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Storie di donne, letteratura di genere/ 240 – Di Luciana Grillo

Angela Nanetti, «Il figlio prediletto» – Un romanzo bello, intenso, interessante, coinvolgente

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Titolo: Il figlio prediletto
Autrice: Angela Nanetti
 
Editore: Neri Pozza 2018
Genere: Narrativa moderna
 
Pagine: 232, Brossura
Prezzo di copertina: € 16,50
 
Iniziare a leggere un romanzo e non riuscire a smettere per un'intera giornata può voler dire una cosa sola: il romanzo è bello, intenso, interessante, coinvolgente.
E, cosa che non guasta, scritto molto bene, anche se frequenti espressioni dialettali – come oggi è abbastanza di moda – a volte interrompono il fluire della lettura.
«Il figlio prediletto» si sviluppa in due periodi diversi, anche se i luoghi rimangono gli stessi, la Calabria aspra e Londra, la grande città dove si va per lavorare, ma anche per allontanarsi (e fuggire) da un ambiente nel quale non si sta bene.
 
Il primo ad andar via è Nunzio, bello e punito da un padre padrone e da un fratello spietato che prima uccidono il suo amore, poi lo picchiano senza pietà, infine lo spediscono lassù a Londra per farlo dimenticare da tutti.
Soltanto la madre ne sente la mancanza e lo piange.
La seconda è Annina, nipote di quello zio Nunzio che non ha mai conosciuto, «lo zio che se il Padreterno non ce l'avesse tolto...», lo zio di cui lei proprio a Londra troverà tracce importanti.
Anche Annina sente sul collo il fiato di un padre padrone, mentre la nonna le ricorda che alle femmine non è dato sapere e la madre non sa darle altro esempio che quello di un'obbedienza passiva e dolente.
 
Dopo un tentativo di fuga non riuscito, «imparai a odiarlo, ogni giorno mi esercitavo nell'odio contro di lui, e l'odio divenne il carburante quotidiano che mi permetteva di vivere», pensa Annina, bella da morire e promessa in sposa a un uomo più vecchio di lei, in affari col padre.
Nunzio a Londra lavora e soffre, a nessuno racconta la sua vita «compressa come una cella di prigione», fin quando «...forse per quella luce strana, forse per quei suoni di chitarra, sentì all'improvviso forte e dolorosa la voglia di riprendersi il mondo».
 
Impara l'inglese e conosce persone che gli diventano amiche, che hanno una storia parallela alla sua, anche se Thomas, ad esempio, è figlio di un lord.
La malinconia, la solitudine non lo abbandonano, pensa che nessuno si accorgerebbe della sua scomparsa, «era una giornata tremendamente grigia, di quelle che spengono l'anima e i sensi e si avrebbe solo voglia di dormire. Magari per sempre».
Eppure resiste, si impegna in attività politiche, «il padrone di casa non gli rinnovò il contratto d'affitto» perché aveva manifestato contro l'invasione delle Malvinas.
 
Anche Annina, lontana da tutti, prova a vivere da sola, a non telefonare alla mamma che sapeva solo dirle «che tutto andava bene. Lo disse per tre volte, e io capii che era il contrario che voleva dire ma non ne aveva la forza, e non la chiamai più.... avevo diciotto anni e dalla mia la ragione della bellezza e della giovinezza... mi sentivo invincibile e non perdonavo ai vinti».
Pensava che non l'avrebbe chiamata più, invece «feci suonare il telefono a lungo ma non ebbi risposta. Allora per la prima volta la solitudine spalancò un vuoto dentro di me, un buco nero che mi lasciò sgomenta:non potevo contare su nessuno».
 
E quando le dicono che sua madre è morta, Annina piange e si dispera: «perché le madri non muoiono, sono come le montagne... non sono più figlia di nessuno, io...! E così, gridando e piangendo dentro quella cabina a Oxford Circus, seppellii mia madre. Poi me ne tornai a casa. Come si può tornare a casa dopo il funerale di una madre, tra gente che non parla la tua lingua e ti chiede per la terza volta Is everything well?»
 
La nonna è l'ultima persona di famiglia alla quale Annina può rivolgersi: «i primi giorni l'avevo quasi odiata, pensavo che avrebbe dovuto morire lei che era vecchia e non mia madre, quarantasei anni in luglio... Non le perdonavo quello che non perdonavo a me e che non mi perdono ancora, ma con lei ormai ho fatto pace. Soprattutto per l'amore che portava a Nunzio e per la nostalgia che l'ha sempre tormentata. La nostalgia è il sentimento delle anime nobili e forti... per questo sono sicura che mio padre non la proverà mai. Ma nonna Carmela per Nunzio l'ha provata, fino alla fine».
 
Terribile questo romanzo, intessuto di sentimenti forti e violenti, ma vero e sentito, consapevole, come dice Annina, che «i morti, si sa, se ne fregano dei vivi e di ogni coerenza e bastano a se stessi. Come i matti».
Da leggere per capire che forse solo i morti e i matti sanno vivere.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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