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Giovani in azione: Elisabetta Paris – Di Astrid Panizza

Il cuoio prende forma sotto le sue mani. Una narrazione del lavoro che lancia un messaggio filosofico

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«Gli artigiani lasciano sempre un pezzo di sé in ciò che producono e così faccio pure io, che nelle mie opere ci metto il cuore.»
Esordisce in questo modo Elisabetta Paris, giovane donna trentina che da due anni ha avviato la sua attività di artigiana del cuoio, ma che per arrivare fin qui ha percorso una strada particolarmente lunga e tortuosa.
 
Da dove prende origine questa tua passione per il cuoio, un materiale oggi in secondo piano, soppiantato da altri prodotti molto più tecnologici?
«È una storia lunga, quella che mi ha portato, piano piano, ad amare e a lavorare il cuoio. La mia formazione accademica è partita da Venezia, dove ho studiato Beni culturali.
«Ecco, dicevo, grazie all'Università ho cominciato un tirocinio in teatro, come tecnico. Quel lavoro mi piaceva perché ero sempre a contatto con il legno, un materiale che mi ha sempre affascinato. Ma il lavoro in sé era molto duro, quindi dopo due anni in svariati teatri ho deciso che era tempo di cambiare strada.
«Il contatto continuo con il legno della ribalta e delle quinte mi ha dato la suggestione, l’idea che avrei voluto fare l'artigiana. E'stato quindi in teatro che ho trovato l'ispirazione, se così possiamo chiamarla.»
 

 
Per la lavorazione del cuoio non si è trattato, quindi, del classico colpo di fulmine?
«No, assolutamente, il contatto con il cuoio è avvenuto quasi per caso. Inizialmente volevo appunto lavorare il legno e per questo mi sono trasferita a Madrid dove ho cominciato a frequentare una scuola per artigiani in cui si lavorano materiali diversi, tra cui, il primo anno, anche il cuoio.
«Ho cominciato così un primo approccio con tale materiale, ma ne studiavo più l'aspetto artistico (decorazione, maschere, ecc.), che deriva dalla tradizione araba, cultura ancora molto influente nella penisola iberica.
«Il lavoro vero e proprio con il cuoio è cominciato quando l'insegnante di questa materia chiese alla mia classe se qualcuno avesse avuto desiderio di cominciare un percorso di lavoro con questo materiale, perché c'era un laboratorio che cercava apprendisti. Avevo bisogno di soldi, quindi ho detto subito di sì.»
 

 
E in questa maniera ti si è aperto un mondo nuovo. È stato così?
«Ho scoperto che il mondo del cuoio è diviso in settori stagni, per così dire. Ossia chi fa borse produce solo quelle, lo stesso succede per chi fa scarpe e così via. Mi si è aperta quindi una realtà completamente nuova. Ogni ambito è un mondo a sé, e il laboratorio dove lavoravo io produceva prevalentemente borse.
«Sono rimasta lì nove anni ed è stata l'occasione per imparare a seguire tutti i livelli di lavorazione. Inoltre, la cosa interessante del laboratorio era che, pur essendoci un capo, era gestita come una cooperativa per cui tutti ci occupavamo sia dei materiali e della loro lavorazione, che della gestione dei clienti.
«Un lavoro davvero vario e interessante perché nessuno aveva un ruolo fisso, ma tutti facevano tutto. Questo mi è servito poi per essere indipendente, una volta che ho aperto la mia azienda, riuscendo a gestire in tal modo l'intero processo di produzione.»
 

 
Perché poi hai deciso di tornare in Italia?
«Nel frattempo ho avuto due bambini e quindi la cosa migliore per loro era farli crescere vicino ai nonni: quello è stato il motivo principale per cui con tutta la famiglia sono tornata a Trento.
«Per quanto riguarda il laboratorio devo dire che è stato abbastanza complicato aprirlo. Dopo nove anni passati in Spagna, avevo abbastanza esperienza nella lavorazione, purtroppo, però, la parte amministrativa e gestionale a Madrid la gestiva il mio capo ed io ne sapevo ben poco.
«Per questo mi sono trovata subito in difficoltà più con la burocrazia che per il resto, inoltre con il marketing non è stato facile perché il mercato italiano è diverso da quello spagnolo a cui ero abituata.»
 

 
Però sono passati due anni e sei ancora in piedi, anzi, stai continuamente ampliando il tuo giro.
«È perché da subito ho cercato di darmi da fare. Appena arrivata ho aperto la partita IVA e ho cominciato a farmi conoscere un po’ partecipando al mercatino di Natale a Rovereto. Questo perché siamo tornati in estate e quindi ho avuto il tempo di prepararmi per poi avere i prodotti che mi servivano per l’evento.
«Quel primo mercatino, comunque, è stata veramente dura. Sono partita abbastanza ingenua, non avevo avuto il tempo di farmi pubblicità, nessuno mi conosceva, quindi non è andata molto bene.
«Ma non mi sono arresa. Mi sembrava che i clienti che avevo avuto al mercatino, pur non conoscendo me e miei prodotti fossero rimasti soddisfatti.
«Ho così continuato a frequentare i mercatini anche durante l'estate, cominciando nel frattempo a vendere i miei lavori anche su Etsy, un portale di vendita online per artigiani e vintage.»
 

 
Il nome dell'azienda è «Trepuntini». Come mai questo nome che richiama i punti di sospensione?
«La spiegazione filosofica si racchiude nel fatto che il prodotto artigianale ha un'anima, una sua storia. Per i miei prodotti, questa storia inizia con le pelli che, ci tengo a sottolineare, sono di bovini da carne perché provengono dal macello.
«In altre parole, non voglio utilizzare pelli di animali che siano stati uccisi solo per la pelle. È anche un modo per valorizzare la materia prima e non disperderla.
«È richiesta poi una lavorazione complessa da parte mia, nella quale ci metto esperienza e passione per raggiungere un prodotto finito di ottima qualità.
«Ogni mia opera (come chiamarla altrimenti?) ha quindi una storia in cui i tre puntini - sì proprio quelli di sospensione che dicevi tu - stanno ad indicare il futuro, la narrazione di quel prodotto che da quando lo vendo prosegue poi con il cliente che lo acquista e lo continua ad apprezzare.
«E il cuoio, per chi lo conosce, sa che è un materiale quasi eterno che a volte accompagna il suo utilizzatore anche per gran parte della vita. Con le mie produzioni, quindi, io scrivo un primo capitolo della storia lasciando in esse qualcosa di me, Il resto sta scritto nel passaggio col cliente, al quale in definitiva affido per il futuro la cura e la promozione stessa del mio lavoro.
«E da lì in avanti... TREPUNTINI… Appunto.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)
 
Cliccando l'immagine che segue si avvia il filmato della sua storia. 

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