo, nel raccontarmi questo buffo siparietto avvenuto nel momento di fare i primi passi da cieco.
Da lì in poi, comunque, ne ha fatta di strada: ha fatto un corso per ottenere un cane guida (Omero) che poi è rimasto al suo fianco per 10 anni; è entrato nell’Associazione mutuo aiuto di Riva del Garda; per 22 anni è stato parte attiva di un gruppo di volontari che accoglie bambini bielorussi; tuttora viene invitato nelle scuole a portare la sua esperienza e, fra le altre cose, ha pure trovato il tempo per dedicarsi alla cucina.
«Prepara un pane eccezionale,» – conferma la moglie.
 
Quello, però, che lo ha coinvolto di più è stato un corso di massaggio classico - «svedese», puntualizza Aldo - che lo ha portato ogni mese in treno (da solo) per ben tre anni, da Rovereto fino a Firenze.
«È stato impegnativo – ci confida – ma alla fine ne sono uscito con un diploma e soprattutto con un’esperienza che oggi utilizzo con grande soddisfazione.»
Quindi fai sedute di massaggio a pagamento?
«Assolutamente no! – Risponde. – Quando qualcuno ha bisogno, mi presto volentieri, ma lo faccio sempre gratis perché sono convinto che chi riceve, come ho avuto io, deve poi ricambiare. Tutt’al più, invito i miei pazienti a contribuire volontariamente a qualche progetto di solidarietà.»
 

 
Chiedo un’altra cosa: «Mi hanno detto che ultimamente ti sei dato al podismo, è vero?»
Lui sorride non nascondendo un certo orgoglio: «Sì, è vero. Ho risposto ad un richiamo con una sfida. Il richiamo era quello di provare a percorrere una strada che mi permettesse di ritrovare me stesso nella pace e nell’amicizia. La sfida è stata quella di fare il Cammino di Santiago di Compostela.»
Così ci racconta delle due imprese compiute. Quella del 2015, lungo il cosiddetto «Cammino inglese» che parte da Ferrol (Spagna) e arriva alla meta dopo 120 chilometri, e quella successiva del 2016 sul «percorso Portoghese», con tragitto Lisbona-Santiago. In questo caso la tratta compiuta da Aldo fu di 280 chilometri in 9 giorni.
Quali sono state le difficoltà che hai trovato? – chiediamo.
«Devo confessarti che i primi giorni è stata veramente dura, sia per la mia inesperienza nell’affrontare lunghi percorsi, sia perché il mio accompagnatore non era preparato per fare da guida a un cieco.»
 
Cosa è successo?
«Due, per lo meno, le cose da raccontare. La prima, poco dopo la partenza, per colpa di un marciapiede. Non avendomi avvisato per tempo dell’ostacolo, sono caduto a terra come un sacco di patate.»
E il secondo?
«Quello è capitato non molte ore dopo, alla sera. Nell’entrare in un ostello dalla porta d’ingresso il mio accompagnatore si scordato che aveva al seguito un cieco: la durezza del granito dello stipite me lo ricordo ancora adesso. Per fortuna nulla di grave.»
Comunque, al di là di questi infortuni di percorso, diciamo così, cosa ti sei portato via del Cammino?
«Posso dire che questa è un'esperienza suggestiva da fare almeno una volta nella vita. E chi la fa, trova sempre alla fine quello che cerca.
«È comunque una prova di fede per tutti, per chi crede e per chi no. Perché è il viaggio, la solitudine, l’incontro con se stessi e il confronto e l’amicizia con altri pellegrini che rafforza il proprio credo.»
E tu hai trovato ciò che cercavi?
«Ad accomunare tutti quelli che si mettono in cammino, me compreso, è la voglia di vivere un’esperienza che permetta di ritrovare la vera natura dell’uomo, le profondità del proprio cuore, della propria anima, della propria vita.
«Sì, per me è stato proprio così. Ho capito cosa conta veramente in questo mondo per vivere in pace e in serenità.»

Maurizio Panizza


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Ramonda Marina 03/06/2019
Grazie della condivisione di questa esperienza.
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