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L’autonomia del Trentino oggi – Di Mauro Marcantoni – 25

Autoreferenzialità e debolezza di una politica che non si confronta né con l’autonomismo sudtirolese né con le forze territoriali di minoranza

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Se gli anni Settanta erano stati un decennio di consolidamento delle due autonomie provinciali, con una già scarsa collaborazione tra le due parti, almeno nelle questioni interne, dagli anni Ottanta ciò si accentuò ulteriormente, a conferma della crescente distanza tra le politiche delle due Province.
Tale lontananza nel governo delle rispettive comunità territoriali consolidò l’idea, del resto legittimata dai precedenti politici, che le due autonomie potessero svilupparsi da sole, senza preoccuparsi di raccordarsi tra di loro.
La stessa Regione divenne sempre più un organismo a sé stante, concentrato sulla gestione «ripartita» delle proprie competenze, e sempre meno un luogo istituzionale capace di far dialogare le due autonomie provinciali sulle molte questioni di interesse comune.
 
Persino le competenze ordinamentali, anziché essere utilizzate come occasione di raccordo istituzionale tra i due assetti provinciali, divennero un mero esercizio di sdoppiamento delle scelte che, pur rimanendo dentro la stessa cornice legislativa, assumevano le forme imposte dai due contesti.
La politica trentina manifestò peraltro in questa fase una forte capacità di sperimentazione, soprattutto sotto la guida del Presidente della Giunta provinciale Flavio Mengoni, ma tale capacità non riuscì a coordinarsi con l’azione politica posta in essere in Alto Adige, nonostante analoghi problemi.
Di conseguenza, si radicò l’idea che le due autonomie potessero vivere e operare distintamente, ancorché formalmente ancorate a un unico Statuto.
 
Per quel che riguarda le scelte di governo, di straordinario rilievo fu la risoluzione positiva del delicato nodo della finanza, che sul finire degli anni Ottanta ebbe una accelerazione di valore chiave per i due decenni a seguire.
Al proposito è necessario ricordare che la riforma del sistema finanziario ebbe un percorso lungo e travagliato, anche perché, almeno inizialmente, le due Province autonome avevano visioni diverse.
Bolzano poneva un problema di garanzie e di rapporti con lo Stato che si volevano ricondurre nell’ambito di una relazione oggettiva riguardante esclusivamente il sistema delle quote fisse, senza quota variabile e leggi di settore, optando per una soluzione priva di relazioni negoziali con il Governo centrale.
 
Trento si poneva invece l’obiettivo di ripristinare l’originario quadro previsto dallo Statuto del 1972, mantenendo il legame con la finanza statale attraverso la quota variabile e le leggi di intervento e di programmazione settoriale, con l’ovvia garanzia della massima libertà di utilizzo delle relative risorse.
Alla fine, le due Province trovarono un accordo che prevedeva il mantenimento sia della quota variabile, anche se ridimensionata, sia delle leggi di settore.
Le trattative che si erano concluse nella primavera del 1987 con la definizione di uno schema di testo modificativo del Titolo VI dello Statuto, concordato tra Governo, Regione e Province.
 
La proposta di modifica concordata tra le parti venne formalizzata in un disegno di legge ordinario che, dopo un’ampia discussione, fu definitivamente approvato dal Parlamento con la legge 30 novembre 1989, n. 386.
Gli aspetti salienti della legge di riforma dell’ordinamento finanziario regionale erano sostanzialmente tre:
- una quota fissa commisurata mediamente (Province e Regione) intorno ai 9/10 del gettito fiscale riscosso localmente;
- una quota variabile negoziata di volta in volta con lo Stato;
- la possibilità di accedere alle leggi di settore, pur con significative limitazioni rispetto al passato.
 
Questo nuovo assetto, come si vedrà, genererà nel decennio successivo una consistente, e per certi aspetti problematica, crescita delle risorse finanziarie a disposizione del sistema autonomistico.
Passando ai rapporti politici, la DC procedette così nella sua azione di governo e, dopo le esperienze di Giunte monocolori, riuscì a dare vita a coalizioni con l’area socialista sullo schema delle alleanze consolidate sul piano nazionale, peraltro senza ricorrere al coinvolgimento delle forze autonomiste, considerate in certa misura concorrenziali sul piano elettorale e comunque marginali sul terreno politico, anche a seguito della scissione all’interno del PPTT, con la nascita della Unione Autonomista Trentino Tirolese (UATT) guidata da Franco Tretter, mentre il leader storico Enrico Pruner rimaneva a capo del vecchio movimento.
Scissione che rientrò con i Congressi dei due partiti del 1987 e la nascita del nuovo Partito Autonomista Trentino Tirolese.

Rielaborazione giornalistica dei contenuti del volume di Mauro Marcantoni STORIA, della Collana Abitare l’Autonomia - IASA Edizioni, Trento.
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