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Storie di donne, letteratura di genere/ 157 – Di Luciana Grillo

Giulia Caminito, «La grande A»: questa scrittrice sa cosa scrivere e come scrivere…

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Titolo: La grande A
Autrice: Giulia Caminito
 
Editore: Giunti Editore 2016
Collana: Scrittori Giunti
 
Pagine: 288, Brossura
Prezzo di copertina: € 14
 
Fin dall’inizio di questo romanzo, si ama la piccola protagonista, Giadina, figlia abbandonata dalla mamma nelle mani di una zia fredda e anaffettiva.
Giadina sogna la «grande A», l’Africa dove è andata la sua mamma, e questo suo sogno è di una straordinaria ma capovolta attualità: Giadina sogna l’Africa come gli africani sognano l’Europa, e anche l’Italia.
L’Africa è la quarta sponda – siamo negli anni del fascismo – poi arriva la guerra, e Giada sperimenta bombardamenti e rifugi, freddo e promiscuità.
All’arrivo degli americani, la piccola assaggia la cioccolata che un soldato le regala, mostrandole una foto e spiegandole a gesti che laggiù ci sono i suoi bambini.
Poi, arriva il momento di andare a raggiungere la mamma, e per Giada è una straordinaria esperienza.
 
Da sola, affronta un mondo sconosciuto, sale su una nave («la Gerusalemme liberata davanti, grande come cinque case del suo quartiere a Legnano, con più finestre della Tosi e la Bernocchi messe insieme, con più fumo della nebbia sulla strada per Vercelli, con più gente che alla Piazza del Mercato durante la festa del patrono. Il padre della Luisa la spinse leggermente verso la nave. Mandaci un telegramma, quando arrivi da tua madre, mi raccomando»), condivide la cabina con una donna mai vista prima, riceve misteriosi bigliettini che non capisce, soffre di solitudine e nostalgia.
 
La mamma non è una ricca signora, ma una bella donna («bellissima… I capelli cotonati e tirati su, la pelle nocciola, la fronte ampia, gli occhi delicati, le labbra tinte, il mento pronunciato ma grazioso, gli zigomi tondi») che gestisce un bar e dorme nel retrobottega: alla figlia offre il suo letto all’alba, quando si alza; nelle ore precedenti, Giada deve accontentarsi di un giaciglio di fortuna in cortile.
Conosce Orlando, un ravennate amico della madre, Hamed, che «viveva in un tukul dall’altra parte di Assab e si faceva un bel tratto a piedi per venire al bar» al quale Giada insegna a scrivere, e Giacomo, «l’astuto oratore… che calcava quel palcoscenico puzzolente di sale come se fosse illuminato dai riflettori di Hollywood», che Giada sposa dopo un bacio infantile.
 
Matrimonio, abito arrivato dall’Italia, nuova città, «Addis Abeba. Nuovo fiore. Nuovo paese… una città strana, aveva detto Adi. Dove stanno insieme gli eucalipti e le palme». Nasce un bimbo, Giacomo e Giada crescono, fin quando Giacomo si innamora di un’altra donna.
Affidato il bimbo alla nonna Adi, per Giada c’è un nuovo inizio: il lavoro, la coabitazione con la Bedot, la Nicole che «aveva dipinto una parete della stanza da letto di nero e vicino alla porta del bagno scarabocchiava frasi di pensatori francesi con un gesso bianco…», una vita diversa, indipendente, e poi l’amicizia con il greco Stackis.
Il ritorno inatteso di Giacomo di nuovo scardina le regole della sua vita, Giada riprende a vivere con lui, le «parve di ricominciare da capo con le difficoltà: la casa, il lavoro, Massi, quel Marito scriteriato come un altro figlio, ingombrante e capriccioso come un amante senza amore, rumoroso e pedante come un maestro senza laurea» e mentre gli anni passano e la famigliola conquista un certo benessere, i tre vivono una sorta di «dolce vita» fatta di scorribande notturne, circolo Juventus, partite a carte… vincite, abiti alla moda.
 
«Ad Addis, in quella cittadina cosmopolita piena di greci e armeni, esiliati e fuggiaschi, commercianti e insabbiati, marmi e travertini, viali a doppia corsia e illuminazione al sodio, grande come Parigi e verde come Washington, tra gli eucalipti e la pioggia al mattino, si era affacciata la seconda parte degli anni Cinquanta… Più di tutto, più delle case bianchissime, più delle palme, più delle proboscidi di elefante, Giada era venuta alla Grande A per ballare. Il ballo era la sua rivincita.»
Giada vive con intensità la sua stagione: «lavoratrice, madre, moglie, cuoca, amica, giocatrice, ballerina insieme».
Ma il periodo buono per Giada e per la sua Grande A precipita verso la rovina: «Trent’anni di storia etiopica si accasciarono, pantano di sangue…», Adi, Giada e Massi ritornano in Italia, Adi sceglie il ravennate, lo scopo delle donne è far studiare Massi, intelligente e capace.
 
E dunque, ancora lavoro, tanto lavoro: «…c’erano più case, più automobili, più persone… Meno odori, meno colori, meno lingue. Meno deserto e meno mare.»
Con l’arrivo di Giacomo, la famigliola si ricompone ancora una volta, a Roma, per il lavoro di Giacomo ed il Liceo di Massi.
«Con quell’africano di fronte, occhi sugli occhi. Lo guardò, lo guardò a lungo. Si rese conto che no, non lo avrebbe potuto cambiare con un altro, un prode, un cavallerizzo, raddrizzarlo, tirarlo per le orecchie fino a metterlo in riga, contro il muro, allineato con i quadri, i santini e le Madonne.»
 
Questa scrittrice sa scrivere e sa cosa e come scrivere. I suoi periodi lunghi e cantilenanti sembrano evocare la luce dell’Africa, fanno pensare a quel mal d’Africa che io ho conosciuto attraverso i racconti di mio padre che visse le sue prime esperienze di lavoro in banca a Mogadiscio, prima di essere mandato in guerra e di rimanere, per cinque lunghi anni, prigioniero degli inglesi in quell’Africa di cui aveva spesso una struggente nostalgia.
 
Luciana Grillo
(Precedenti recensioni)

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