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Giovani in azione: Martina Dei Cas – Di Astrid Panizza

Giornalista, scrittrice, o, più semplicemente, una ragazza che dà voce a storie di vita che meritano di essere raccontate

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Di certo non basterebbero poche pagine per descrivere Martina Dei Cas, scrittrice di Ala ormai attiva su libri, giornali e in incontri pubblici da una decina d'anni.
Tanta è la sua gentile ma determinata energia, che mi viene difficile capire da quale parte iniziare.
Di sicuro, comunque, è necessario dire che questa ragazza, classe 1991, ha sempre dato se stessa per dare voce agli altri, a chi di solito voce non ha, a chi viene da lontano e vive con poco o nulla, spesso oppresso e discriminato da gente che ha più potere di loro in campo economico, politico e sociale.

Ho ascoltato Martina parlare di Terre lontane come fossero un po' anche le sue, descrivendo bambini dalle storie terribili, come se si trovassero lì, davanti a lei e li stesse abbracciando, dicendo loro di stare tranquilli e che andrà tutto bene, nonostante i mille problemi di quei Mondi così distanti, ma così vicini.

Quasi come una mamma, Martina ha speso tempo e energie inseguendo storie difficili e dando loro la «forma» migliore per far capire queste storie anche a chi le può solo lontanamente immaginare.
E nel fare questo, ha sollecitato in molti il desiderio di conoscere e di guardarsi dentro, così che chi ha voglia di sapere si renda conto di quanto alla fine sia importante e preziosa anche la nostra vita.
La mia intervista comincia da qui, lasciando che Martina si racconti seguendo la sua storia, come nei suoi libri lei segue quella di altri protagonisti.
 

Nicaragua 2013.

«Mi è sempre piaciuto leggere e conseguentemente anche scrivere. Posso riassumere in poche parole questa passione dicendo che quasi da ogni mio viaggio è poi nato un libro, fin da adolescente quando, dopo un viaggio a Parigi con la mia migliore amica, ho scritto Una stravagante mattinata a Operà, un romanzo che rispecchia quella che appunto ero allora: una ragazza in età adolescenziale.
«Qualche anno dopo, nel 2011, quando avevo 19 anni, sono partita per il Nicaragua con il progetto Giovani Solidali, dove ho fatto un'esperienza di volontariato di tre settimane. Quello che mi sono portata da questo viaggio intenso è stato un diario sgualcito pieno di emozioni, nomi, sensazioni, piatti tipici, modi di dire che non volevo dimenticare.
«Senza rendermene conto questo taccuino è diventato poi Cacao Amaro, un romanzo rurale che parla della vita di una ragazza nicaraguense. Attraverso di lei parlo di quel Paese, dei contrasti, della condizione femminile difficile e delle tante cose viste durante il viaggio.»
 

Fattoria per bambini Waslala 2016.
 
«Grazie alle royalties [i diritti d’autore – NdR] e ai premi che ho vinto con questo romanzo, è nato il progetto Un libro per una biblioteca che fornisce materiali didattici ai bambini delle zone rurali del Nicaragua.
«Sono tornata lì qualche tempo dopo a vedere come andava la situazione e per l'emozione e per i nuovi spunti che mi ha dato il Paese, è nato il «Quaderno del destino», una storia, questa volta urbana, ambientata cioè nella periferia di Managua, capitale del Nicaragua, ma che ben si adatta a tante altre periferie del mondo. Parla di due ragazzini che si arrabattano come lustrascarpe fintanto che una signora decide di rischiare tutto per tirarli via dalla strada e dare loro un'istruzione. Sembra una storia a lieto fine, ma l'organizzazione criminale di chi gestisce i bambini lavoratori inizia a cercarli e i nostri protagonisti dovranno quindi fuggire.
«Sono tornata in Nicaragua una terza volta nel 2016, per seguire il progetto e per girare un cortometraggio (visualizzabile a questo link) sull'importanza dell'istruzione come veicolo per uscire dalla povertà.»
 

Luis Escalante, Martina, Francesco e Luca alla mattonaia, 2017.
 
I tre romanzi che hai citato sono le pietre miliari della tua storia giornalistico-letteraria. A questi, però, si è aggiunto recentemente anche il libro «Angelitos», che in un certo modo affronta gli stessi argomenti andando però a scavare ancora più a fondo nella crudeltà di un Paese - stavolta il Guatemala - che non guarda in faccia nessuno. Cosa puoi raccontare a me e ai lettori di questo tuo nuovo lavoro?
«Prima di tutto posso dire che «Angelitos» non è stato un libro "cercato", come invece lo sono stati i precedenti. La storia del protagonista, Angelito Escalante Pérez, mi è capitata per caso sott'occhio quando, nel 2015, stavo cercando materiale sul tema dei femminicidi per la mia tesi in Giurisprudenza che sarebbe stata sul diritto comparato.
«In uno dei giornali online che stavo virtualmente sfogliando, una fotografia catturò la mia attenzione. Era un bambino con una maglietta rossa. A fianco di quest’immagine un'altra foto dello stesso bambino abbracciato da un uomo. Capii, leggendo l'articolo, che nella seconda fotografia il bambino era morto e quell'uomo era suo padre.
«Rimasi letteralmente sconvolta, ma volli sapere di più. Ho scoperto, così, la storia di Angelito che a 12 anni si comportava sempre bene, incarnava il prototipo di quello che noi definiremmo un bravo bambino e proprio per questo le gang locali l'avevano scelto per fargli fare delle rapine, in quanto insospettabile.
«Andarono a prenderlo a scuola, direttamente in classe, dove la maestra rimase girata verso la lavagna per tutto il tempo, per non dover poi testimoniare. Nessuno li fermò e indisturbati portarono via Angelito conducendolo sul ponte più alto del Guatemala, dove normalmente si svolgono i rituali di iniziazione della criminalità organizzata.
«Il suo doveva consistere nello sparare a un autista di autobus che sarebbe passato sulla strada di lì a poco. Quando glielo chiesero con la forza della violenza e delle armi, Angelito si rifiutò di compiere un atto così disumano, andando consapevolmente in questo modo incontro alla morte. Infatti, subito dopo, i ragazzi della gang lo presero e lo gettarono dal ponte.
«Miracolosamente, però, il bambino non morì sul colpo, in quanto sotto al ponte c’era una palude che ne attutì la caduta, seppur lasciandolo ferito gravemente.
«Il padre, chiamato immediatamente, riuscì a raggiungerlo quando ancora era in vita, ma Angelito non volle dare spiegazioni sulla caduta, per paura che la banda si potesse rivalere sulla sua famiglia e sui suoi fratelli nel caso in cui il padre avesse cercato vendetta. Il bambino, però, prima di morire rivelò cosa era successo a un pompiere accorso sul luogo. Venuto a conoscenza della verità, il padre di Angelito, dopo la sua morte, coraggiosamente raccontò tutto ai giornali.
«Dunque, proprio grazie ai giornali io ho potuto conoscere questa triste storia. La cosa eccezionale di tutta questa vicenda non è che sia successo questo alla famiglia di Angelito, ma che loro abbiano deciso di raccontarlo pubblicamente. Purtroppo di vicende simili in Guatemala ce ne sono a decine, anche solo nella stessa via, ma nessuno dice nulla per paura di perdere un altro familiare. Anche la polizia è quanto meno ostaggio di questa situazione, se non addirittura connivente. Infatti, le indagini sul caso di Angelito sono sempre rimaste al palo. In altre parole, le forze dell'ordine non hanno mai mosso un dito per aiutare la famiglia, non c'è mai stato neppure qualche sospettato iscritto nel registro degli indagati.»
 

La copertina.
 
Di questa vicenda hai scritto «Angelitos». Mi chiedo, allora, come sia riuscita una come te che vuole sempre andare a fondo dei problemi, ad attingere i particolari di una vicenda tanto complessa accaduta al di là dell’Atlantico.
«Leggere il primo articolo su Angelito, anche se conteneva solo notizie frammentarie, ha smosso qualcosa di importante dentro di me. Non potevo stare ferma. I giorni successivi sono andata alla ricerca di nuove notizie, mi aspettavo che i nostri telegiornali ne parlassero, ma purtroppo nemmeno uno ne ha fatto parola. Ero sconcertata e volevo per forza raccontare.
«Per due anni ho cercato in Internet di contattare il padre di Angelito. Era veramente strano: lo cercavo dappertutto e in ogni modo senza mai riuscire a trovarlo, ma il motivo stava nel fatto che per un periodo era stato in protezione-testimoni. Comunque, non mi sono arresa. Ho ripreso a cercarlo nuovamente fino a coinvolgere degli amici giornalisti nicaraguensi che avevo conosciuto nei precedenti viaggi. Ho messo al lavoro anche loro finché, alla fine, l'ho trovato!
«Era però difficile, quasi imbarazzante sentirlo per messaggi su Internet, oppure gestire le nostre conversazioni per telefono, perché si andava dal discorrere di cose quotidiane a ricordare le ultime parole che Angelito gli aveva detto prima di morire. Una difficoltà nella difficoltà.
«Per cui, mesi dopo, ho deciso che era arrivata l’ora di partire. Io, assieme ad un regista e a un fotografo, nell’estate del 2017 ci siamo così imbarcati per un volo alla volta del Guatemala. Devo dire che è' stata un'avventura: ho conosciuto persone fantastiche, che mi hanno aiutato seppur senza conoscermi. Avevo preso tutte le precauzioni da giornalista, anche se ero terrorizzata che qualcuno venisse a sapere quello che stavamo facendo.
«Arrivati a Città del Guatemala [la capitale - NdR], la scelta del luogo per l’appuntamento con il papà di Angelito cadde sulla biblioteca, un posto dove le gang non si sarebbero mai avventurate. Una volta arrivata, trovai tutti i posti occupati. Ero terrorizzata: a quel punto non sapevo cosa fare, non riuscivo a muovermi. La guardia aveva notato il mio disorientamento e prendendomi per un braccio mi accompagnò in una saletta appartata.»

Angelito.

«Temevo qualcosa di molto spiacevole, invece, a sorpresa mi ringraziò per quello che stavo facendo. Quella è stata una delle persone che certamente non avevo messo in conto che mi avrebbero aiutato. Un'altra è un tassista che mi aveva ispirato fiducia e a cui avevo realmente raccontato quello che stavo facendo (normalmente inventavo bugie per paura che qualcuno volesse farmi del male).
«Pensa che lui è riuscito a mettermi in contatto con un pluriomicida, un capo delle gang che ha scontato molti anni di carcere. Quest’uomo, colpito per come i bambini rimanevano traumatizzati nel corso delle visite fatte in prigione ai loro padri, ora che è libero e pentito del suo passato ogni giorno si reca in carcere durante l'ora delle visite, si veste da pagliaccio e intrattiene i bambini dando loro un po’ di serenità in quei momenti così tristi.
«Inoltre, gira per i quartieri poveri raccontando la sua storia e cercando di convincere che bisogna uscire dalle bande criminali. Devo ammettere che parlare con un uomo come lui, che ha ucciso persone a sangue freddo, all’inizio è stato per me impressionante. Alla fine, però, ascoltando le sue parole, si è rivelato molto toccante il suo ravvedimento e il suo impegno per combattere la delinquenza.
«Ma non è l’unico esempio positivo in una realtà così socialmente degradata. Infatti, ho trovato un professore belga, trasferito in Guatemala nel 1993, che ha fondato il primo movimento di mutuo-aiuto per i bambini e i ragazzi di strada, chiamato Mojoca (che sta per: Movimento dei giovani della strada). Tale organismo non si basa su finanziamenti, ma è gestito esclusivamente da ragazzi che sono riusciti a riscattarsi dal loro passato e che tornati ad una normalità sociale, con un lavoro e una famiglia, si impegnano a loro volta a tirare fuori dalla strada anche altri. Ognuno, quindi, si prende carico di un altro. Fanno un po' da genitori o da fratelli.»
 

Patio del Mojoca, 2017.
 
Mi racconti di quando hai incontrato il papà di Angelito?
«Non sapevo cosa aspettarmi e nemmeno come comportarmi. E' stata l'intervista più difficile di tutta la mia vita. Credevo di incontrare un papà disperato, in cerca di vendetta. Invece ho trovato una persona davvero calma e pacata, rassegnata, con la consapevolezza di dover sopportare un dolore così grande per tutta la sua vita.
«Sentire che un uomo grande e grosso mi dice «so che per mio figlio non potrò mai avere giustizia» è stato per me il momento più straziante.
«L'unico istante in cui lui ha reagito è stato quando mi ha confidato di accettare la morte di Angelito, suo figlio, ma di non volere mai che ciò accada ad altri. Da subito mi è parso di sentire in quelle parole lo spirito indigeno del Centro America, di chi subisce violenze e soprusi, ma nonostante tutto trova sempre la forza di rialzarsi e di guardare avanti. Un sentimento che spesso dovremmo cercare anche noi stessi nella nostra anima.»
 

Nicaragua 2016.
 
Una volta pubblicato il libro, ci sono state delle reazioni? Come hanno risposto i familiari di Angelito?
«Mettere su carta tutte quelle interviste e scrivere la storia di questo bambino è stato molto difficile perché, a differenza dei libri che avevo scritto in precedenza, Angelitos è una storia completamente vera. Per questo, durante tutta la stesura della bozza ho continuato a controllare che ogni singola parola che scrivevo corrispondesse esattamente a ciò che mi era stato riferito.
«Ammetto: ho pianto tanto mentre scrivevo quel libro perché ripensando al papà di Angelito mi chiedevo come mio padre avrebbe reagito se fosse stato lui al suo posto.
«Comunque il papà di Angelito mi ha sempre sostenuta al massimo mentre scrivevo e alla fine quando gli ho comunicato di avere concluso il libro e gli ho fatto vedere la copertina era visibilmente commosso e contento, continuava a dirmi che non sapeva come sdebitarsi. Ora, grazie al fatto che con il mio racconto la vicenda è diventata di dominio pubblico, ogni volta che lui trova un articolo su Angelito me lo manda, dicendomi che suo figlio vive ancora.
«Questo libro indubbiamente mi ha cambiata. Rispetto ai romanzi che avevo scritto precedentemente, questa volta mi sono scontrata con una storia reale in un'età, la mia, in cui mi sono riuscita ad immedesimare nei genitori di Angelito. E la verità, purtroppo, è che mi sono sentita del tutto impotente, e inevitabilmente mi sono sorte domande sul dove abbiamo fallito per evitare che la società arrivasse fino a questo punto.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)


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