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Storie di donne, letteratura di genere/ 147 – Di Luciana Grillo

Micaela Bertoldi, Tra Turchia e Siria – La Bertoldi medita su vecchi e nuovi problemi mai risolti da Marsiglia al Mali

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Titolo: Tra Turchia e Siria. 
Sottotitolo: Lune e mezzelune in terre di confine
 

Autrice: Micaela Bertoldi
Editore: Edizioni del Faro, 2016
 
Pagine: 144, Brossura
Prezzo di copertina: € 14
 
Un viaggio intenso in terre di confine suggestive e ricche di storia è al centro di questo libro che Micaela Bertoldi ha voluto comporre come una sorta di Zibaldone, scrivendo sia un diario che la accompagna nel sud-est dell’Anatolia, sia osservazioni, versi, emozioni che i luoghi, i colori, i profumi le suggeriscono, di città in città.
Della prima città, Diyarbakir, la Bertoldi racconta il passato, quella sua posizione ai margini della piana alluvionale del Tigri, le dominazioni assire e persiane, l’arrivo di Carlo Magno, dei Seleucidi, dei Romani che edificarono la prima cerchia di mura, e poi descrive le moschee, mentre «rimembranze scolastiche/galleggiano nella mente» al pensiero della Mesopotamia, della terra compresa fra il Tigri e l’Eufrate.
 
Veloce è il passaggio al presente, ai curdi che la abitano, al PKK, alle minoranze etniche, ai conflitti le cui cause affondano in tempi assai lontani.
Il viaggio prosegue, altre città attendono Micaela, che non si sottrae al loro fascino e in versi ne esalta i colori: «Bollo rosso di luna/sulla terrazza di Mardin./Il blu profondo della notte/è rotto da squarci gialli…», mentre, giunto il momento di partire, «C’è un filo di dolore,/non solo tristezza, nel lasciare un posto/che non vedrai più…».
Ma nuove esperienze la attendono, l’antica Edessa, dove una grande moschea è stata costruita sulla Grotta di Abramo; Harran, città con case a forma di termitaio, dove nacque Abramo che in seguito la lasciò per andare in Palestina; le colline Eski Kale e Yeni Kale, dove «un rilievo spaccato in due pezzi, (che) rappresenta Mitra-Elio in piedi, il dio del Sole per i Persiani e per i Greci»; il ponte romano costruito in onore di Settimio Severo; Gaziantep, vivace città produttrice di un ottimo pistacchio verde e rosso, che ospitò Baldovino durante la crociata del 1098 – e qui entra in campo anche Umberto Eco con il suo «Baudolino», e così via.
 
L’autrice coglie ogni spunto per approfondire la storia dei luoghi, gli elementi di attualità, le problematiche filosofiche e religiose che si intrufolano nella mente di chi viaggia per capire e non solo per vedere.
La Bertoldi riflette sui cambiamenti improvvisi che disorientano gli individui, sul desiderio di occidentalizzazione che coinvolge i tanti giovani turchi, sulla nostalgia di un tempo non vissuto dei figli degli emigranti, nati in Europa, «né tedeschi, né turchi, molti dei quali non si sarebbero integrati nel contesto sociale e tendono quindi a tornare in Turchia: una sorta di propaggine contemporanea dell’antico nomadismo turco che qualifica questa area di giovani come generazione perduta…
«È compito degli adulti – e delle nostre società contemporanee - di insegnare a guardare in faccia il vuoto di ispirazione.»
 
Con puntualità, l’autrice riporta i disordini, le uccisioni, «un nuovo massacro…C’è sempre una nuova Troia da conquistare e sottomettere… L’assedio di Hama si traduce in un tiro al bersaglio sui cittadini…»
Non c’è nulla di nuovo, se non che questa terra, definita culla della civiltà, è una terra ferita, umiliata.
E intanto fioriscono con le camelie le primavere arabe e sbocciano nuove speranze, mentre «il futuro è pieno di incertezze, di pericoli… e la buona politica latita, tace».
La Bertoldi medita su vecchi e nuovi problemi, sul potere e sulle migrazioni, su repressione e censura, ci trasporta nel 2015, anno terribile, che si apre con l’assalto alla redazione della rivista Charlie Hebdo, continua con quello al Museo del Bardo di Tunisi, scorre tra attentati in Yemen, Kenya, Arabia Saudita, Turchia, Libano e si chiude con la strage del Bataclan di Parigi e con una serie di uccisioni, da Marsiglia al Mali.
 
«È uno straziante bollettino di guerra. Cosa o chi ci aiuterà a non sprofondare nel sangue. Forse la parola poetica è qualcosa a cui potersi aggrappare per impedire altri errori…»
Forse. Intanto la cronaca di questi giorni (che dovrebbero celebrare la Pace) è sporca di sangue.
 
Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Precedenti recensioni)

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