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Giovani in azione: Andrea Incani – Di Astrid Panizza

Allevare capre nell’Alpe Cimbra in un armonico connubio tra tradizione e modernità

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San Sebastiano, in Alpe Cimbra, è un paesino che possiede pochi abitanti, ma molte tradizioni legate al mondo degli antichi miti.
È proprio qui, a pochi passi da Folgaria, che troviamo Andrea Incani, 28 anni, giovane pastore di origini trentine, ma anche sarde.
«Pensa che mio padre se n'era andato dalla Sardegna per scappare da un'esistenza in mezzo alle pecore. E appunto per questo motivo, proprio lui è stato il primo che sin dall'inizio ha cercato di farmi cambiare idea. Adesso invece è veramente innamorato delle nostre capre. Pensa che quando viene il veterinario a visitarle, papà non le abbandona un secondo, quasi come fossero proprio figlie sue», e nel dire questo Andrea abbozza un sorriso divertito.


 
Ma la tua vita non è sempre stata quella del pastore?
«E mai avrei pensato di diventarlo, se è per questo. È ormai da qualche anno che ho rivoluzionato la mia vita. Prima ero studente di Storia all'Università di Trento. Potrei ancora finire, mi manca solo qualche esame e mi piacerebbe anche farlo. Non tanto per questioni lavorative, ma per togliermi una soddisfazione personale.
«Tuttavia il lavoro che faccio ora è comunque legato in qualche modo al mondo della storia, seppur lontano anni luce dall'attività che svolge uno storico. Mi occupo di allevamento di capre da latte, ma anche della lavorazione dei formaggi oltre che della valorizzazione del territorio e delle tradizioni locali delle nostre genti che hanno abitato per secoli queste montagne.
«Forse è proprio quest’ultimo aspetto che più si lega al mio interesse per la storia. Ho scoperto questa mia passione quasi per caso. Nel 2014 ho acquistato una capra, così per scherzo: non avevo minimamente idea di come fosse fatta una capra.
«Ho preso poi due caproni - li ho ancora - si chiamano Bruno e Fritz. Se ci penso mi viene da sorridere, non sapevo allora a cosa sarei andato incontro...»
 

 
E quella è stata la svolta della tua vita.
«Esattamente. È proprio vero che la vita spesso ti riserva sorprese inaspettate. La mia prima capra è stata una di quelle sorprese. Da uno scherzo sono entrato in un vortice che sta ancora girando velocemente diventando un impegno sempre più importante, un lavoro a tempo indeterminato, per chiamarlo con il suo vero nome.
«Prima di questo, avevo sempre fatto lavori stagionali, mai ero stato con le mani in mano perché volevo mantenermi autonomamente agli studi. In questo caso, però, con le mie capre ho sentito proprio di star bene in una maniera unica, mai provata, a tal punto da prendere la decisione di puntare la mia vita su quell'attività.
«Come ti dicevo, il 2014 è stato l'anno delle prime capre, anno che definisco come prima pietra della mia impresa che ho chiamato Maso Guez, dal cimbro (o slambrot) capra.
«Il 2015, poi, è stato l'anno in cui ho deciso di lanciarmi in quest'attività acquistando altre due caprette da latte. Così l'allevamento ha iniziato piano piano ad ampliarsi.»
 

 
Da due caprette nel 2014 a ormai più di 70 nel 2019. Complimenti!
«Sì, sono orgoglioso per i risultati raggiunti. L'allevamento si è incrementato con il tempo e oggi le mie capre sono tra le 70 e le 80, ognuna - ci tengo a sottolineare - con un proprio nome. E sì, posso dirlo: tutti insieme siamo una grande bella famiglia!
«Nel 2016 ho cominciato a mungere le prime caprette, inizialmente a mano, poi abbiamo preso la mungitrice. Parlo al plurale perché da lì in avanti mio papà, mia mamma e mio fratello sono entrati a pieno titolo, per così dire, in azienda. Trasformiamo il latte in formaggio in maniera artigianale, puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Un lavoro familiare, che ogni giorno viene apprezzato dai nostri numerosi clienti.
«Infatti, la richiesta è notevole, penso che se anche avessi il doppio delle capre che ho ora, non avrei comunque abbastanza formaggio per soddisfare la domanda che si è venuta a creare con gli anni.
«Anche in questo caso, tutto è cominciato per scherzo: all’inizio facevamo le caciottine in un pentolino sul fornello di casa facendolo assaggiare a familiari e amici. Il prodotto è piaciuto e così abbiamo continuato alla grande, sempre con l’entusiasmo del primo giorno.
«L'estate dell'anno scorso abbiamo quindi aperto un caseificio, sempre a San Sebastiano, sotto casa mia, dove oltre ai formaggi vendiamo anche le uova delle nostre galline, che sono circa un centinaio. Ho ribattezzato queste uova arcobaleno in quanto vengono da galline di diverse razze e con il guscio di colori differenti, allevate all'aperto in libertà.»
 

 
Ma io so che oltre all'allevamento e alla vendita di prodotti di origine animale, accompagni anche i turisti nella tradizionale transumanza con le capre.
«È proprio così. Dalla fattoria parte un sentiero che percorrevo ancora all'inizio di questa avventura, con i primi due caproni. Vedevo che oltre a essere un momento divertente, quel percorso mi faceva riflettere sui collegamenti temporali che c'erano tra la mia storia e le tante storie del passato.
«Mi sono quindi immaginato di fare proprio lì una visita guidata a tappe, sia per bambini che per adulti, da percorrere assieme alle capre che sono addomesticate e sono come dei cagnolini che seguono le persone senza paura.
«E così è stato. Riesco quindi a fare divulgazione storica con le parole e con le suggestioni, piuttosto che farlo con i libri. La considero una sorta di messa in pratica dei miei studi e mi sento parte integrante di questa terra, sia come abitante che come divulgatore di storia.»
 

 
Non solo quindi un semplice allevamento, ma un percorso a cui hai dedicato studi e tempo per poter offrire oltre al latte e ai formaggi un valore aggiunto in cultura del territorio. È così?
«È stato un crescere di esperienza: più passava il tempo e più l'allevamento si ingrandiva, più ho cominciato ad imparare il mestiere sul campo, come si suol dire, unendo però il mettere le mani in pasta, allo studio puntuale di questo settore. Ho, infatti, appena terminato un corso di Imprenditore Agricolo promosso dalla Fondazione Edmund Mach dell'Istituto Agrario di San Michele All'Adige.
«Adesso penso di ingrandire ancora di più l'allevamento, però fino ad un certo punto. Mi piace pensare di mantenere un numero di capi tale da seguire il lavoro in maniera ancora artigianale, in stretto contatto con il territorio di San Sebastiano, in maniera da valorizzarlo sempre di più.»
 

 
Di sicuro si percepisce un grande amore per il lavoro che svolgi, ma qualche lato negativo ci sarà pure. O no?
«Quello che mi veniva detto quando ho cominciato con le prime caprette, quasi a scoraggiarmi, era che lavorando con gli animali non avrei mai più avuto tempo libero per me, avrei dovuto essere presente in azienda tutti i giorni e anche le notti se necessario, dimenticandomi per sempre di cosa vuol dire la parola ferie.
«Tutto questo è vero, le difficoltà in un lavoro come il mio sono esattamente queste, non sbagliava chi mi prediceva in questo modo il mio futuro perché, è vero, tuttora faccio molta fatica a ritagliarmi qualche giorno di vacanza.
«Ma a queste critiche ho sempre risposto che piuttosto che lavorare cinque giorni senza soddisfazioni godendomi due giorni di riposo, avrei preferito lavorare sette giorni su sette facendo qualcosa che adoro veramente. Per questo, in definitiva, da tanto amo il mio lavoro è quasi come fossi sempre in vacanza.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)


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